Moneta, aggettivi e Calvino

Una riflessione linguistica sull’uso degli aggettivi a margine di uno scritto comparso su Doppiozero.

Nunzio La Fauci

Cosa sono la moneta legale, la bancaria, la fiduciaria, la scritturale, l’elettronica (in senso stretto e in senso largo) e infine la virtuale o digitale? Piccola ma lodevole opera di divulgazione, uno scritto comparso su Doppiozero l’ha spiegato qualche settimana fa a chi (si dirà con una litote) non è forte in economia e finanza e non pratica quotidianamente le relative lingue speciali.

D’ora in avanti, a lettori e lettrici di quello scritto (come a chi detta questa nota) non capiterà forse di tenerne a mente tutti i dettagli: l’economia e la finanza restano aree specialistiche, la loro pratica attiva e la pratica delle correlate varietà diafasiche continuerà a essere riservata agli esperti del settore. Difficile in effetti che, poniamo, a chi di mestiere conduce un tram sorga l’esigenza di intrattenere qualcuno su cos’è la moneta scritturale. Ma potrà essergli o esserle sempre di giovamento (eventualmente morale) essere consapevole, anche grosso modo, che moneta è sì una parola e come tale la si usa tutti i giorni, ma è anche un termine.

Così ci si può esprimere sulla scorta, ci si figuri, di Giacomo Leopardi, per cogliere un’importante differenza linguistica. E non ci si nasconde né lo si nasconde a chi legge che in tal modo si sta già entrando in un dominio tecnico: ovviamente differente da quello economico-finanziario, ma tecnico anch’esso, di cui, di nuovo, chi guida un tram beneficerà eventualmente per diletto e molto difficilmente per esigenze della sua vita pratica.

Si sbaglierebbe del resto a credere l’area delle discipline morali dominata in toto dal pressappoco, solo perché alcune sue sezioni certamente lo sono. Il culto dell’esattezza non riguarda solo la tasca e alligna anche nelle disinteressate contrade dello spirito. Capita prenda persino il biasimevole aspetto della pedanteria: qui se ne corre il consapevole rischio, confidando nella pazienza di chi, dopo questa messa in guardia, non ha abbandonato la lettura.

Ebbene, come parola, moneta ha il carattere ineliminabile di vaghezza, per dirla con l’accorto tecnicismo adoperato dal recanatese, o, più prosaicamente, di polisemia che le consente di ricorrere nei discorsi della gente comune e, sottoposta ad altre precise determinazioni, persino in poesia. “Sovente ancor ne la trascorsa sera | la perduta tra ’l gioco aurea moneta | non men che al Cavalier, suole a la Dama | lunga vigilia cagionar”: eccone un esempio di Giuseppe Parini ed eccone un secondo, ancora più evocativo, di Eugenio Montale “…ma così sia. Un suono di cornetta | dialoga con gli sciami del querceto. | Nella valva che il vespero riflette | un vulcano dipinto fuma lieto. | La moneta incassata nella lava | brilla anch’essa sul tavolo e trattiene | pochi fogli. La vita che sembrava | vasta è più breve del tuo fazzoletto.”

Come termine, d’altra parte, cioè come elemento di una terminologia, moneta ha molteplici specificazioni particolari che ne rendono precisa e univoca ogni ricorrenza, perlomeno nelle intenzioni, come appunto ricorda e spiega il giovevole scritto che funge qui da pretesto. Una cosa è la moneta fiduciaria, cosa diversa è la moneta scritturale, ma questa seconda, si scopre, la si può chiamare anch’essa moneta bancaria. Anche le terminologie albergano insomma parziali ridondanze sinonimiche.

A proposito di tale scritto va poi forse osservato che, mentre illustra e raccomanda accuratezza terminologica nel suo campo, procede alla garibaldina nel modesto orto linguistico e letterario, dissodandolo grossolanamente, per procurarsi termini e argomenti che ritiene acconci al tema e alla sua esposizione.

“Contro Calvino: moneta e aggettivi” ne è il titolo e da un lato ci sarebbe da chiedere all’autore, se ne è lui l’ideatore, o alla redazione, se la trovata è redazionale, di quali aggettivi si tratta. In effetti, se si fa presto a dire “moneta”, si fa ancora più presto a dire “aggettivo”. D’altro lato e correlativamente, ci sarebbe da capire cosa c’entra in tutto ciò Italo Calvino, perché di lui sarebbe questione e non del franco-ginevrino Giovanni omonimo (perlomeno in italiano) che temprò in anni lontani la fibra morale dei ceti europei peraltro meno disattenti alla moneta. L’Italo fu in effetti un riconosciuto cultore della precisione espressiva e suo indomito partigiano e stupisce vederlo esibito invece in un titolo come una testa di turco, come bersaglio polemico dell’argomentazione. Ma si proceda con ordine.

