Monica Vitti: e il dramma esplose in una risata

Nella sua straordinaria carriera la grande attrice, scomparsa il 2 febbraio scorso a 90 anni, è sempre riuscita a unire il drammatico e il comico dell’esistenza.

Giovanni Savastano

C’è una donna che cammina in bilico sui tetti di Castel Sant’Angelo, a Roma, mentre canta alla città una canzone d’amore e di odio per la sua bellezza, pigrizia e cialtroneria. Quando qualcuno le urla, in dialetto romanesco, “abbada (attenta) che caschi”, lei si volta e, con ironica freddezza mista a indicibile tristezza, risponde, pacata: “nun casco… me butto”.

Quella scena, ultimo fotogramma de “La Tosca”, film diretto da Luigi Magni nel 1973, ancora oggi riassume l’arte recitativa di Monica Vitti, scomparsa il 2 febbraio scorso, a 90 anni da poco compiuti. Vestendo i panni del celebre personaggio ottocentesco di Victorien Sardou, l’attrice riassume la sua filosofia d’arte e di vita unendo, come solo lei sapeva fare, il drammatico e il comico dell’esistenza: nel momento in cui la protagonista si suicida, lo spettatore non riesce ad evitare un moto di commozione e di riso allo stesso tempo.

La struggente canzone interpretata dalla Vitti, “Nun je dà retta Roma”, composta da Armando Trovajoli con testo dello stesso Magni, nel film è eseguita anche dal co-protagonista Luigi Proietti che dà luogo, insieme a Monica, a indimenticabili duetti canoro-recitativi, rievocati, quasi dieci anni dopo, nella trasmissione Rai “Blitz” che Gianni Minà dedicò interamente all’attrice romana, alla presenza dei tanti amici di lei – Paolo Conte, Gianni Morandi, Gino Paoli – che vollero farle omaggio.

Come nel film citato, anche in quello show televisivo Maria Luisa Ceciarelli, in arte Monica Vitti, si lanciò, oltre che nell’intrattenimento, nel canto, usando con naturalezza e abilità quella sua voce roca e graffiata, quasi da tutti considerata un handicap sin da quando, a quindici anni soltanto, aveva deciso con determinazione di recitare, contro il parere della famiglia e, soprattutto, della madre. “Sapevo di avere una voce fragile”, affermava spesso, “perciò dall’inizio decisi di lavorare proprio sui miei difetti”. Schernendosi e schermendosi spesso – le sue lunghe mani, nelle conversazioni, facevano giravolte da farfalla intorno al suo viso, quasi velandolo -, rivelava quindi la sua forza proprio nel non nascondere le sue fragilità. Una dinamica, questa, mai interrotta per tutta la vita, nata principalmente dal complesso rapporto con una madre sempre censoria nei confronti di una figlia attrice. “Mia madre si vergogna di me”, rivelava Monica nel 1971, nel pieno del suo successo, ai microfoni di Enzo Biagi. “Ha paura, vuole difendermi. Ancora oggi esce dal cinema a metà dei miei film perché si imbarazza di fronte a certe azioni dei miei personaggi. Chiede scusa, si alza e se ne va”. Chissà se proprio per una sfida d’amore e d’odio la giovane Maria Luisa, dopo aver costruito, nel nome Monica, un suo alter ego, non avesse deciso, ancora adolescente, di rubare metà del suo futuro cognome d’arte proprio alla madre, Adele Vittiglia, quasi a volerne conservare una parte in sé, da cui poi distaccarsi e prendere il volo.

Impara forse da qui a trasformare i drammi in ironia, portando con sé, per tutta la vita, un dualismo che, lungi dall’essere contraddittorio, la forgia come un “Giano bifronte” della recitazione.

