Da Montanelli in poi, il colpevole silenzio sul colonialismo italiano

Intervista allo storico Francesco Filippi, autore del libro “Noi però gli abbiamo fatto le strade – Le colonie italiane tra bugie, razzismi e amnesie” che chiude la trilogia iniziata con “Mussolini ha fatto anche cose buone” e proseguita con “Ma perché siamo ancora fascisti?”. Un viaggio nell’Italia che non sa ricordare.

Daniele Nalbone

Il passato coloniale dell’Italia, questo sconosciuto. Quanti italiani hanno mai sentito parlare della baia eritrea di Assab? Eppure, l’occupazione italiana di quella colonia segnò l’inizio del colonialismo italiano, terminata solo il primo luglio 1960, quando la Somalia ottenne l’indipendenza dall’Italia. Tutto iniziò con l’acquisto di quella terra nel 1882 dalla compagnia Rubettino che ne entrò in possesso nel novembre 1869. Una storia che ha attraversato l’Italia liberale, quella fascista e infine repubblicana. “Nonostante ciò”, ricorda lo storico Francesco Filippi, autore del libro Noi però gli abbiamo fatto le strade – Le colonie italiane tra bugie, razzismi e amnesie (ed. Bollati Boringhieri), “l’elaborazione collettiva del nostro passato coloniale stenta a decollare”. E quando il tema fa timidamente capolino nel discorso pubblico “viene regolarmente edulcorato e ricompare subito l’eterno mito autoassolutorio degli italiani brava gente, i colonizzatori buoni, persino alieni al razzismo”. In fondo, “noi siamo quelli che in Africa hanno solo costruito le strade”.

Come sottolinea Filippi in questo lavoro che – confessa a MicroMega – “chiude la trilogia” iniziata con Mussolini ha fatto anche cose buone e proseguita con Ma perché siamo ancora fascisti?, “in Italia siamo in una situazione paradossale: da un lato, la ricerca storiografica ha indagato molto bene il fenomeno coloniale italiano, dall’altro in termini di consapevolezza collettiva sappiamo ben poco delle nazioni che abbiamo conquistato con la forza” e “ancora meno delle atroci violenze che abbiamo usato nei loro confronti nell’arco di decenni”.
Possiamo definire il colonialismo italiano “una storia che non amiamo ricordare”: in fondo quando si parla di eredità coloniale dell’Europa “si punta il dito sull’imperialismo della Gran Bretagna o su quello della Francia, ma si dimentica volentieri di citare il nostro, benché il colonialismo italiano sia stato probabilmente il fenomeno più di lunga durata della nostra storia nazionale”.

La domanda centrale di questa premessa è, ovviamente, “perché?”. Perché gli italiani sono all’oscuro del loro passato coloniale?
In Italia abbiamo avuto un cono d’ombra di trent’anni sul tema del colonialismo: le chiavi della storia vennero affidate fin dall’inizio a chi il colonialismo lo aveva fatto. I documenti sui quali si studiava e ci si informava erano, ad esempio, quelli dell’archivio dell’esercito, ma lì è difficile trovare le testimonianze dirette degli eccidi. Per decenni non si è parlato dell’uso di gas, di crimini di guerra, perché la narrazione per raccontare agli italiani cosa stava accadendo nelle colonie era in mano a chi aveva tutto l’interesse a non affondare il coltello nella piaga. Da qui, il notevole ritardo con cui siamo partiti.

Eppure, negli anni gli storici hanno fatto un grande lavoro per ricostruire il vero volto del colonialismo italiano.
Il problema è l’afonia di cui ha sofferto, negli anni, l’accademia italiana. Oggi sappiamo che l’esperienza coloniale – anche italiana – è definibile come il tentativo di uno Stato di occuparne, soggiogarne, distruggerne un altro. Personalmente trovo incredibile, nel senso di “oltre i limiti della credibilità”, che un tema così importante sia stato portato nel dibattito pubblico in solitaria da Angelo Del Boca (qui un ricordo firmato da Francesco Filippi, ndr), non uno storico di formazione ma un grande storico nella metodologia, che ha combattuto da solo, per decenni, contro delle istituzioni non interessate a portare avanti questo racconto. Oggi, per fortuna, le cose sono diverse. Del colonialismo italiano sappiamo tutto, grazie a un enorme lavoro portato avanti negli anni da storici anche molto giovani e con cui sono in debito, come racconta la bibliografia del mio libro.

Qual è allora il problema? È vero che abbiamo avuto un enorme ritardo, ma da Del Boca in poi possiamo dire di avere piena conoscenza del colonialismo italiano. Perché, però, questo tema è del tutto assente nella nostra elaborazione collettiva?
Il problema è generale e riguarda molte altre questioni, come le foibe per citare un tema molto più mainstream. In Italia non sono gli storici a parlare di storia. Chi parla di foibe, di fascismo, di colonialismo oggi in Italia lo fa con l’occhio della politica dell’oggi. E la politica, si sa, è molto brava a modellare la storia a proprio piacimento.

