Medici Senza Frontiere, 50 anni di umanità. Intervista a Claudia Lodesani

Nel 50° anniversario della fondazione della ong, parla la presidente di MSF Italia: “In questi 50 anni siamo cambiati, siamo più specializzati e possiamo rispondere meglio alle emergenze”.

Valerio Nicolosi

Il 22 dicembre ricorrono i 50 anni dalla fondazione di Medici Senza Frontiere, una delle più grandi organizzazioni non governative al mondo. In cinque decenni ha operato in emergenze umanitarie causate da guerre, carestie, epidemie e catastrofi naturali. Per fare un bilancio del lavoro di MSF abbiamo intervistato Claudia Lodesani, presidente di MSF Italia.

Presidente ci racconta com’è cambiata MSF in questi 50 anni, soprattutto attraverso il cambiamento dei vostri interventi in tutto il mondo?
MSF nasce in un piccolo garage di Parigi dove medici e giornalisti si incontravano, quindi direi che prima di tutto sono cambiate le dimensioni: siamo diventati più grandi e abbiamo avuto la possibilità di specializzarci. All’inizio lo spirito era quello del volontariato tipico degli anni ‘60, un altro mondo rispetto a ora. Oggi siamo tutti professionisti e questo ci consente interventi più mirati e di rispondere meglio ai cambiamenti e alle nuove emergenze.

A che tipo di cambiamenti dovete far fronte quando siete sul campo?
Tanti, perché purtroppo non c’è solo la parte medica. Dieci anni fa nessuno avrebbe pensato che saremmo stati oggetto di attacchi per le operazioni di soccorso in mare, eppure è accaduto. Così come gli attacchi in zone di conflitto al nostro personale o ai nostri ospedali. Essere professionisti e più strutturati ci permette di organizzarci meglio, pur mantenendo fede ai nostri principi di neutralità ed etica medica.

A proposito di criminalizzazione: quanto ha pesato il cambio di atteggiamento dei governi nei confronti del mondo umanitario? E quanto hanno pesato le accuse che vi ha rivolto la magistratura siciliana nel 2017?
Non ce lo aspettavamo e non potevamo assolutamente prevederlo. Direi che c’è stato un misto di stupore e di rabbia per quelle accuse, perché noi in Italia lavoravamo nel settore della migrazione da quindici anni, così come in Grecia. Avevamo progetti anche a Parigi e in tutta la Francia, abbiamo sempre collaborato alle fasi di sbarco dei migranti e dal 2015 collaboravamo con la Guardia Costiera italiana ai soccorsi in mare, questo lo sottolineo sempre perché davvero siamo passati dalla collaborazione quotidiana sul campo alle accuse e alle inchieste. Come potevamo aspettarcelo?

E oggi come sono i rapporti con i governi? Che margine di manovra avete?
Ne abbiamo poco, le maglie sono strette e facciamo fatica a parlarci. Non solo con quello italiano ma in tutta Europa, facciamo una gran fatica anche perché la criminalizzazione ha creato un danno d’immagine grandissimo, non solo a MSF ma a tutto il mondo umanitario.

E in mezzo ci sono i migranti…
Il danno è soprattutto a carico loro. Se le navi non operano chi ci rimette sono i migranti in mare e poi c’è la tendenza a sminuire le ragioni del viaggio, del motivo per cui sta scappando da guerre, carestie o epidemie. Si parla molto dei cambiamenti climatici ma non altrettanto che molte persone migrano per questo motivo. Si viene criminalizzati in quanto migranti, senza sapere le ragioni del perché lo si è.

In Grecia gli hotspot sono delle vere e proprie prigioni: secondo la vostra esperienza è il progetto pilota per tutta Europa?
È un modello fallimentare ed è sotto gli occhi di tutti: non c’è acqua corrente, non ci sono bagni e le donne partoriscono nei container o nelle tende. Noi denunciamo queste condizioni perché l’Europa non può permettere che le persone vivano così, senza una prospettiva e un futuro solo perché migranti.

Cambiamo zona del mondo, andiamo in America: il suo ultimo viaggio è stato a Haiti dove un terremoto ha complicato una situazione politica già molto delicata. Cosa può raccontarci?
Sono stata ad Haiti la prima volta sedici anni fa e nelle volte successive ho visto il paese deteriorarsi sotto ogni punto di vista: a giugno hanno ucciso il presidente Jovenel Moïse ma erano già in una crisi politica profonda. Il terremoto di agosto ha peggiorato la situazione e ora la capitale è in mano alle bande armate che hanno approfittato del vuoto politico e del discredito che ha tutta la classe dirigente, storicamente corrotta.
Io sono arrivata subito dopo il terremoto e il nostro team ha aperto un ospedale pediatrico d’emergenza e ha sostenuto gli ospedali e i loro reparti di chirurgia. All’inizio riuscivamo a lavorare mentre ora è così difficile muoversi a Port-au-Prince che non riusciamo a portare avanti i progetti fuori città e non riusciamo ad avere carburante per i generatori degli ospedali. Questa è una crisi umanitaria che nel mondo si conosce poco ma che io metto tra le prime quattro nel mondo insieme all’Afghanistan, allo Yemen e al Tigray.

Andiamo in Africa e parliamo di un’altra crisi che avete affrontato in prima linea pochi anni fa: Ebola. In Europa è stata poco raccontata ma forse per voi è stata propedeutica per il Covid. Che cosa vi ha lasciato quell’esperienza?
Premetto che c’è una differenza tra i due virus: l’Ebola si trasmette con meno facilità del Covid ma ha una mortalità maggiore del 70%, mentre il Covid si diffonde più velocemente ma la mortalità è del 2%.
Quell’emergenza è durata a lungo e credo che ci abbia lasciato principalmente due cose: la prima è il contrasto della trasmissione del virus, quindi la protezione dello staff e la rigida organizzazione degli ospedali per evitare la trasmissione delle infezioni. Noi l’8 marzo 2020 abbiamo iniziato a lavorare a Lodi e insieme ai colleghi dell’ospedale abbiamo riorganizzato la gestione degli spazi per prevenire la diffusione del Coronavirus all’interno.

E la seconda?
La seconda non è solo un insegnamento dell’Ebola ma di tutte le grandi epidemie come Colera o Morbillo: la medicina del territorio è fondamentale e gli ospedali ci sono per i casi più gravi, che sono sempre una minoranza, mentre tutti gli altri casi devono essere seguiti dalla medicina del territorio per essere curati meglio. Questo nel Covid non è stato capito e i medici di base e i presidi territoriali non sono stati implementati. Io dico sempre che in un’epidemia la maggioranza dei miei pazienti sono quelli fuori dagli ospedali.

In chiusura ci fa un bilancio di questi primi 50 anni?
Sono talmente freschi che non saprei! (ride). Sicuramente c’è il Nobel per la pace, è stato bello riceverlo. Oggi abbiamo più forza nel trattare con le autorità in contesti difficili, abbiamo tanta esperienza e la stiamo applicando in diversi settori: dai pannelli solari negli ospedali, alle stampanti in 3D per le protesi, fino alla telemedicina.

E quali saranno le sfide che affronterete nel futuro?
La prima è senza dubbio il cambiamento climatico che porterà con sé una serie di problemi, dall’aumento dei vettori dei virus alle migrazioni per siccità e carestie. E proprio le migrazioni saranno un grande tema del futuro e non come lo sono adesso ma in proporzioni maggiori. E se i governi non decideranno di affrontarle in modo organico e complessivo, dal paese d’origine all’accoglienza, perderemo questa sfida.



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