“L’alta marea”: un racconto di Abraham B. Yehoshua in ricordo del grande scrittore

Abraham B. Yehoshua, scrittore, drammaturgo e accademico israeliano, è scomparso il 14 giugno a Tel Aviv. Aveva 85 anni. MicroMega lo ricorda ripubblicando un racconto del 1998 in cui l’autore ci conduce in un paesaggio di totale desolazione, in cui tutta l’umanità rappresentata è quella confinata in un carcere circondato dall’acqua che attende la prossima inondazione.

Abraham B. Yehoshua

Da MicroMega 5/1998 [Acquista qui il numero completo]

‘Quando l’acqua gli arriverà alla gola (…), l’ultimo carceriere si metta in salvo abbandonando i detenuti. Una generazione di prigionieri se ne va e un’altra arriva subito a rimpiazzarla, mentre di carcerieri ce ne sono pochi e devono sopravvivere’

La bufera infuria ormai da due settimane sulle isole meridionali e la situazione peggiora di giorno in giorno. Improvvisamente cala la nebbia ed ammassi di nubi gonfie di pioggia si addensano sopra la pianura come mucchi di cotone sporco. Una tempesta di grandine gelida e trasparente spazza il deserto e frusta a lungo il grigio edificio di questa prigione. Non c’è da stupirsi, quindi, se nel cuore della notte, mentre la tempesta infuriava più che mai, improvvisamente mi sento svegliare dalla guardia di turno che mi ha strappato dal sonno per riferirmi che ero convocato senza alcun preavviso nell’ufficio del direttore del carcere per degli ordini.

Le parole della guardia echeggiano ancora nell’oscurità della stanza, ed io, proprio io, e solo io, esco, o per meglio dire striscio fuori dalle coperte di lana, mentre i personaggi che affollano i miei sogni agonizzano tra le pieghe del lenzuolo. Tremante per il freddo indosso l’uniforme di servizio macchiata qua e là e, mentre le dita corrono sulla lunghissima fila di bottoni, resto in ascolto della bufera sempre più tremenda. Sono arrivato da poco in questo carcere, sono ancora un novellino. Perciò sono aperto a tutto ciò che mi circonda e molto ansioso di distinguermi nel mio lavoro. Se non fosse per gli incubi che rendono le mie notti difficili, potrei ritenermi una guardia esemplare. Solo un mese fa ho terminato il durissimo corso per diventare carceriere. Là ho imparato a sparare con il mitra senza sbagliare il bersaglio, a superare ostacoli molto alti, a lottare nei combattimenti corpo a corpo, a interpretare il farraginoso regolamento. Forse perché sono un tipo taciturno, hanno pensato che riuscissi a dominare il mio istinto, e allora mi hanno mandato a prestare servizio in questo piccolo carcere su un’isola sperduta. D’accordo, i detenuti di questo carcere sono dei criminali veri, assassini che per un pelo non sono finiti sul patibolo e si sono presi l’ergastolo, però sono proprio pochi, e comunque ormai vecchi decrepiti.

A tastoni nel buio vado in cerca delle mie scarpe. Non accendo la candela per risparmiare le ricchezze del regno. C’è forse una regola che proibisce ad una guardia di pensare con la propria testa durante le ore di servizio? Non saprei. Fino a quando non avrò studiato attentamente ogni singolo apostrofo del regolamento e non avrò chiarito la cosa fino in fondo, potrò continuare a godere del beneficio del dubbio. Ma so che anche se rimango in silenzio, il mio sguardo mi tradisce, per lo meno in presenza del direttore del carcere dal quale mi sto recando proprio in questo momento a grandi passi, orgoglioso e piuttosto agitato, vestito impeccabilmente nel bel mezzo della notte. Passo lungo il corridoio sul quale si affacciano le due file di celle illuminate, così come il passaggio, da un’eterna luce crepuscolare. Salgo tre scalini e arrivo nell’ufficio. Mi metto sull’attenti e saluto secondo le regole.

È seduto alla sua scrivania, sveglio a qualsiasi ora della notte. È un ufficiale di mezza età, tarchiato, con i capelli brizzolati ed un viso asciutto e severo. Un uomo di vecchio stampo che io ammiro. Dalle finestre con le inferriate sventolano in tutta la loro magnificenza gli enormi stemmi purpurei del regno. I suoi due cani dalle zampe lunghe sono accucciati sul tappeto di fronte a me e mi studiano attentamente con aristocratica malinconia. Solamente la grandine che sferza le finestre rompe il silenzio che regna assoluto in questo luogo. Il direttore alza su di me gli occhi lucidi di passione, in netto contrasto con i tratti duri del suo volto. Apre la bocca e fa un discorso diretto e conciso il cui punto essenziale è una notizia sconcertante: si alzerà la marea e sommergerà la nostra isola.

Com’è venuto a saperlo il direttore? Non certo dagli inaffidabili meteorologi che non sanno assolutamente nulla sulle condizioni della nostra isola, e nemmeno da qualche chiamata preoccupata degli uomini della centrale che si trova nella capitale, per i quali è come se non esistessimo. Il direttore è venuto a conoscenza di quel che accadrà solo grazie a tutti gli accurati studi che ha fatto lavorando giorno e notte sui vecchi e voluminosi registri della prigione allineati nel suo armadio chiuso a chiave. I carcerieri nostri predecessori, che sono morti compiendo il loro dovere (non avrebbero mai potuto conoscere morte diversa), e le cui ossa oggi si consumano da qualche parte sul fondo dell’oceano, si sono preoccupati di annotare giorno per giorno ogni dato, sia personale, sia riguardante l’isola. Da quei diari il direttore è venuto a sapere dell’alta marea, dei segni premonitori che ci dà la natura e della forza distruttrice dell’acqua. Già tre volte questo carcere è stato sommerso, completamente distrutto e poi ricostruito dalle fondamenta. Sapevo già queste cose avendole studiate durante il corso di storia delle prigioni. Ma non mi sarei mai immaginato che la bufera di questi ultimi giorni e il ciclone che ha fatto tremare i muri fossero l’annuncio dell’arrivo dell’antica marea.

Muovo alcuni passi in direzione del tavolo, mostrando molto interessamento. Sarà felicità ciò che agita il mio cuore?

Il direttore appoggia la mano sul collo di uno dei suoi adorati cani ed inizia ad accarezzargli affettuosamente il pelo. Con voce sorda mi parla delle disposizioni che il direttore è tenuto a seguire in casi come questi: egli dovrà mettersi in salvo con i suoi uomini solo dopo aver chiuso a chiave i prigionieri nelle loro celle e aver lasciato una guardia o due di sorveglianza, dei volontari adatti a quell’incarico. L’ufficiale abbassa gli occhi. E chi è più adatto ad un incarico del genere, se non io, un giovane carceriere che non chiede altro che di distinguersi nel suo servizio?

Il regolamento non manca mai di commuovermi, ma questa volta, sentendo che il direttore ha scelto me tra tutti i suoi uomini, rimango senza parole e quasi cado ai suoi piedi per la felicità. Mi mordo le labbra per non lasciarmi sfuggire quel nodo di piacere che mi stringe la gola.

Preferisco che qualcuno rimanga qui con me? Il direttore me lo chiede con uno sguardo ardente ma anche pieno di sottintesi. In questo carcere, oltre a noi due, prestano servizio anche un cuoco, un barbiere, un armiere ed un fabbro. Ma io capisco che sono suoi amici.

«No!», rifletto tra me e me. «Non voglio nessuno degli uomini che prestano servizio qui, che in fondo hanno cercato di sfuggire in ogni modo al loro ruolo di carcerieri». E mentre i miei occhi sono fissi in contemplazione della sua mano che sta accarezzando i docili cani accucciati ai suoi piedi, d’un tratto mi balena in testa un’idea.

«Mi lasci solo i suoi due cani, signore!».