Come nei precedenti lavori c’è un’attenzione profonda all’uso dei termini. Ne vorrei citare uno che ritorna e che è anche titolo di un paragrafo molto significativo: “Rigurgiti”.
Mi rendo conto che la parola “rigurgiti” è, effettivamente, molto forte. Ha a che fare con la fisicità, con qualcosa che torna su mentre dovrebbe rimanere giù. “Rigurgito” è relativo all’incapacità di digerire questa storia: siamo davanti a una drammatica peperonata di senso che si ripropone ogni volta che in questo Paese si cerca di fare della memoria storia pubblica e non condivisa. “Rigurgiti”, per quanto riguarda il colonialismo, mette al centro un problema di fondo: siamo davanti a un rapporto non mediato con l’altro che trova impreparata la nostra società al cospetto di chi arriva nel nostro Paese, nel nostro contesto pubblico. Non siamo nemmeno in grado di trovare le parole per descrivere un fenomeno che è assolutamente normale: l’uomo ha i piedi per spostarsi su questa terra e sarebbe ridicolo pensare il contrario, obbligare qualcuno a rimanere fermo con una costruzione artificiale come sono i confini, strumenti pensati un secolo fa che non possono mutare la capacità dell’uomo di vivere questo pianeta. “Rigurgitano” quelli che al bar – per non dire in politica – dicono “arrivano e ci rubano le nostre donne”. Ma, attenzione, i “rigurgiti” non sono ancorati a un tema, sono trasversali. Chi parla così dei migranti non sta solo esprimendo un concetto tra il razzista e il colonialista, perché erano “i nostri nonni” a rubare “le loro donne”, ma sta raccontando il problema del patriarcato, degli adulti maschi che immaginano le donne come delle cose da non farsi rubare. I “rigurgiti” purtroppo sono dietro l’angolo, in ogni frase che sentiamo pronunciare come una battuta.

Locuzioni come “anello al naso” e “sveglia al collo”, invece, cosa ci dicono? È un problema culturale che, a mio avviso, riguarda anche la nostra formazione. In fondo, usciti dalle scuole superiori, quanti italiani sanno qualcosa del “nostro” colonialismo?
Per oltre un secolo gli italiani hanno sentito parlare delle colonie, prima come dimostrazione di forza del nostro Paese, poi come qualcosa da dover giustificare. Diverse generazioni di italiani sono cresciute sentendo il proprio governo discutere dell’opportunità di stare al di là del Mediterraneo. E negli anni la lingua italiana ha adottato queste e altre espressioni, come “lavorare come un negro”. Finita l’epoca coloniale, un secolo di storia è stato cancellato in maniera brutale. Eppure, siamo stati più colonialisti che fascisti, più colonialisti che monarchici. Ma di questo passato non c’è traccia. Ecco allora che quelle espressioni raccontano di un rapporto con “l’altro” fermo a un secolo fa, a quell’Italia liberale che per scrollarsi via quel senso di inferiorità rispetto al resto dell’Occidente ha puntato sulle colonie per dimostrare che, in fondo, anche noi italiani siamo bravi come gli altri. Il colonialismo italiano è stato un disastro politico e sociale, ma come spesso accade nella storia di questo Paese, siamo stati bravi a nascondere sotto al tappeto la polvere di questo disastro. Ci siamo girati dall’altra parte e abbiamo finto che non sia mai accaduto niente. Quanto alla formazione, hai ragione. I nostri manuali di testo, a parte qualche rara eccezione, raccontano il colonialismo come qualcosa che appartiene al Regno Unito e alla Francia, al massimo con qualche pennellata italiana sotto epoca fascista, ma dimentica il colonialismo dell’Italia liberale e quello dell’Italia del Dopoguerra. Ed è così che, alla fine, per tutti l’Italia è soltanto “arrivata tardi” in Africa. In una generica “Africa”. Siamo stati sfortunati. E, comunque, siamo stati brava gente. Gli abbiamo fatto le strade…

Ultimamente di colonialismo se n’è parlato in relazione alla figura di Indro Montanelli. Un tuo giudizio sulla vicenda?
Partiamo da una premessa: è stato lo stesso Montanelli ad aver voluto intavolare una discussione intorno alla sua vicenda umana in Etiopia. Montanelli ha sempre raccontato quella sua esperienza come un’epopea, un’avventura salgariana, un mix tra portare ordine e fare rastrellamenti. E fa specie che una persona che i rastrellamenti nazifascisti li ha vissuti non si rendesse conto, ex post, del significato di fare parte del battaglione eritreo. Ma la vera questione, a mio avviso, è che Montanelli è stato per decenni, e lo è tutt’ora, uno dei maggiori venditori di libri di storia del nostro Paese. Oltre il merito, alto o basso, di quella produzione, sottolineo che quella lettura – l’interpretazione di un uomo colonialista al fianco dei rastrellatori e mai pentito – è stata la lettura che molti italiani sussunsero dalle sue opere.

E poi c’è quell’incredibile filmato del 1969 in cui, durante il programma L’ora della verità, si scontrò con l’attivista femminista Elvira Banotti riguardo il suo “matrimonio” con una bambina eritrea.
Anche qui, il vero problema è “fuori” dalla questione, diciamo così, prettamente storica. Montanelli, per rispondere a Elvira Banotti, sfoderò tutto l’armamentario coloniale per difendersi, “animalino curioso” è la definizione usata dal giornalista per descrivere la bambina avuta “in dono”. Quella fu la difesa non della sua persona ma di un modello, una difesa a oltranza di principi ed espressioni che sono ancora oggi presenti nel dibattito. Chiamò “signorina” Elvira Banotti per allontanare da lui una collega, seppur giovane, usando un epiteto che ci riporta al concetto delle “nostre donne”. Quell’“animalino curioso” aveva dodici anni, ma, come disse Montanelli, ridendo, “in Africa è un’altra cosa”. Ecco, qui invece c’è tutto quell’aggrapparsi alle tradizioni di comodo per giustificare i propri comportamenti, un modo di fare di chi ha regole morali molto lasche e conosce “l’Africa” solo dal mirino e dalla punta della propria baionetta. Reputo personalmente Montanelli colpevole di aver simbolicamente dato agli italiani la possibilità di coprirsi di uno scudo di impunità. Quello che accade a Las Vegas, rimane a Las Vegas, era lo slogan della città dei casinò. Ecco, in Italia per decenni è stata in vigore la regola del “quello che accade ad Addis Abeba, rimane ad Addis Abeba”.

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