Montanari: “Il nuovo Presidente della Repubblica sarà eletto sulle macerie della democrazia”

Un Parlamento “fantasma, umiliato, marginale” sarà chiamato a eleggere il successore di Sergio Mattarella. Intervista a Tomaso Montanari: “Siamo schiacciati tra Berlusconi, l’anti-Costituzione fatta persona, e Draghi, l’anti-Costituzione fatta ideologia. Ribadisco: siamo una Repubblica delle banane”.

Daniele Nalbone

In che momento storico si colloca l’elezione del presidente della Repubblica?
In un momento in cui non abbiamo un Parlamento, ormai fantasma da mesi, che non ha esaminato nel dettaglio l’ultima Legge di bilancio, che è stato umiliato a suon di voti di fiducia. Un Parlamento marginale. E questa cosa gli italiani l’hanno capita, come dimostra l’affluenza alle elezioni suppletive di Roma (vinte da Cecilia D’Elia che ha preso il posto di Roberto Gualtieri, sindaco della Capitale, ndr): solo l’11,3% degli aventi diritto ha sentito il bisogno di esprimersi, di scegliere il proprio rappresentante alla Camera. Ecco, questo Parlamento sarà ora convocato per eleggere il Presidente della Repubblica nell’illusione di portare un’iniezione di democrazia in Italia.

Un’elezione alla quale i cittadini non sembrano minimamente interessati.
La Presidenza della Repubblica non è più intesa come organo di tutela della nostra Costituzione ma è diventata parte dei giochi politici di governo. Questa elezione è la continuazione, per non dire la conseguenza, del progetto di Mattarella e Draghi iniziato con l’affossamento del governo Conte, governo di cui non sono mai stato fan, preciso. Ma le circostanze che hanno portato alla fine di quel governo sono molto opache sul piano democratico.

Un’elezione che vede una maggioranza di governo, diciamo così, particolare.
La partita vede come favorito Mario Draghi: il suo “spostamento” da Palazzo Chigi al Quirinale, evidentemente faceva parte del pacchetto, dell’accordo, era già una sorta di precondizione al momento della sua nomina a premier. E la cosa non cambierebbe nemmeno qualora Mattarella alla fine accettasse di essere rieletto, visto che sarebbe rieletto da una maggioranza che, di fatto, ha creato lui.
Si dice che il Presidente della Repubblica non è criticabile, ma non lo è finché si attiene ai propri compiti di garantire la Costituzione italiana, non quando entra nella guerra politica: è stato Mattarella a dire, al momento della fine del governo Conte, che si sarebbe impegnato per dare al Paese un esecutivo di alto profilo, si è esposto, e questo esecutivo nasce su input diretto del Quirinale.

In una situazione già complicata, non ci siamo fatti ovviamente mancare niente. E arrivo a Berlusconi.
La candidatura di Berlusconi, che a oggi sembra non destinata al successo, anche se non si può mai sapere e quindi dobbiamo mantenere alta l’attenzione, è di una gravità morale assoluta, mostruosa: Berlusconi è l’antistato che ambisce a occupare il massimo vertice dello Stato. La sua semplice candidatura è la delegittimazione simbolica della Repubblica. E, se anche fosse strategica, nata per essere poi tolta di mezzo e così legittimare qualcosa che venga percepito come meno “divisivo”, ci mostra come Berlusconi sia, di fatto, il cavallo di Troia in cui nascondere Mario Draghi.

E veniamo al Pd.
Qui l’analisi è semplice. Per il Pd mandare Mario Draghi al Quirinale significa provare a prendere Palazzo Chigi.

Con?
Dario Franceschini. O comunque un politico politicante. Eppure, in questo scenario il Partito democratico potrebbe giocare di sponda tra il Parlamento e l’opinione pubblica, indicando un nome possibile e non di bandiera in cui si identifica e fare un ragionamento culturale. Ma che rapporto ha oggi il Pd con la Costituzione? E il M5s? Questo presidente si eleggerà sulle macerie della democrazia italiana.