Questa volta sono riuscito a prenderlo alla sprovvista. I suoi due adorati cani gli sono molto cari e lui gli è affezionato in modo quasi sospetto. È solo, senza figli e sua moglie vive nella lontana capitale. Non ha nessun altro che loro. Sono un maschio ed una femmina che lui ha cresciuto e viziato fin da cuccioli. Ed ora li strapperò alle sue cure e li trasformerò in veri cani da guardia, coraggiosi. Come potrebbe rifiutarmi questo, mentre io rimango da solo in questa buia prigione aspettando che la marea si innalzi dall’oceano? Gli tremano le mani. Non risponde. Con voce pacata poi mi parla della vecchia scialuppa che costruirono le precedenti generazioni di carcerieri. Ultimamente le era stato montato un motore nuovo fatto arrivare appositamente dalla capitale. Questa barca mi tornerà utile quando l’acqua avrà completamente sommerso la prigione. Allora anch’io mi metterò in salvo, perché così dicono le sagge disposizioni: «…Quando l’acqua gli arriverà alla gola (e qui il legislatore si è preso la licenza di utilizzare un linguaggio un po’ colorito), l’ultimo carceriere si metta in salvo abbandonando i detenuti. Una generazione di prigionieri se ne va ed un’altra arriva subito a rimpiazzarla, mentre di carcerieri ce ne sono pochi ed essi devono sopravvivere».

Prendo la chiave del motore dalla sua mano. È piccola e dorata. Domani mi consegneranno il pesante mazzo con tutte le chiavi della prigione. Sto quasi morendo di gioia.

Dove fuggirà il direttore? Sui monti, ovviamente. Sui monti. Perfino attraverso le inferriate di questo carcere, infatti, si vedono le maestose montagne ricoperte dalla macchia del bosco. Là si metteranno in salvo il direttore ed i suoi uomini. Forse riuscirà anche a trovare un tetto all’asciutto. Dicono che ci sia un villaggio nascosto lassù, tra le gole. Chissà. È anche possibile che il suo destino sia peggiore del mio. Comunque sia, io mi affretto al saluto, ansioso di accomiatarmi. Con mia sorpresa, però, il direttore non risponde al mio saluto. Si alza invece dalla sedia con un’espressione di dolore impressa sul viso. Lascia per un attimo i suoi cani e si dirige barcollante verso di me. Quell’uomo basso di statura, in piedi di fronte a me, si alza sulle punte dei piedi, appoggia le mani piccole e pelose sulle mie spalle e le stringe con fare così paterno, che un brivido mi percorre lungo tutto il corpo. Le ultime parole dall’oscuro significato che mi vengono dette quella notte sono rimaste scolpite nel mio cuore:

«Domina il tuo istinto mentre il livello dell’acqua s’innalza, e supera questa prova! Poi metti in salvo te stesso ed i cani che sono con te!».

«Sì, signore!».

Alle prime luci dell’alba, mentre ha smesso per un momento di piovere, i due cani allungano le loro teste tra le sbarre delle finestre dell’ufficio dentro il quale sono rinchiusi, e guaiscono al loro piccolo padrone che li sta abbandonando. La triste processione di uomini con i loro fagotti attraversa l’edificio. Chiudono alle loro spalle una porta dopo l’altra e ogni volta un’altra chiave va ad aggiungersi al pesante mazzo che tintinna gaiamente nella mia mano. Giunti nel cortile mi mostrano la scialuppa legata con una fune ad un muro della prigione. Scuoto distrattamente la testa. Quasi con impazienza li accompagno fino al cancello esterno, esco con loro fino alla spianata e mi chiudo il cancello alle spalle. Non appena fuori, punto lo sguardo all’orizzonte per riuscire a scorgere la linea dell’oceano, ma non riesco a vedere niente. La prigione è molto distante dalla costa e solamente nelle giornate di bel tempo è possibile intravedere la linea azzurra del mare. I fuggiaschi salgono sull’auto blindata della prigione, e si schiacciano assieme ai loro bagagli sul sedile posteriore riservato ai prigionieri. Mi scrutano dai finestrini. Non sono felici di scappare da qui? Nel breve momento di commiato, nessuno tradisce la minima emozione. Freddi, impassibili, eseguono gli ordini che sono stati loro impartiti. L’automobile si avvia attraverso la distesa sabbiosa che ci circonda e ben presto viene inghiottita dalla fitta nebbia, mentre i cani abbaiano in modo selvaggio e disperato.

Ora sono l’unico sovrano di questa fortezza. È stato molto sensato costruirla in questa sterminata pianura. In questo modo si ha una visuale completa su chiunque cerchi di entrare o di scappare. Apro il cancello ed entro nel cortile. Ogni volta che apro una porta, la richiudo subito alle mie spalle. Sono un esperto di chiavi. Mi affascinano in modo particolare le enormi chiavi della prigione dagli scontri così distanti tra loro. Devo superare molte porte per raggiungere il corridoio sul quale si affacciano le celle dei prigionieri al secondo piano. Si sono ormai tutti ridestati dal sonno della notte passata, dal loro sonno senza scopo. Sono seduti sui loro sgabelli accanto alle porte di ferro delle loro celle, che non sono porte piene, ma anch’esse munite di sbarre, in modo che si possa sempre tenerli d’occhio e controllare che non confabulino. Assomigliano a tante scimmie in gabbia, solo che loro rimangono sempre in silenzio e non si muovono mai. Hanno commesso i loro crimini moltissimo tempo fa, forse ancor prima che io – il loro nuovo giovane sorvegliante – venissi al mondo. Adesso sono ormai vecchi e nonostante abbiano i capelli rasati, si vedono bene le loro calvizie. Il barbiere si impegna sempre a fondo affinché non rimanga loro un solo pelo in tutto il corpo. Nei momenti di noia, con le sue forbici finisce per tagliare ogni cosa. Sono quasi tutti goffi e pesanti. In tutti questi anni si sono ingrassati mangiando e bevendo a spese dello Stato senza fare assolutamente niente. Non si capisce se sono persone violente oppure insicure.

Mi studiano con sguardo pacifico. Stanno sempre seduti con la faccia rivolta al corridoio, come se stessero aspettando qualcosa. Che cosa stanno aspettando adesso? Ovviamente la colazione. Anche il guaito dei cani rinchiusi nell’ufficio è cambiato. Adesso non mugolano più di nostalgia, ma per la fame. Corro dunque ad aprire la cucina ed inizio subito a preparare il cibo seguendo le istruzioni appese al muro. Quando è pronto, carico tutto sul carrello delle vivande e, accompagnato dall’acciottolio delle stoviglie, mi avvio lungo il buio corridoio senza finestre. La porta di ogni cella è dotata di una porticina attraverso la quale mi viene passata la ciotola incrostata dagli avanzi del pasto precedente, ed io porgo la nuova ciotola piena di cibo. Sono avvezzi a questo gesto meccanico del cambio della ciotola, e tutto viene eseguito in assoluto silenzio. Di sicuro sanno che sono rimasto da solo e che ora sono l’unica guardia in questa prigione. Loro sono al corrente di ogni cosa che avviene qui dentro, nonostante il regolamento gli vieti di parlare sia fra loro, sia con le guardie che li sorvegliano. E per quale ragione dovrei conversare con loro? In fondo non tocca a noi investigare sui loro crimini né giudicarli. Il nostro compito è quello di sorvegliarli ed impedire che evadano. Le leggi sono leggi. Il verdetto è stato pronunciato e se non sono finiti sul patibolo, è stato solo perché quello era il loro destino e del destino è bene non discutere. Già, mi sono dimenticato di raccontare del fucile mitragliatore che porto sempre in spalla.

È terminata la distribuzione del cibo. Il guaito dei cani è uno strazio per le mie orecchie. Non appena apro loro la porta dell’ufficio, balzano fuori, mi si gettano addosso impazziti dalla gioia ed iniziano a leccarmi la faccia e le mani. Con molta fatica riesco a calmarli. D’ora in poi sono io il loro padrone. Gli porgo la loro razione di carne quotidiana, che è in assoluto la più abbondante che venga servita in questo carcere. I cani affamati si gettano sulle ciotole e azzannano avidamente la carne mugolando di piacere. Osservo in silenzio la loro voracità, rimanendo immobile al mio posto fino a che non hanno finito di mangiare tutto. Poi preparo del cibo anche per me, una razione minima, molto parca. Ingoio velocemente e di malavoglia il misero pasto insipido e scendo in cortile a guardare la bufera.

C’è nebbia. Cerco di scorgere l’acqua, ma invano. Tendo le orecchie per captarne lo sciabordio come se stessi aspettando di udire i passi della mia innamorata, ma l’ululato del vento che soffia nella nebbia cancella ogni rumore. Non è possibile dire in che punto del cielo sia il sole in questo momento. Il cielo è tutto grigio. Faccio ritorno nel corridoio. C’è silenzio. Rotto solo dal rumore delle zanne dei prigionieri alle prese con il loro cibo.