Un resoconto finanziario e un resoconto lacunoso sono due nessi in cui chi ha una conoscenza elementare della grammatica e della sua terminologia riconoscerà, combinati con lo stesso articolo e con lo stesso nome, due aggettivi: finanziario e lacunoso. L’identità tassonomica è stabilita grazie a un elenco di categorie (verbo, nome, aggettivo etc.) fissato ben prima della dottrina della Santa Trinità e ancora dogmaticamente vigente, non perché non se ne potrebbero proporre di diversi ma perché questa è la tradizione e ci sono tradizioni contro le quali non solo non si può andare, ma non ci si immagina nemmeno si possa andare: quella della terminologia grammaticale è così; è un assoluto ideologico. In effetti, non ci si pensa mai, ma il chierico più longevo e conservatore della cosiddetta civiltà occidentale è il grammatico. Questa tramonterà definitivamente forse solo quando svanirà la grammatica, con il suo verbo, il suo nome, il suo aggettivo, come per millenni e ancora oggi essa è irrefragabilmente concepita.

Ci si intenda, la classificazione suggerita da quell’elenco di categorie non manca di fondatezza osservativa, dal punto di vista morfologico e da quello sintattico. Vetustà e parziale fondatezza non dovrebbero tuttavia oscurare il fatto che, pur morfologicamente simili e pur come attributi di un nome, finanziario e lacunoso, per esempio, svolgono la loro funzione in maniera molto diversa. Un resoconto finanziario è ‘un resoconto relativamente alle finanze, dal punto di vista delle finanze, sotto il rispetto delle finanze’ e non ‘un resoconto con finanze’; un resoconto lacunoso non è per nulla ‘un resoconto relativo alle lacune…’ ed è invece ‘un resoconto con lacune, che presenta lacune’. Un resoconto poi può essere piuttosto lacunoso, più o meno lacunoso, intollerabilmente lacunoso, più lacunoso di quello dell’anno passato etc., ma difficilmente un resoconto sarà piuttosto finanziario, più o meno finanziario, intollerabilmente finanziario, più finanziario di quello dell’anno passato.

Molto alla buona, questi giochi contrastivi dicono una cosa che agli specialisti è tutt’altro che ignota (come non è ignota agli esperti di finanze la differenza tra moneta legale e moneta fiduciaria). Di tutti gli aggettivi, insomma, non si può fare un fascio e, detto che qualcosa è classificabile come aggettivo, dal punto di vista combinatorio si è ancora solo al principio della sua precisa determinazione funzionale (sempre che lo si voglia naturalmente).

Di un consiglio comunale, a nessuno verrebbe in mente di dire (se non per celia) che è un po’ comunale, ma se in quel consiglio la discussione degenera e si passa alle vie di fatto si potrà certamente dire si è trattato di un consiglio un po’ penoso. Comunale e penoso sono ambedue aggettivi: embè? Il mondo è vittima, in questo momento, di una variante rilevata in India di un virus comparso in Cina, di una variante indiana di un virus cinese; si tratta di una variante contagiosa, anzi molto contagiosa, come si proclama pacificamente, mentre nessuno giustamente la dice molto indiana e solo umoristici giochi di parole consentono di parlare di un virus solo appena un po’ cinese. Indiana, cinese e contagiosa sono aggettivi: embè?

Si potrebbe continuare con i contrasti e ci si potrebbe fare belli con la terminologia: ci sono aggettivi relazionali e non-relazionali, per esempio, e ci sono aggettivi che, si pensi, valgono funzionalmente da soggetto del nome con cui si combinano. Se si vuole concisamente dire, per esempio, che la Russia ha invaso la Crimea, un aggettivo è quanto ci vuole: l’invasione russa della Crimea. Senza parlare poi della fondamentale distinzione sintattica, peraltro ben presente alla grammatica tradizionale, che investe la categoria. Aggettivo sì, ma in funzione attributiva o in funzione predicativa? Qualche differenza c’è: la moneta scritturale, certo, ma la moneta è scritturale?