In questa partita la società civile non sta toccando quasi palla. Piovono nomi, ognuno, ogni realtà, dice il proprio. Ma…
Come non ci sono più i partiti, così oggi non c’è alcuna forma di partecipazione politica organizzata. Siamo nell’era del grande disimpegno, cavalcato e celebrato dalla politica stessa. Quindi non mi stupisco. Oggi la disarticolazione è totale, la maggioranza dei cittadini non vota, perché dovrebbe interessarsi all’elezione del Presidente della Repubblica? Non c’è nessuno che, con credibilità, oggi potrebbe portare avanti un nome. E questo è un altro sintomo della crisi della politica, che non è solo in termini di rappresentanza ma di partecipazione.
La stampa poi è in stato comatoso, i grandi giornali storici sono ormai delle veline in mano ai potentati economici. Non mi stupisce che in questo scenario non ci siano nomi simbolo. Oggi la partecipazione politica è all’insegna di un grande cinismo, ogni forma di idealismo è irrisa e condannata.

Alcuni nomi sono stati fatti, penso a Manconi, Zagrebelsky, Carlassare, Parisi.
Tutti nomi degnissimi, ma che non hanno chance. Sarebbero voti di bandiera.

Il suo nome?
Rosy Bindi, nome a me politicamente lontano ma che con un Paese normale avrebbe delle chance. Una politica, una donna – cosa oggi per me fondamentale –, erede di una figura come Tina Anselmi, rappresenterebbe il tentativo di abitare la politica dai politici, non da incapaci, da velleitari. Contro la candidatura di Berlusconi innalzerei la figura di Tina Anselmi, presidente della Commissione parlamentare che indagò sulla Loggia segreta. Rosy Bindi è parte di un Paese che si è esposto politicamente, ha partecipato alla storia della Repubblica con importanti responsabilità. Ripeto: ho idee politiche molto diverse da quelle di Rosy Bindi, ma saluterei una sua elezione come garanzia costituzionale.

I nomi di Berlusconi e Draghi cosa raccontano?
Berlusconi è l’anti-Costituzione fatta persona, Draghi l’anti-Costituzione fatta ideologia. Analisi molto semplice.

Il Movimento 5 stelle potrebbe passare dal nome di Stefano Rodotà a quello di Mario Draghi.
Un passaggio che dimostrerebbe ancora una volta lo sfascio culturale e la fragilità morale del Movimento di oggi. Il M5s ha tradito e questa non è una buona notizia perché, pur con i suoi limiti, ha funzionato come argine all’estrema destra. Il Movimento non è nato come antipolitica, anzi: era una rudimentale forma di passione politica, piena di difetti, certo. L’accordo con la Lega, la scelta di Conte – un democristiano moderato – e la firma sui decreti sicurezza di Salvini sono però qualcosa di indelebile. Nessun equilibrio politico può giustificare una così grave violazione della Costituzione.

Per concludere: Berlusconi candidato al Quirinale che danno è per l’Italia?
Come ho detto a Capodanno, pagandone dure conseguenze, visto che siamo in un momento storico in cui ci divertiamo a scegliere sfondi evocativi, siamo nella Repubblica delle banane – una battuta che tutti hanno capito tranne il portavoce del Presidente della Repubblica. Ebbene, ribadisco quanto ho detto con grande dolore: ho speso la mia vita a servizio delle istituzioni, ho sempre difeso lo Stato e la Costituzione, nessuno può dubitare del mio amore per la Repubblica. Ma in una democrazia i panni sporchi si lavano in piazza. Definire l’Italia una “Repubblica delle banane” è un messaggio chiaro: prendere atto della realtà per cambiarla.
Viviamo nel congelamento della democrazia, in un Paese guidato da un banchiere, in un Paese che non vota, in un Paese in cui si usano i soldi del Pnrr per il cemento e non per la sanità. Siamo una “Repubblica delle banane”. Punto.
Da sempre l’Italia vive sulle montagne russe, tra degrado e riscatto della nostra democrazia: oggi il riscatto sembra però lontano, con Berlusconi al Quirinale non avremmo chance di tornare a galla. Ma il vero problema, a mio avviso, è il vuoto. Un vuoto che riguarda tutti e che parte dall’assenza di una qualunque sinistra in questo Paese. Abbiamo diverse destre, un timido centro, ma non abbiamo nemmeno una parvenza di sinistra.

Perché No a Berlusconi



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