La mia giornata è molto attiva. Lavo i piatti sporchi, pulisco i pavimenti… Di quando in quando afferro di scatto il mitra, mi precipito fuori dalla cucina ed inizio a vagare per i corridoi. I prigionieri, seduti nelle loro celle, non mi degnano nemmeno di uno sguardo. Sono gente semplice, estranea a ogni forma di spiritualità. Hanno preso in mano i loro libri e si sono immersi nelle loro letture quotidiane. Sono dei vecchi assassini e leggono libri polizieschi che ricevono dalla biblioteca della prigione, con le pagine finali strappate (forse apposta) di modo da risparmiare a chi legge il lieto fine del trionfo della giustizia e da lasciarlo godere dell’impotenza degli investigatori alle prese con l’assassino. Ogni mese passiamo con un carrello a raccogliere i ventun libri che poi ridistribuiamo partendo dalla parte opposta del corridoio. A qualcuno capita di ricevere di nuovo lo stesso libro, qualcuno si prende un libro diverso che però ha inevitabilmente già letto. È giocoforza che ognuno di loro conosca tutti i libri della biblioteca. Anche adesso stanno seduti ed i loro occhi chiusi sono abbassati su quelle pagine consunte. Non sanno che la loro ora è vicina? Non sentono l’arrivo dell’alta marea? Se si arrampicassero un poco per raggiungere le inferriate delle alte finestre poste poco sotto il soffitto, vedrebbero l’orizzonte e il mare da una parte oppure i picchi delle montagne dall’altra.

È già mezzogiorno. Un raggio di sole entra improvvisamente dalla finestrella sopra il lavandino in cucina. Mi sbrigo a riscaldare il pranzo. I cani si appartano in qualche angolo remoto e come ogni giorno si accoppiano. È un’abitudine indecente che hanno preso stando in questo carcere. Io, in piedi, immobile, li osservo ed una pena profonda mi riempie il cuore. Anche il pomeriggio lo trascorro lavorando sodo: lavare di nuovo i piatti, pulire i pavimenti, lucidare le porte… Sono il servitore di questi prigionieri, non il loro padrone. Ma quando giunge la sera e l’oscurità riempie l’edificio, al termine del mio lavoro, una dolce stanchezza si diffonde in tutto il mio corpo e di nuovo non riesco a credere di essere il padrone assoluto di tutta la prigione, senza alcun intermediario e nessuno da cui ricevere ordini. Sono io la legge, qui. Con le mani irruvidite dal lavoro quotidiano, afferro il mazzo di chiavi che mi accompagna sempre e mi metto a vagare tra le mute pietre di questo mio grande castello. Cammino a tastoni nel buio con i cani che mi precedono annusando ogni angolo. Quando attraverso il corridoio sul quale si affacciano le celle, noto che gli occhi dei prigionieri sono molto stanchi, come se fossero stati inondati da un torbido mare di tristezza. Probabilmente perché non hanno mosso un solo dito in tutto il giorno. Accendo la debole luce che illumina il corridoio. I detenuti non vengono mai lasciati completamente al buio. Anche di notte tutto è immerso in una luce crepuscolare. Il mio sguardo scorre veloce sulle pergamene ingiallite appese alla porta di ogni cella. Sono le liste ormai sbiadite dal tempo dei crimini commessi da ciascun prigioniero. Sono state affisse per ordine del capo delle guardie affinché, con i loro crimini sempre davanti agli occhi, non ci si lasci prendere dalla pietà, sentimento questo assai rischioso su un’isola sperduta.

Le ore della notte piombano su di me come enormi uccelli neri, sempre più neri. I prigionieri, ancora immersi nelle loro letture, non alzano gli occhi dai libri. Molti di loro sono diventati miopi in tutti questi anni trascorsi a leggere nella penombra, perciò sono costretti a tenersi le parole così vicine agli occhi che le ciglia sfiorano il libro. Ma a chi importa se i prigionieri di questo carcere stanno diventando ciechi? Entro nell’ufficio per compilare i registri della giornata e poi me ne vado lasciandovi rinchiusi i cani, che si sono accucciati tra i diari e le pile di vecchi documenti. Quindi entro nella mia stanzetta, chiudo a chiave la porta alle mie spalle e nascondo le chiavi sotto il cuscino. Accendo una candela e alla sua debole luce disarmo il fucile per pulirlo. La grandine continua a sferzare l’edificio ma non filtra una sola goccia d’acqua. Per tre volte hanno ricostruito quest’edificio, e ogni volta sempre meglio della precedente. Ora lo dovranno ricostruire una quarta. A parte il fischio del vento, il silenzio è assoluto. Esiste forse un silenzio più profondo di questo? Ancora una volta provo una grande gioia. In questo luogo sono completamente solo e isolato dal mondo, è vero, ma la solitudine non mi spaventa perché non si tratta di uno stato d’animo interiore, quanto piuttosto di una condizione fisica che mi è stata imposta per ordine del re. Infine rimonto il calcio di legno sul corpo del fucile mitragliatore che brilla come l’acciaio, e lo depongo sul mio letto, tra le lenzuola. Mi alzo e, senza spogliarmi, vado a coricarmi sul materasso stretto e duro del mio letto, il giaciglio dei carcerieri che non possono permettersi di dormire profondamente. Sulle lenzuola ben tese, sulle coperte ripiegate, sul mitra che giace al mio fianco come un feroce bambino, su ogni cosa è impresso lo stemma reale. Prendo in mano il regolamento e mi metto a leggere. Il mio comandante, il direttore della prigione, non legge più il regolamento. Legge solamente i diari lasciati dai carcerieri nostri predecessori. Ma io so che quei diari non sono altro che dei commentari al regolamento, l’unica cosa veramente essenziale. È per questo motivo che io non leggo altro che il regolamento, procedendo molto lentamente e con la massima concentrazione. Dopo un’ora o due, a causa della stanchezza, le parole incominciano a riecheggiarmi nella testa come un dolce lamento. A mezzanotte mi costringo a chiudere il libro. Non posso continuare a leggere per tutta la notte. Sono un carceriere io, con dei doveri ben precisi. E per poter essere sempre efficiente e lucido nel mio lavoro, ho bisogno di dormire. Spengo la candela e rimango sdraiato al buio con gli occhi sbarrati. Tutto è stato chiuso a chiave. Nessuno potrebbe penetrare nella prigione forzando quelle pesanti porte. Ma chi si aggirerebbe in queste lande desolate?

Al mio risveglio, al mattino, le coperte sono tutte spiegazzate. È tutto a soqquadro. Il mitra è caduto a terra, le chiavi sono andate ad infilarsi in fondo alla federa del cuscino e le lenzuola sono scivolate giù fino al mio sesso, sgualcendosi. Che cosa ho sognato? Preferisco non ricordarlo, e comunque, nemmeno sforzandomi, sarei in grado di farlo. Mi affretto a distendere bene le grigie lenzuola e a ripiegare le coperte. Cancello, quasi con vergogna, il ricordo della notte trascorsa e mi precipito fuori per vedere se sta arrivando l’acqua. I due giorni che precedono l’innalzarsi della marea li trascorro lavorando tranquillamente, come se stessi vivendo in un sogno. Ogni attimo di libertà corro alla finestra per osservare il mondo che c’è al di là delle sbarre. Con mia grande sorpresa mi accorgo che la tempesta si va calmando. Il vento tace e solo una pioggerellina sottile scende dal cielo coperto. Ovunque regna il silenzio. Che il direttore si sia sbagliato? O forse questi sono davvero i preliminari all’alta marea? Quella calma del mare laggiù, in lontananza, potrebbe non significare assolutamente nulla. Poi lentamente rivolgo lo sguardo in direzione delle imponenti montagne che si trovano sull’altro lato dell’isola. Non c’è alcun dubbio: il direttore ed i suoi uomini, che sono partiti per cercare rifugio lassù, devono essere già arrivati. Non mi dispiace nemmeno un poco di essere ancora qui ad aspettare.

Eseguo con molta dedizione le dure mansioni di ogni giorno: sostituisco le ciotole sporche dei miei prigionieri, do da mangiare ai due grossi cani in calore che con le loro lunghe zampe ed il loro passo guardingo mi seguono ovunque, obbedienti e fedeli come degli sciocchi aristocratici decaduti. Alla sera compilo i registri della giornata e butto giù anche qualche riga su questo grigio universo. Di notte, rinchiuso nella mia stanzetta, rimango a lungo immerso nella lettura dell’amato regolamento.