Che poi, nella sua sistematicità, anche come oggetto di conoscenza, la lingua consente sovente i mutamenti di punto di vista: essa è, nel suo genere, una palestra di flessibilità intellettuale (forse persino più della finanza). E a prospettare la questione diversamente, dal punto di vista del lessico, è banale l’osservazione che certe combinazioni di nome e aggettivo (anche di altro, ma qui trascurabile) sono da trattare complessivamente come unità lessicali. Sono dette polirematiche, con un termine fortunato tra i linguisti italiani, anche perché proposto da Tullio De Mauro.

Per restare nel dominio finanziario, conto corrente è una di queste, ma, procedendo a casaccio, anche oneri accessori, detrazione fiscale, saldo contabile, assegno circolare e così via. Con la loro esigenza di precisione e di distinzione terminologica, le lingue speciali sono miniere in proposito. Un’analisi del nesso assegno circolare, si ponga, che lo dica composto da un nome e da un aggettivo, per quanto elementarmente indiscutibile, si colloca a un livello di conoscenze appunto elementari, anche nel senso del ciclo scolastico e della relativa didattica.

C’è bisogno di dirlo a questo punto? In realtà, moneta legale, moneta bancaria, moneta fiduciaria, moneta scritturale, moneta elettronica, moneta virtuale o digitale sono tutte ed evidentemente polirematiche. Ed è questo il tratto che le caratterizza in quanto combinazioni lessicali, non il fatto che esse includano, genericamente, un aggettivo. Anche bilancio d’esercizio o apertura di credito o rendimento a scadenza o credito al consumo sono polirematiche e, formalmente, non presentano aggettivi. Formalmente, si precisa, perché dal punto di vista funzionale, la questione è tutt’altro che banalmente chiusa. Ma non è qui il caso di insistervi.

Si può infatti venire infine a Italo Calvino. Cultore e araldo dell’esattezza, da un lato, e spregiatore, nella pratica della prosa, degli aggettivi, come narra l’aneddoto cui lo scritto che ha dato occasione a queste righe fa riferimento in apertura, oltre che nel titolo. Un riferimento francamente pretestuoso, c’è da commentare con un aggettivo in funzione attributiva, sul quale opera un avverbio performativo.

Quando si atteggiava, anche per posa, a spregiatore degli aggettivi, Calvino non ce l’aveva di certo con gli aggettivi delle polirematiche, anche se è immaginabile che non gradisse il meccanico dilagare di tecnicismi polirematici nella lingua di tutti i giorni già in atto ai suoi tempi. Impossibile poi che non gli fosse chiaro che, quando nelle stanze e nei corridoi della Giulio Einaudi Editore si discuteva sulla confezione della colonnina pubblicitaria per l’uscita di un romanzo di Marguerite Duras, l’aggettivo pubblicitaria non fungeva da belluria stilistica.

Ecco appunto: ciò che Italo Calvino aveva in uggia erano le bellurie che in una prosa “baroccheggiante” spesso consistono negli aggettivi. Lo precisa opportunamente Guido Davico Bonino, narrando l’aneddoto che ha gli aggettivi per tema.

Non gli piacevano le bellurie e, come si sa, ancora meno gli piacevano le inesattezze. Per un utile scritto di divulgazione finanziaria, come si è detto, che descrive bene e comprensibilmente differenze terminologiche e concettuali, pochissimo pertanto sarebbe piaciuto a un redattore come Italo Calvino un titolo come “Contro Calvino: moneta e aggettivi”. Non c’è un aggettivo, in tale titolo, ma è parecchio inesatto. Come si è visto, quanto alla materia discussa, Calvino non c’entra per nulla e, a essere tecnicamente precisi, pochissimo c’entrano gli aggettivi. Resta la moneta e di questo con brillante competenza tratta lo scritto. Perché non dirlo con schiettezza? Perché tirare in ballo una persona che non c’entra e una questione linguistica che si controlla in misura elementare?

Per attrarre qualche lettore e qualche lettrice, si dirà. Innegabile e persino comprensibile: allo scopo si fa questo e ben altro. Ma, tra gli innumerevoli esempi, e certamente non tra i più vistosi, eccone uno minuscolo e significativo della pratica comunicativa corrente che, senza cercare bellurie e a volere essere precisi (o pedanti?), l’aggettivo proba non qualifica appropriatamente.

 

(credit foto Johan Brun, CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons)



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