Milano, 1969. Il romanzo delle Brigate Rosse

Recensione del libro di Alessandro Bertante, Mordi e fuggi (ed. Baldini Castoldi). La storia di Alberto Boscolo raccontata a partire dal suo ingresso nelle Brigate Rosse.

Gioacchino De Chirico

Capita spesso che, quando ci si avvicina a libri che parlano della lotta armata in Italia nel ventennio che va dalla prima metà degli anni Sessanta alla prima metà degli anni Ottanta, l’atteggiamento più comune sia quello di volere scoprire segreti, di far luce su alcuni “misteri”. Oppure ci si prepara all’ascolto della dimensione storica e cronachistica degli “anni di piombo”. Nel caso di Alessandro Bertante non è così. Il suo libro, Mordi e Fuggi, attraverso la figura letteraria di Alberto Boscolo racconta i sentimenti e le riflessioni di un giovane che, nella Milano degli anni Sessanta, si guarda intorno, cerca di capire, freme dal bisogno di agire contro l’ingiustizia e di abbracciare la scelta più radicale possibile. Con un obiettivo: la rivoluzione.

In giro per assemblee, fabbriche e manifestazioni, Boscolo si fa un’idea della grave ingiustizia a cui sono sottoposte le condizioni di lavoro operaio in fabbrica. Registra la diffidenza che gli operai stessi provano nei confronti dei giovani studenti borghesi. Ha l’impressione che la sinistra storica e i sindacati siano inadeguati a gestire e contrastare questa situazione. Vede anche che i gruppi extraparlamentari sono deboli, frazionati, annegati in un mare di parole.

Finché un giorno, in una assemblea, non incontra il fascino magnetico di Margherita Cagol, compagna di Renato Curcio, meglio conosciuta come Mara.

Da quel momento in poi egli pensa di aver trovato la strada giusta. Lascia la sua amatissima Bianca, fidanzata che ricambia il suo amore e che cerca di dissuaderlo dal fare scelte avventate. Progressivamente perde i contati con tutti i suoi amici e partecipa alle prime azioni di un piccolo gruppo di militanti che di lì a poco fonderanno il partito armato, le Brigate Rosse.

Nel libro di Bertante il racconto si limita ai primi anni di attività del gruppo clandestino. Non vi sono omicidi. Vi sono però attacchi incendiari alle auto di alcuni dirigenti di fabbrica, due rapimenti dimostrativi e altre azioni circoscritte a situazioni simboliche ed evocative.

Tutto intorno si muovono altri attori della strategia della tensione italiana. Sono quelli che producono eventi criminosi dalla forza devastante. La bomba nella Banca dell’Agricoltura in pazza Fontana, il Golpe Borghese, l’incriminazione di Valpreda, l’omicidio di Pinelli, poco dopo l’omicidio Calabresi, la nascita del GAP di Giangiacomo Feltrinelli e la sua morte.

Per il giovane ventenne le azioni del gruppo a cui appartiene sono eccitanti e gratificanti, Ben presto però egli stesso si accorge di trovarsi in una condizione bipolare: massima tensione e grande soddisfazione quando si preparano e si eseguono le azioni, massima frustrazione quando ci si trova immobili e nascosti in attesa di un altro intervento. Ad ogni modo le cose da fare non mancano e bisogna industriarsi per sopravvivere. Servono denari, occorrono altre armi.

A differenza della vulgata secondo la quale le Brigate Rosse furono un gruppo isolato senza riferimenti nella società, dal racconto di Bertante apprendiamo che nei quartieri popolari di Quartoggiaro e del Giambellino, nonché in diverse grandi fabbriche, come la Pirelli, il consenso non mancava.

Viene in mente allora la celebre dichiarazione di Rossana Rossanda che con lucidità e coraggio, mentre tutti sembravano perdere la testa intorno a congetture complottiste, affermò che pensando alla BR “sembra di sfogliare l’album di famiglia”.

Ma non è questo l’intento esplicito di Alessandro Bertante che con le sue righe dolenti e libere da preconcetti mostra di provare un sentimento di umano rispetto e di attenzione che condurrà il suo personaggio Alberto Boscolo ad allontanarsi dalla lotta armata.



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