Il secondo giorno sono rimasto stupito e sgomento di fronte all’assoluto grigiore del cielo. C’era molta calma e non è caduta nemmeno una goccia di pioggia. La pianura, assieme a tutto il resto del mondo, era immersa in una quieta attesa. Tutto d’un tratto la temperatura si è innalzata di parecchi gradi, ma il sole non è riuscito ad aprirsi un varco tra la coltre di nubi. Dal mattino, lungo tutto l’arco della giornata, non c’è stato alcun cambiamento nell’intensità della luce. Nel tardo pomeriggio, quando ormai il giorno incominciava a declinare, ho preso con me i cani, ho chiuso a chiave dietro di me porta dopo porta, ho sceso i gradini, ho aperto e poi richiuso il cancello principale della prigione, ho attraversato il cortile quadrato, ho aperto il cancello delle mura esterne e sono uscito dalla prigione, richiudendo alle mie spalle anche quell’ultima porta, come un padrone che chiuda a chiave la porta della propria casa. Non appena si sono trovati nella vastità dello spazio aperto, i cani hanno cominciato a correre all’impazzata. Io mi sono messo a camminare lentamente sulla superficie di quella monotona pianura senza strade né sentieri, una distesa sabbiosa, arida e desolata. Dall’orizzonte del mare è venuta verso di me la sera che avanzava veloce verso l’interno dell’isola, e poi si è fatto scuro. Non soffiava nemmeno una leggera brezza di vento. Mi sono allontanato dalla prigione e, mentre camminavo, le chiavi che portavo appese alla cintura emettevano un debole tintinnio. I cani mi saltellavano intorno, mi precedevano allontanandosi di molto e poi improvvisamente tornavano indietro correndo come pazzi scatenati, mi leccavano le mani e ricominciavano a scorrazzare. Ogni tanto si fermavano indugiando intorno a qualche ignota arenaria e vi schiacciavano contro gli umidi nasi alla ricerca di odori nascosti che sentono solo loro. Dopo un’intera vita trascorsa in questa prigione, hanno goduto immensamente nell’assaporare la libertà, e anch’io ho trascorso alcune ore d’euforia. Camminando in direzione del mare per vedere se stava arrivando l’acqua, mi sono allontanato di molto finché, un po’ per l’oscurità, un po’ per la distanza, la prigione non è diventata che una sagoma confusa. Sarei potuto svanire nella vastità di quella pianura assieme ai due cani smaniosi di correre, e lasciarmi alle spalle quegli sciocchi prigionieri rinchiusi nel silenzio. Visto che possiamo muoverci liberamente all’interno del carcere, camminare lungo i corridoi o vagabondare all’ora del crepuscolo nelle immense distese che ci circondano, si potrebbe credere che noi, le guardie, siamo persone libere, noi. Ma non è così! In realtà siamo anche noi prigionieri, solo che lo siamo di nostra spontanea volontà. Non ci siamo ancora macchiati di alcun delitto, noi.

Forse adesso sarà più facile capire perché improvvisamente ho smesso di camminare attraverso quella pianura senza fine con il mio passo lento e tranquillo, e mi sono fermato. No, non sono ancora riuscito a vedere il mare, ma ho capito che questo luogo arido lo sta aspettando. Calano le tenebre. La prigione non è che una macchia indistinta in mezzo alla pianura, ma so che è parte di me. L’aria caliginosa e dolce riempie i miei occhi di nostalgia. Anche i cani si fermano, si raccolgono intorno a me, smettono di annusare e restano immobili al mio fianco, con le orecchie tese in ascolto. Mi volgo indietro e ritorno sui miei passi. I cani, sorpresi che nel bel mezzo del cammino improvvisamente io torni indietro, dopo un attimo di indecisione riprendono a camminare in direzione del mare fino a quando scompaiono nel buio. Alla fine, però, fanno marcia indietro, mi raggiungono e correndo felici mi precedono sulla via del ritorno, come se non fosse successo niente. Sta tramontando il sole: lo indovino dalle strisce di cielo viola che contornano le montagne proprio davanti ai miei occhi. Quando arrivo alla prigione, le tenebre ricoprono già la terra. Sono felice. Apro il cancello delle mura esterne. Una profonda calma mi pervade. I miei prigionieri sono seduti nelle loro celle completamente al buio ed i libri gli sono scivolati di mano. Stanno aspettando pazientemente che accenda la fievole luce del corridoio. Tutto è rimasto come prima. Non sarebbero capaci nemmeno di pensare alla fuga. Solo adesso capisco quanto sono legato a questo luogo. Con grande fervore ho compilato i registri della giornata.

All’alba, ancora nel dormiveglia, ho percepito lo sciacquio vivace e lontano dell’acqua. Sta arrivando. Il mare, che prima era invisibile, si è fatto strada verso la terra asciutta ed ha iniziato ad avanzare alla velocità di un’inondazione. I cani si sono svegliati irrequieti. Assieme a me scrutano l’orizzonte dalle alte finestre e si mettono ad abbaiare. Per qualche motivo l’acqua li spaventa. Per il momento l’alta marea non appare che come una striscia sottile di color bluastro, quasi che l’orizzonte del mare, che prima non si riusciva a scorgere nemmeno nei giorni di ottima visibilità, stesse venendo da questa parte. Sono acque infide che giungono alla sprovvista e si impossessano rapidamente di tutta la pianura, la quale non oppone loro alcuna resistenza. Ma non sono altro che le avanguardie, queste. Avanzano come un fronte compatto, pronte a sbarazzarsi di ogni singola pietra che incontrano sul loro cammino, e dilagano su tutta la superficie di terra conquistata, ma una volta raggiunte le mura di cinta della prigione, quasi per rispetto, si arrestano. Non sono acque venute per distruggere, ma solo per lambire l’isola, per lambirla dolcemente nello stesso modo in cui uno dei due cani adesso mi sta leccando il braccio per dirmi che ha fame.

Lo allontano con un pugno. Invece di cani feroci ed assetati di sangue, hanno tirato su dei cani sentimentali e viziati, dagli occhi languidi. Dubito che siano capaci di aggredire qualcuno. Talvolta digrignano i denti e ringhiano, ma a parte questo non sanno fare altro. La loro aggressività si è ben presto trasformata in sottomissione e il loro istinto è stato ingabbiato in una sonnolenza che è diventata ormai parte integrante della loro natura.

Si ode dal corridoio il rumore ritmico delle ciotole del cibo sbattute contro le sbarre. I detenuti vogliono il loro pasto. L’avanzare dell’acqua ha distratto per molto tempo la mia attenzione, e adesso è davvero tardi per l’ora della colazione. Anche i prigionieri devono aver sentito il rumore dell’acqua, ma quei rammolliti sono rimasti seduti accanto alla porta delle loro celle senza dare il minimo segno di nervosismo. Nei loro occhi inespressivi non brilla nemmeno un briciolo d’emozione. Io rispetto il loro silenzio e forse loro rispettano il mio. Pare che un tempo non smettessero mai di parlare tra loro ad alta voce, ma con il trascorrere degli anni evidentemente si sono stufati l’uno dell’altro ed hanno iniziato a dirsi solo lo stretto necessario, fino a che ben presto hanno scoperto che l’unica cosa veramente necessaria è il silenzio.

Adesso non c’è alcun legame tra loro se non tramite me.

Non appena il mio lavoro mi permette un attimo di libertà, corro alla finestra a fissare, quasi inebetito, l’acqua che avanza. Con una forza possente il mare sta spostando il suo orizzonte. Le sue avanguardie hanno già aggirato le mura di cinta della prigione e proseguono il loro lungo cammino conquistando, rapide ed inarrestabili, l’intera pianura. Continueranno a dilagare fino a quando non saranno giunte ai piedi delle montagne. Allora lo stupore per quel che prima sembrava solo un gioco si trasformerà in ammirazione e, impotenti e sottomessi, ci arrenderemo alla forza dell’acqua. La prigione è circondata da un mare tumultuoso che avanza senza tregua. Non si tratta più di un filo sottile, ma di una grande mole d’acqua. È il grosso dell’esercito, un corpo compatto che ha trasformato la pianura in un profondo lago. Il livello continua a salire. Ecco, l’acqua raggiunge la sommità delle mura, trabocca formando decine di cascate scintillanti che si gettano nel cortile interno, ricopre le lastre di pietra che lo pavimentano e raggiunge velocemente il muro dell’edificio, lambendone le grigie pietre. Sta tramando complotti sicura della propria vittoria. La mia barca ormeggiata nel cortile ondeggia leggermente a quel carezzevole contatto.