È proprio tale naturalezza che le permette di lasciare, agli albori degli anni ‘60, il teatro ispirato dai suoi maestri Silvio D’Amico e Sergio Tofano (quest’ultimo, da subito, le dice che è dotata di un “talento comico involontario”), per affidarsi alle mani del suo pigmalione Michelangelo Antonioni il quale, trasformandola in musa dell’incomunicabilità nelle sue pellicole storiche come “La notte”, “L’eclisse” e “Deserto Rosso”, la lancia a livello internazionale. Ma la fama la opprime da subito: già nel 1961, nella sua prima intervista televisiva, la giovane ‘diva’ rivela che il vedersi riconosciuta per strada la mette terribilmente a disagio. Supererà tale impasse soltanto quando, nel decennio successivo, libererà quella energia irresistibile che Tofano aveva intuito in lei, che le darà modo, anche grazie a una personale elegante romanità, di trovare nella sua città d’origine un ambiente ideale in cui confondersi come ‘anonima persona nota’, da tutti riconosciuta ma trattata come fosse ancora la Maria Luisa Ceciarelli di un tempo: “Vado tutte le sere al cinema, a Roma posso farlo perché è come nel “Marziano” di Ennio Flaiano: all’inizio tutti rimangono sbalorditi, poi dopo un po’ non ti notano neanche più”.

Le donne di Antonioni non le bastano, stanno strette al suo talento strabordante di ‘humor serio’: “Antonioni riteneva il mio viso drammatico, ma i comici sono drammatici. Guardate Petrolini o Totò, e tutta la commedia dell’arte italiana: è la più naturale per me”. E proprio in quella nuova cornice comincia, dalla fine degli anni ‘60, dichiarandosi esplicitamente femminista, a dare vita a donne disadattate, agitate, scomode, sofferenti, spesso patologiche perché non incastrate negli stereotipati ruoli sociali ma non ancora in equilibrio in una loro dimensione emancipata. Nel fare ciò, non abbandona mai la “lente deformante dell’ironia”, che le permette di portare alla vita identità angoscianti facendo ridere, come la Raffaella di “Amore Mio Aiutami”, di e con Alberto Sordi: la bipolarità della protagonista fa sentire lo spettatore a proprio agio pur in un mare in tempesta che non lascia scampo all’imbarcazione. Tutto è smitizzato nella sua recitazione, quindi spogliato di sovrastrutture inutili: il sesso, rivestito di gioco anche nelle sue forme più perverse (“Dramma della gelosia” di Ettore Scola, con la coppia Mastroianni-Giannini), il ‘delitto d’onore’, rivoltato al femminile e ridicolizzato in “La ragazza con la pistola” di Monicelli, fino alla violenza e al disadattamento di “Teresa la ladra”, tratto da un soggetto di Dacia Maraini nel 1973.

Mentre torna al teatro alla fine degli anni ‘80 con la piece in versione femminile di “Una strana coppia” di Neil Simon, affiancata da Rossella Falk con la regia di Franca Valeri, gira due film a cui tiene molto, diretti dal suo compagno Roberto Russo, sposato nel 2000 dopo diciassette anni di fidanzamento e con lei fino alla fine: “Flirt”, il cui tema musicale è la celebre “La Donna Cannone” di Francesco De Gregori, e “Francesca è mia” con le musiche di Tullio De Piscopo.

Non tutti ricordano, però, che la sua ultima apparizione sullo schermo è non solo come interprete, ma in qualità di regista di sé stessa e del suo co-protagonista maschile, Elliot Gould, in “Scandalo segreto” del 1990.

Tra le attrici italiane più premiate, oltre a cinque David di Donatello, tre Nastri d’Argento e un Orso d’argento alla berlinale, nel 1995 si vede assegnare un Leone d’Oro alla carriera, accettando il quale, visibilmente felice e commossa, dichiara: “con questo Leone alato potrò volare… mi darà la possibilità di continuare… e fino a quando avrò 90 anni… vi toccherà vedere i miei film da ridere e da piangere”.
Sembra proprio che il palcoscenico della vita l’abbia accontentata.

 

(credit foto ANSA / FARABOLAFOTO)



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