La giornata trascorre rapidamente. Non smetto di scrutare stupefatto l’avanzata dell’acqua. I prigionieri, concentrati nelle loro letture, non alzano nemmeno il capo, mentre a me quello sciabordio, come un debole ma incessante lamento, sta perforando il cranio. Certamente lassù, lontano sulle montagne, non si ode il rumore del mare. Servo la cena ai miei detenuti e una sorpresa mi ferisce al cuore. Perché non alzano la testa? Raccolgo le loro ciotole sporche, lavo i piatti… Questo è già il terzo giorno che non faccio un pasto completo, limitandomi a qualche boccone. La velocità con cui si sta innalzando la marea mi lascia sgomento. Solo e dimenticato dal mondo, vago per i corridoi. D’un tratto sono diventato malinconico. Ho nostalgia di tutta la gente di questo regno che, lontana e spensierata, se la gode all’oscuro di quel che accade qui. Sprofondo nell’autocommiserazione. Disperato mi ritiro in un angolo buio della prigione e piango un poco, ma ben presto i miei occhi si asciugano, ed ecco che ritorno ad essere il carceriere brutale che tiranneggia sui due poveri cani terrorizzati. Quando attraverso nuovamente il corridoio delle celle e vedo che i prigionieri sono ancora piegati sui libri, la mia rabbia esplode e, come se stessi vivendo in un sogno, carico il fucile e faccio partire un colpo che perfora la parete immersa nella penombra. Polvere, fumo ed odore di zolfo si diffondono. I detenuti rimangono agghiacciati, immobili ai loro posti. «Sire, mio signore, io sono qui, in questo corridoio buio e lontano dal mondo. Perché devo superare questa prova?» Ancora una volta le lacrime mi riempiono gli occhi. Quando potrò andarmene anch’io da qui? Ma non è che un turbamento passeggero. Subito mi ricompongo e ritorno alle mie occupazioni. Pulisco il mitra annerito, poi passo per le celle a raccogliere i vasi da notte dei prigionieri e ne verso gli escrementi nel mare che mi circonda.

La notte è fonda e grigia. L’acqua non cessa d’affluire. Il silenzio è infinito, è un grande mondo. La marea che sale non fa che ritornare nei luoghi che le appartengono. Tornerà ancora ad inondare quel che ha già conquistato altre volte. Perché indignarsi se è tornata per percorrere l’antica via? Guardo fuori attraverso le feritoie. L’acqua ha già raggiunto silenziosamente le finestre dei muri esterni. C’è qualcosa di scuro che ondeggia accanto alla parete: è la barca, di cui mi servirò quando giungerà il momento di mettermi in salvo.

E se i prigionieri venissero presi dal panico? Certamente anche loro odono distintamente lo sciacquio dell’acqua e, come me, potrebbero vedere la marea che s’innalza attraverso le finestre delle loro celle. Ma forse sono troppo vecchi per arrampicarsi su per i muri e gli basta guardarmi di sottecchi per scoprire che cosa sta succedendo. Rinchiudo nell’ufficio i cani che mi seguono ovunque, tristi e con la coda tra le zampe, chiudo a chiave il corridoio e lascio accesa la debole luce che lo illumina. Rimango un attimo immobile in ascolto, quindi entro nella mia stanza, chiudo la porta ed accendo una candela. Domani è l’ultimo giorno, non c’è dubbio. Fuggirò e porterò via con me le chiavi. L’edificio si sgretolerà sommerso dal mare e a me rimarranno le chiavi – così come si racconta nelle leggende. Sarà una fuga perfetta, assolutamente perfetta. Certamente il carcere verrà ricostruito ancora una volta dalle fondamenta. Dio non voglia che si rinunci a questa distesa desolata che occasionalmente viene travolta dalla marea facendo perire i prigionieri ormai vecchi. Ma io mi metterò in salvo. Con le chiavi che non appartengono più ad alcuna porta, mi aggirerò per i corridoi del palazzo reale – io, servitore fedele insignito di alte onorificenze nella capitale.

Mi stendo sul letto con ancora indosso i vestiti. Non mi spoglio mai. Prendo il regolamento con l’intenzione di leggerlo, ma ancora una volta vengo sopraffatto dalla commozione. Un piccolo specchio infranto accanto all’armadio riflette l’immagine del mio volto pallido, le nere occhiaie che mi circondano gli occhi, le labbra esangui. Dormo la notte per pura ottemperanza alle disposizioni che si riferiscono al riposo che le guardie carcerarie hanno l’obbligo di rispettare per avere sempre la mente fresca e i riflessi lucidi. La verità, però, è che rimango disteso sul letto con gli occhi sbarrati per buona parte della notte. Afferro il grosso libro e ne osservo le fitte parole. È diviso in capitoli e paragrafi: istruzioni, leggi, regole… Talvolta però ho l’impressione che il legislatore si stia prendendo gioco di me e che in fondo non abbia fatto altro che scrivere una poesia dal significato ambiguo. Non c’è nulla che si riferisca specificatamente all’alta marea, ma forse è sottinteso. La stanchezza mi avvolge. L’immagine dell’insegnante che ci teneva il corso sul regolamento del carcere mi appare di fronte. Era solito indossare degli abiti neri. Un uomo severo, profondo. È stato lui a risvegliare in me quest’amore per le aride parole del regolamento. Sono disteso e deliro. La visione della sua figura rimane fissa davanti ai miei occhi fino a quando la fiamma della candela non muore. Non riesco ad addormentarmi. Lo spumeggiare del mare non mi dà tregua e, non appena mi appisolo, il rumore dell’acqua invade i miei sogni. Improvvisamente nel cuore della notte sussulto e mi sveglio terrorizzato. Apro le porte e vedo che l’acqua è penetrata nel piano inferiore, inondando le stanze. Mi trascino lungo il corridoio. Vedo i detenuti accovacciati sui loro sgabelli. Alcuni di loro leggono alla fioca luce che illumina le celle, alcuni si sono addormentati sui libri. C’è sempre qualcuno che è sveglio, che sorveglia gli altri e che avverte in caso di necessità. Talvolta sono preso dal desiderio di entrare in una delle celle e di mettermi a sedere anch’io su uno sgabello, in pace con me stesso, chino su un libro.

È mattina. Oggi è il giorno della fuga. L’acqua avanza stancamente e valica i gradini. Sento la testa pesante. Percorro il corridoio, mi arrampico per raggiungere la finestra e costernato guardo fuori. Sotto la coltre grigia del cielo si stende un mare altrettanto grigio, sopra al quale aleggia una nebbia sottile. Siamo in mezzo al mare. La distesa d’acqua che avanza nel suo cammino verso i monti ha sommerso l’intera pianura. Durante la notte il livello del mare si è alzato di un intero piano ed ora la barca galleggia sciabordando contro le finestre. Non mi resta che scavalcare una delle finestre e saltar fuori.

L’acqua ha un odore intenso che mi intossica. Sta penetrando nell’edificio per venire a raggiungermi, così abbondante, così strana, così ambigua. Scendo i gradini fino a quello dove non è ancora arrivata l’acqua. I cani mi seguono con circospezione. Di quando in quando scivolano, tengono le orecchie piegate all’indietro e leccano l’acqua. La smania che li attanagliava un tempo è ormai scomparsa. Le ore del mattino trascorrono veloci mentre sono impegnato nella pulizia della prigione e nei preparativi per la fuga. Non intendo portare con me niente all’infuori dei due cani, del mio fucile e ovviamente del regolamento, affidatomi da un funzionario del regno il giorno in cui ho terminato il corso, assieme a questo prestigioso incarico. I cani capiscono che è ormai giunto il momento di mettersi in salvo e quindi non si allontanano mai da me. La marea avanza adesso con una lentezza estrema. La rapida conquista è ormai terminata ed ora l’acqua non fa che assestare la sua posizione sull’intera superficie della pianura. Prima o poi, comunque, inonderà l’intero edificio. Ecco, si è già formata una piccola pozzanghera (e non si riesce a capire da dove esattamente sia filtrata l’acqua) sulla soglia del corridoio. A mezzogiorno distribuisco ai carcerati tutto il cibo rimasto. È meglio morire annegati piuttosto che di fame.

Dopo pranzo mi rinchiudo nell’ufficio con i registri della giornata. Non riesco a ricordare quel che ho scritto, ma so di essere rimasto seduto alla scrivania per molto tempo e di essere stato assalito da una profonda commozione nel momento in cui sono riuscito a trovare le parole adatte. Adesso lucido e strofino ogni angolo di questo carcere e ripongo ogni oggetto al suo posto. In realtà qui ha sempre regnato un ordine esemplare, ma anche quell’ordine potrebbe sembrare solo apparenza in confronto alla rigidità delle disposizioni che il regolamento imporrebbe. Lancio una rapida occhiata attraverso le finestre, sui vetri delle quali si è formato un lieve strato di condensa, e capisco che il buio scenderà presto sulla distesa del mare. Ma non ho fretta. Anzi, è meglio abbandonare questo luogo a notte fonda.

Tiro fuori dall’armadio della mia stanza l’abito nero sulla cui fodera sono impressi gli stemmi reali. È l’alta uniforme per le solenni occasioni, come ad esempio un’esecuzione capitale. L’uniforme è un po’ spiegazzata, ma ancora nuova. Non l’ho più indossata dal giorno in cui ho terminato il corso. Mi tolgo la divisa di servizio sporca e passeggio nudo lungo il corridoio, sotto gli occhi dei detenuti. Non provo vergogna. Lavo il mio corpo come di consueto con l’acqua fredda che sgorga dal rubinetto, poi ritorno nella mia stanza ed indosso gli abiti puliti, stirandone un poco le pieghe, mi allaccio gli stivali ed eccomi pronto per il mio viaggio nella notte. Accenderò la torcia e remerò nell’oscurità.

L’acqua ha ormai sommerso anche l’ultimo gradino e così mi trasferisco al secondo piano come se fossi un ospite che si sente a casa propria. Improvvisamente un rigagnolo d’acqua fa breccia e traccia una linea prudente e cieca lungo il corridoio, scorre incerto nella scanalatura tra una piastrella e l’altra fino a quando viene a scontrarsi con la parete. Fra poco io e l’acqua ci stringeremo la mano bagnata e fredda in segno di addio. Com’è strano vedere qui, in questo buio corridoio, la marea che prima appariva così lontana. È giunto il momento di mettersi in salvo. I cani felici mi girano intorno come trottole e sbattono le loro code sul pavimento. Anche loro sono eccitati perché ritroveranno presto il loro piccolo padrone. Indosso la mia giubba. Lego i cani alla mia cintura con i loro corti e resistenti guinzagli, appendo il mazzo di chiavi alla fibbia, mi metto in spalla il fucile mitragliatore e tengo stretto nel palmo della mano il regolamento. Non posso negare che mi dispiaccia lasciare questa buia prigione, sommersa ormai quasi completamente. Per tre giorni sono stato il sovrano assoluto di questo luogo e mi sono affezionato ai suoi lunghi corridoi.

Lentamente passo in rassegna cella per cella. Le chiavi producono un sordo tintinnio. È l’ultima ispezione che faccio ai miei prigionieri. Loro non alzano nemmeno la testa. Alcuni si sono assopiti. È forse in questo modo che vogliono accomiatarsi da me? Non si muovono. Rimangono immobili in quella stessa posizione di sempre, con la tranquillità di vecchi veterani, abbarbicati sugli sgabelli, con quelle loro divise a strisce che, al confronto con il mio solenne abbigliamento, evidenziano ancor di più il grigiore di questo luogo. Vengo praticamente trascinato dai cani che sono ancora legati alla mia cintura. Uno dei detenuti digrigna i denti. Chi è? Li fisso ad uno ad uno con occhi furiosi e lui ammutolisce. Sono veramente così apatici, oppure è solo apparenza? Li sto per abbandonare. Immagino la piccola scialuppa che solca velocemente il mare diretta verso i monti e quest’edificio abbandonato con i suoi detenuti rinchiusi nelle loro celle mentre l’acqua irrompe. Tutto ciò che lascio qui rimarrà abbandonato a se stesso. Osservo attonito il piccolo libro che stringo nella mano, un distillato di regole raccolte dai quattro angoli del mondo, concentrate in quest’opuscolo ora costretto insieme a me all’esilio da questo luogo.

«Terra di nessuno», penso ed improvvisamente vengo scosso da un tremito.

Mi fermo e con uno strattone tiro indietro i cani che sbuffano, ansiosi di scappare. Tutti gli altri carcerieri si sono già messi in salvo ed hanno affidato questo luogo alle mie mani. Adesso che me ne andrò anch’io, a chi affiderò la prigione? Per un istante provo il desiderio di lasciare qui l’amato regolamento, in mezzo al buio corridoio, nel centro del carcere che è sommerso dall’acqua, ma so che verrà travolto come qualsiasi oggetto inanimato. D’un tratto le pareti mi appaiono vuote, spoglie. Fisso lo sguardo sulle teste abbassate dei prigionieri e me li immagino erompere in atroci lamenti, demolire le porte delle celle, tentare di aprirsi un varco in cunicoli nascosti, distruggere con furia cieca l’edificio che sta crollando, infrangere il silenzio, quel silenzio conquistato in lunghi anni di duro lavoro.

«Potrei strappare le pagine di quel piccolo libro ed appiccicarle alle pareti, oppure fonderle nell’acciaio delle sbarre, o ancora mescolarle nel cibo destinato ai prigionieri, ma sarebbe tutto inutile, non servirebbe a nulla…», rifletto desolato. I detenuti si accorgono della mia esitazione. Meravigliati, corrugano la fronte: «Che cosa ci fa lei ancora qui?». I nostri sguardi si incrociano. Una lunga fila di piccole lanterne balugina di fronte a me. C’è forse qualcuno tra loro che è degno di vedersi affidato il regolamento?

Mi basta riflettere un istante per prendere una decisione coraggiosa, degna di un rappresentante del potere in questa prigione. Al solo pensiero mi viene da piangere. Tiro fuori le chiavi sepolte sotto la mia cintura, sollevo il fucile mitragliatore che è al mio fianco e lo carico. Quindi torno indietro ed apro tutte le celle, una dopo l’altra. I chiavistelli cigolano attoniti. Sembra quasi che anche i cani siano scossi da questa mia azione improvvida. Ora le porte non sono più sprangate. Ventun pesanti porte d’acciaio. Con la canna corta del mio mitragliatore domino l’intero corridoio. Ordino perentoriamente di uscire. Le porte scricchiolano e si aprono. Escono. Molti di loro sono di alta statura. Le loro teste rasate sono chine. I cani li annusano ed un tremito di odio li assale. L’odore dei crimini che hanno commesso impregna ancora i loro vestiti. Con molta difficoltà riesco a trattenere i cani tirandoli indietro per i guinzagli, in modo che non aggrediscano i detenuti. Poi, in lunga processione passano tutti sotto ai miei occhi, camminando a piedi nudi nelle pozzanghere d’acqua. Salgono i tre scalini che conducono all’ufficio. Quelle carogne non si sono scordate di prendere i libri, nel caso le mie chiacchiere li avessero annoiati.

Mi metto alla scrivania e mi siedo sulla poltrona come se fossi io il direttore del carcere. I due cani, ancora legati alla mia cintura, aspettano sospettosi uno alla mia destra ed uno alla mia sinistra. Il mitragliatore è appoggiato sul tavolo con la canna puntata in direzione dei prigionieri. Solo che al posto di una guardia giovane e nervosa, sfilano davanti a me ventun folli prigionieri dallo sguardo spento. Con i loro corpi riempiono l’intero spazio del piccolo ufficio. Mi circondano. L’odore di sudore sale alle mie narici. Un miasma insopportabile. Faccio luce con una lampada ad olio che reggo sopra al mio capo. Le pareti si affollano di lunghe ombre. Apro il regolamento. Da quale punto vale la pena incominciare? Glielo posso forse insegnare tutto? Ogni paragrafo è collegato all’altro e non v’è regola che sia valida di per sé, per cui devo iniziare dal principio. Con voce limpida, piena d’entusiasmo, leggo di fronte a loro le prime norme del regolamento, che sono le più semplici. Non tento nemmeno di darne loro una spiegazione. Faccio affidamento sulla forza delle parole. Mi resta poco tempo. Poi dovrò andarmene per non mettere in pericolo la mia vita. Ho la sensazione che quel pubblico sbalordito dinanzi a me mi stia ascoltando. Una grande euforia anima la mia voce. Tutto ciò che voglio è che capiscano la legge che li abbandona al proprio destino. Le mie dita voltano le pagine una dopo l’altra. Leggo con molta enfasi, quasi drogato dalle parole. Il tempo passa. Loro si sono rilassati ed hanno smesso di ascoltarmi. Cercano le pareti alle loro spalle per potersi appoggiare. Alcuni addirittura osano abbassare lo sguardo sui libri e continuare le loro letture. Io li ignoro ed accelero il ritmo. Non mi azzardo a sollevare gli occhi dal regolamento per non vedere l’assoluta indifferenza che mi circonda. So che leggo così velocemente che non possono recepire il messaggio, ma preferisco affrontare il maggior numero di regole possibile. Ed in fin dei conti, non riuscirebbero a capire molto neanche se leggessi più lentamente. Continuo a leggere con tono entusiasta. Trascorre un’ora intera. Il braccio che regge la lampada ad olio si sta a poco a poco afflosciando per la stanchezza e la mia voce si fa più rauca e flebile. I cani crollano a terra. Inizio a saltare intere colonne alla ricerca, adesso, solo di quelle norme che mi sono più care, ma le frasi si aggrovigliano ed il senso diviene sempre più oscuro. Arrivo a delle regole che suonano strane persino a me. M’impappino. La fiamma della lampada si assottiglia. I prigionieri continuano a rimanere silenziosi di fronte a me, una massa informe e scura. Si ode già il russare di qualcuno che si è evidentemente addormentato in piedi. Le lettere svaniscono nell’oscurità ed io sono costretto a rimpiazzare le parole mancanti con la forza della mente. Mi metto rapidamente a legiferare delle nuove regole. Non noteranno certo la differenza. Alla fine, quando ormai la mia voce è spezzata, anche la fiammella della lampada si spegne. Alzo gli occhi.

I detenuti non reagiscono. Balzo in piedi e vado ad esaminare i loro volti. Solo adesso mi accorgo che le labbra di alcuni di loro sono tirate e tremano. Per un istante quei vecchi m’ispirano pietà alla vista della loro vecchiezza, ma subito dopo ci ripenso, mi precipito alla porta e bisbiglio loro un ordine. Sfilano davanti a me compatti, uno dopo l’altro. Con il capo chino, scendono i tre gradini del corridoio e vengono inghiottiti silenziosamente nel buio delle loro celle. Obbediscono docilmente alla canna del mitragliatore che è puntata verso di loro. Io, che vengo per ultimo dietro a loro, mi fermo all’inizio del corridoio sommerso dall’acqua e rimango in ascolto. Li sento trascinare gli sgabelli e sedersi. Ora chiuderò a chiave le porte delle celle e mi metterò in salvo. Che cosa ho fatto? Ma è ormai troppo tardi. Allungo la mano verso la cintura per prendere le chiavi, ma non le trovo. Frugo come un pazzo in ogni tasca della giubba, rivolto tutti i vestiti, mi chino a terra, ma il pesante mazzo di chiavi è sparito. Cerco nel corridoio sul quale si affacciano le celle. Il silenzio regna profondo. L’acqua accarezza i miei stivali.

Mi hanno rubato le chiavi. Sconvolto, in preda al panico, torno indietro, salgo di nuovo gli scalini ed irrompo nell’ufficio. Mi trascino dietro i cani ancora legati alla mia cintura. Mi metto di nuovo a cercare sul pavimento nel punto in cui mi sono fermato, setaccio la scrivania, ma tutto invano. Mi volto ed afferro il regolamento che è rimasto sul tavolo. Non c’è dubbio, me le hanno rubate.

Torno immediatamente nel corridoio superando con un volo i tre gradini. Stringo in mano il mitra. «Se troverò le porte delle celle spalancate, giuro che li sterminerò tutti fino all’ultimo!». Ma quando arrivo, mi fermo all’entrata, e scopro un silenzio di tomba. Nessuno è uscito dalla propria cella. Sì, sono ancora tutti rinchiusi là dentro, quegli esseri malvagi! Non mi piacciono per niente e nemmeno io piaccio a loro. Non posso avanzare lungo il corridoio per vedere se per caso mi sono cadute all’indietro. Quindi, non avendo scelta, rimango immobile sulla soglia, teso come una corda di violino, con la mia arma stretta in pugno. Loro rimangono muti. Non posso sapere chi ha con sé il mazzo di chiavi che sto cercando. È davvero sorprendente come siano riusciti a complottare tra loro senza scambiarsi una parola, ma solo attraverso muti gesti. Passa un’ora. Ne passano due. Mi appoggio al muro ed i cani si accucciano ai miei piedi. Non posso dire di essere infelice. Al contrario, quest’inaspettata esperienza ha d’un tratto acceso in me una certa eccitazione. Sono ancora molto determinato a non lasciarmi prendere dallo sconforto. In vita mia poche volte sono stato messo alla prova. Ogni nuova esperienza non farà che rafforzare il mio spirito. Mi sono scordato della barca che ondeggia accanto alle finestre e mi sono scordato delle montagne verso le quali stavo per salpare. Rimango in piedi, vigile, con gli occhi spalancati. Anche i due cani tendono le orecchie e mi sorvegliano. Potrei mettermi a gridare degli ordini che riecheggerebbero in questo spazio buio, ma nessuno mi ascolterebbe. Non voglio mettermi in ridicolo in un momento delicato come questo.

È meraviglioso che l’acqua affluisca adesso così adagio. Allungo un poco il guinzaglio ai cani che immediatamente si stirano le zampe per scioglierle dal torpore e goffamente salgono i tre scalini alla ricerca di un luogo asciutto dove accucciarsi. I loro occhi riflettono tristezza. Non si sono mai affezionati a me, ma questa volta li ho palesemente delusi. La mia apprensione aumenta di attimo in attimo. Non voglio abbandonare il mio posto perché temo che i prigionieri facciano irruzione e assumano il controllo di tutto l’edificio. Non voglio procedere lungo il corridoio perché temo di venir colto alle spalle. Le ore della sera scorrono rapidamente, ma non mi rendo nemmeno conto del tempo che passa. Sento i morsi della fame quando i detenuti iniziano a rosicchiare il cibo che ho distribuito loro. Verso mezzanotte le gambe cedono ed io scivolo a terra. Alla fine l’acqua è riuscita a raggiungermi. Sono seduto sul pavimento e la mia divisa nuova si macchierà di quest’acqua nera. La canna del mitra, però, è ancora diligentemente puntata in direzione delle celle. Devo ammettere che sono ormai allo stremo delle forze. Per un attimo penso che dovrei rialzarmi in piedi e passare di cella in cella e ucciderli tutti, uno ad uno, ma non riesco a farmi venire in mente alcuna regola che giustifichi, anche vagamente, un gesto del genere. Sono una guardia carceraria io, ed in quanto tale ho l’obbligo di adempiere il mio dovere fino in fondo, anche a costo della morte. Sento le palpebre pesanti come macigni. Io, che ho sempre saputo dominare così bene il bisogno fisico di dormire, adesso crollo a terra in ginocchio per la stanchezza. Perfino i cani si sono assopiti accanto a me. Mi hanno spinto contro il muro e si sono distesi occupando tutta la superficie disponibile del pavimento. La loro tensione emotiva si è ormai dissolta e stanno accucciati in una strana posizione. Ansimano con il muso schiacciato a terra ed hanno allungato le zampe. Emanano davvero un cattivo odore. «Ma io sono ancora sveglio, Sire! Sono sveglio, quaggiù in questo carcere sperduto, sommerso dal mare». Sono svegli anche i detenuti? Certamente. Fanno tutto ciò che faccio io. Dipendono da me. Stanno solo aspettando il momento in cui crollerò. Per non addormentarmi inizio a ripetere e a declamare sotto voce i paragrafi del regolamento. Il mio cervello stanco, però, riesce a ricordare solo le prime norme, le più semplici, quelle fondamentali. D’un tratto mi viene l’idea di racimolare le ultime mie forze, di alzarmi e di scappare da qui, ma ho ancora l’energia sufficiente per scacciare immediatamente questi pensieri, frutto di un attimo di debolezza.

Il sonno leggero che si è impossessato dei cani sta contagiando anche me. Chi avrebbe mai immaginato che mi avrebbero abbandonato così vilmente nel momento del bisogno? Tento di gridar loro qualcosa, di picchiarli, ma non riesco ad emettere alcun suono. Ho perso qualsiasi controllo su di loro. Cado. Affondo. Non devo dimenticare che mi trovo in mezzo al mare e che l’acqua mi avvolge con la sua infinita dolcezza. Ho come la sensazione che il corridoio sia affollato di ombre vorticanti. Tutto si mescola di fronte ai miei occhi smarriti. Sto forse dormendo? Le mie dita non hanno allentato la presa. Questo lo so. Potrei anche piantarmi una pallottola in testa, ma che cosa risolverei? È forse questo che ci si aspetta da me? È stato forse questo ad impedirmi di fuggire verso i monti?

Il mitra cade a terra. Adesso la canna è rivolta al pavimento ed io non ho più nemmeno la forza di risollevarlo. Tiro su il braccio per vedere che ore sono, ma anche dopo aver guardato le lancette non riesco a capire. Ora è tutto chiaro. Sto dormendo. Sto sognando. La mia anima è uscita dal corpo e adesso vaga per il corridoio buio davanti a me. Le ombre si separano di fronte ai miei occhi.

È l’alba. Le porte delle celle sono aperte. L’acqua ritorna ad essere grigia. La marea continua a salire lentamente, in modo quasi impercettibile. Ma forse non è che un breve intervallo, un attimo di tregua pietosamente concessomi. Mi assopisco e poco dopo riprendo conoscenza, ricasco nuovamente e mi risveglio. Qual è dunque la prova che non sono riuscito a superare? Solamente quella di resistenza al sonno.

Semioscurità, ombre, rumore dell’acqua, scalpiccio di passi… Tutto è perduto. In sogno vengo aggredito ancor prima che ciò accada realmente. Carne, sangue… Le loro mani tremano, deboli per la notte trascorsa insonne e per i molti anni trascorsi in attesa. Tante e tante mani nodose e fredde mi toccano. Mi stordiscono con pugni non molto violenti e che non mi fanno troppo male. Sono deboli. Con le loro misere forze mi strappano il fucile mitragliatore di mano e mi trascinano, ormai privo di sensi, lungo il corridoio, mi sollevano e mi gettano in una delle celle. Me e i due cani che attoniti mi seguono. Attraverso la finestrella che si apre tra le inferriate della porta, mi gettano dentro beffardamente il regolamento e poi chiudono a chiave con il mazzo che mi hanno rubato.

Mantengo la calma e cerco di considerare i lati positivi della situazione in cui mi trovo. Non fate caso alle lacrime che mi riempiono gli occhi! Non sono dovute all’angoscia, ma all’età. Il dolore per le botte è ormai scomparso. Il fatto di esser stato imprigionato non mi fa paura. Non sono attanagliato dalla disperazione. Forse proprio in questo luogo riuscirò a comprendere il significato profondo delle norme. Solo qui riuscirò a capire l’importanza della prigionia secondo la morale di questo regno. Sono ancora giovane io, e ho bisogno di approfondire e di fare intimamente mio il regolamento. Questa muffosa cella umida e il freddo del mattino… Capite quel che intendo dire?

I prigionieri evasi corrono per l’edificio presi dal panico. Non parlano. Comunicano tra loro soltanto con qualche grugnito. Infrangono il vetro di una finestra per cercare di raggiungere l’imbarcazione. Si odono delle grida. Stanno litigando per conquistarsi i pochi posti disponibili. Alcuni di loro si sono gettati in acqua ed ora urlano perché stanno annegando. Sono prigionieri da sempre e, anche se forse in gioventù sapevano nuotare, l’hanno dimenticato durante i lunghi anni trascorsi in cella. Dai rumori che giungono fino a me, capisco che la barca è stata strappata dai suoi ormeggi, ma poiché nessuno di loro sa come far partire il motore, lo gettano in acqua e si mettono in viaggio a remi sulla piccola barca stipata all’eccesso.

Non penso più a loro.

Sì, mi sono addormentato e al mio risveglio il sole è alto nel cielo. Un silenzio irreale circonda il carcere vuoto. La marea ha cessato di alzarsi. I gorgheggi gioiosi degli uccelli riempiono i miei sogni. Ancora una volta mi sento felice. Il livello dell’acqua si è stabilizzato. Con mio grande stupore questa volta non è stata una marea distruttrice. Gli uccelli sanno che il pericolo è ormai scampato e che possono tornare al loro nido, al contrario degli esseri umani, convinti che io sia già salpato con la barca e stia facendo rotta verso i monti.

Mi getto sul sudicio materasso della cella. La quantità di cibo che mi rimane sarà sufficiente per alcuni giorni. Mi metto a sedere sullo sgabello ed inizio a leggere il regolamento. Solo adesso mi rendo conto della grandezza d’animo del legislatore che lo ha scritto in forma di componimento poetico, in modo che lo si possa leggere canto dopo canto, per trovare sollievo e vera pace e sentirsi vicini a tutto ciò che ti è lontano. I cani che sono con me, però, quei due poveri cani, sono irrequieti e camminano incessantemente lungo il perimetro della cella, con il muso chino alla ricerca di una via d’uscita, una via di scampo. Non badano l’uno all’altro. Sono concentrati unicamente sul desiderio di fuggire. Il loro istinto di libertà ha prevalso, ma io che cosa posso farci? Non posso in nessun modo farli uscire da qui.

Credevo di essere riuscito a trovare la pace, ma non è così. I cani mi girano intorno come impazziti, occupando tutto il limitato spazio della cella con le loro moli ingombranti. Nonostante mi sia raggomitolato in un angolo, continuano a scontrarsi con me nel loro irrequieto scorrazzare. Talvolta addirittura puntano diritti nella mia direzione, mi si gettano disperatamente addosso con tutto il corpo, appoggiano le zampe sulle mie spalle, mi leccano il viso con la loro lingua bavosa, mordicchiandomi di tanto in tanto timidamente qua e là. Hanno gli occhi tristi. Sembra che stiano piangendo. Chiudo allora il libro e gli accarezzo il muso. Tutto il calore umano che mi è rimasto, lo dono a loro.

Tuttavia non si quietano. Ogni tanto si gettano contro le sbarre della porta ed esplodono in lunghi guaiti, forse per chiamare il loro padrone. Quegli strazianti ululati fanno tremare il mio cuore. Ma i miei guaiti, chi li farà giungere al mio Sire?

I cani tornano nuovamente da me e mi circondano. Quei due cani così disciplinati, ora, affamati e chiusi in trappola, sono ritornati ad essere delle bestie selvatiche. E se si rivoltassero contro di me? Offro loro del cibo – alcune fette di pane stantio e del pesce salato. È tutto quel che ho. Lo annusano, lo masticano un po’ e lo sputano schifati. Non è questo il cibo che va bene a loro. Mi balzano addosso ancora una volta, a me, il provvisorio padrone che loro odiano. Mi mordicchiano con delicatezza, leccano il sangue delle mie ferite come ubriachi. Un nuovo forte istinto scuote le loro mandibole. Tento di legarli, ma riescono a liberare la testa dai collari. Cerco allora di calmarli con tutta la pazienza possibile. Provo pena per loro. Le lacrime mi offuscano la vista.

L’intero universo brilla, splendente più che mai. L’acqua è come uno specchio, una distesa piatta ed immobile su cui si rifrangono gioiosamente i raggi del sole. Basta la stretta fessura della feritoia per capire l’immensità dell’universo. Da un orizzonte all’altro non si vede anima viva. Lassù, sulle montagne, sono certamente convinti che il mare abbia ormai inondato l’intera prigione. Nessuno penserà che l’ultima guardia carceraria rimasta qui sia rinchiusa come un delinquente, e sia ancora in vita. I cani mi fanno male, ma il dolore è ancora molto dolce. Ecco, a quanto sembra è questa la mia ultima prova. Ma non è terribile.

(traduzione di Claudia Lorenzini)

Credit immagine: ANSA/LUCA ZENNARO

 

 

 

 

 

 

 



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