Naufragio di Cutro, un anno dopo: perché fu strage di Stato

Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 a poche decine di metri dalla costa di Steccato di Cutro, in Calabria, un’imbarcazione partita dalla Turchia naufragò. Nell’incidente morirono 94 persone, mentre il numero dei dispersi è ancora ignoto. In questi casi spesso si parla di tragica fatalità ma il naufragio di Cutro può essere considerato una strage di Stato alla luce delle politiche italiane ed europee sull’immigrazione, non basate sull’accoglienza ma sul contenimento.

Giovanna Cavallo

Steccato di Cutro, un naufragio che ben presto diventa una strage. Un’inchiesta penale che è tuttora in corso e che ha portato sotto indagine l’intera catena di comando militare, italiana ed europea.
In questi giorni si ricorda il primo anniversario di quella strage ed è necessario prendere parola per ricostruire, innanzitutto, il bilancio delle politiche italiane ed europee che ne furono a causa ma che ne costituiscono anche la mancata risposta. Dopo il naufragio di Cutro si discute in Italia e in Europa di come respingere i sopravvissuti senza provvedere con una politica di ingressi legali e colpevolizzando e criminalizzando i migranti.

Lo smantellamento del diritto d’asilo e dell’accoglienza
All’indomani di quella tragedia si è abbattuto come una scure il Decreto Legge 20/23 approvato dal Consiglio dei Ministri con il quale sono stati esclusi i richiedenti asilo dall’accoglienza nel SAI, ossia dal Sistema di Accoglienza e Integrazione gestito dai Comuni attraverso appositi progetti di accoglienza diffusa, ad eccezione delle apposite categorie di richiedenti asilo definiti vulnerabili dalla legge. Da allora migliaia di persone sono state escluse dalla platea dei beneficiari dei servizi di welfare, come l’orientamento al lavoro e la formazione professionale, dall’assistenza psicologica, ai servizi di orientamento legale, questi ultimi eliminati anche nei centri governativi di prima accoglienza come i CAS. Il sistema di accoglienza ad un anno da questa strage è fortemente a rischio perché il governo non sta garantendo adeguata copertura finanziaria prorogando ogni tre mesi le azioni progettuali e mettendo in questo modo in seria difficoltà enti locali e associazioni nel proseguire le attività di accoglienza. A questa volontà di smantellamento del sistema di accoglienza, si accompagnava, poi, una misura discutibile e punitiva che riguarda i criteri di valutazione della protezione speciale, cioè di quella forma di protezione che dà diritto a ricevere un permesso di soggiorno quando viene riconosciuto che un migrante non può essere espulso dal territorio nazionale per ragioni costituzionali e obblighi internazionali, che in Italia riguarda circa 100mila persone. Ci domandiamo dunque quale ragione fonda questa azione legislativa che non interviene in nessun modo con le cause del naufragio?

Stato di emergenza e deroghe
Appena un mese dopo, il 19 aprile del 2023, veniva pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la delibera che istituisce il Commissario per l’emergenza migranti, ruolo che viene affidato a Valerio Valenti, già a capo del Dipartimento libertà civili immigrazione del Ministero dell’Interno. Tra i compiti che gli vengono affidati vi sono quelli inerenti alla possibilità di derogare ad alcune disposizioni del Codice degli appalti per la predisposizione delle strutture di accoglienza. Valenti, così, avvalendosi dei prefetti e derogando alle norme, può ampliare la capacità del sistema di accoglienza straordinario per i richiedenti asilo, specie in relazione all’apertura di nuovi hotspot e strutture di accoglienza provvisorie. In questo modo, da allora in avanti, il destino che attende i richiedenti asilo che già vivono o che continuano ad arrivare ogni giorno in Italia (quando non ricorrano le condizioni che giustificano il trattenimento nei CPR e la successiva espulsione a seguito del rigetto della loro domanda) è quello di essere collocati, sempre più massicciamente, negli hotspot e nei centri provvisori che i prefetti allestiscono in aggiunta ai centri straordinari. Anche nelle tende, in via provvisoria. In questa direzione veniva emanato il quarto Decreto in materia di immigrazione e asilo che il governo ha prodotto nel 2023, il DL 133 del 2023, soprannominato dagli addetti ai lavori il Decreto delle Deroghe perché interviene pesantemente su alcuni importanti diritti che riguardano i minori e le garanzie per la richiesta di protezione internazionale. Introduce una pericolosa riduzione delle tutele previste dalla L. 47/2017 a danno dei minori stranieri non accompagnati, aumentando i rischi per la loro incolumità e i loro diritti fondamentali. In caso di “arrivi massici e ravvicinati” è prevista la deroga all’accoglienza dedicata per gli ultra-sedicenni e una procedura di valutazione dell’età da parte degli organi di polizia. Viene anche prevista la possibilità, sempre in caso di arrivi consistenti e ravvicinati, di riempire i centri di accoglienza fino al doppio della loro capienza (quelli per persone minorenni fino al 50% della loro capienza), misura che va in deroga a qualunque norma su abitabilità e sicurezza degli immobili e si pone a rischio di configurare trattamenti inumani e degradanti. E ancora, in questo caso, quale esigenza ha spinto l’esecutivo in questa direzione? Quale motivazione ha fondato un decreto di emergenza a fronte di numeri stabili da oltre 5 anni?

Procedure di frontiera
Infine con il nuovo impianto normativo si avvia un sistema di compressione del diritto d’asilo: da un lato si sostanzia nell’attacco alle organizzazioni non governative che salvano le vite in mare, rendendo sempre più complicata attraverso vari artifizi amministrativi l’assegnazione di un porto sicuro dove sbarcare i profughi; dall’altro agisce attraverso una politica di detenzione dei richiedenti asilo. Quest’ultima è resa possibile attraverso l’applicazione della cosiddetta procedura accelerata e di frontiera. Già in tempi non sospetti diverse organizzazioni per la tutela dei diritti umani avevano messo in guardia contro questo strumento per la grave e inaccettabile compressione dei diritti fondamentali dei richiedenti asilo con conseguente forte aumento dei contenziosi giudiziari, oltre che per uno sperpero di denaro pubblico in procedure farraginose o inapplicabili, perché non conformi al diritto internazionale. È esattamente quello che è avvenuto con diverse sentenze giudiziarie che hanno messo in discussione l’operato del Governo. A chiare lettere il giudice Apostolico, in una di queste, ha scritto che il richiedente asilo non può essere trattenuto al solo fine di esaminare la sua domanda e il trattenimento deve considerarsi misura eccezionale in quanto limitativa della libertà personale nel rispetto dell’art. 13 della Costituzione. Che esiste un diritto-dovere di non applicare la legge quando la normativa interna è incompatibile con quella dell’UE e va disapplicata dal giudice nazionale (un principio ribadito da una sentenza della Corte Costituzionale). Inoltre chiarisce che il trattenimento non è legittimo senza la previa adozione di una decisione motivata e senza che siano state esaminate la necessità e la proporzionalità di tale misura (Corte di Giustizia dell’Unione Europea). Infine la cauzione non è requisito alternativo al trattenimento visto che viene applicato prima della informativa legale dei propri diritti ed è per questo incompatibile.
È notizia di questi giorni che la Corte di Giustizia sarà chiamata a intervenire su questo impianto normativo, che sostanzialmente generalizza in modo indiscriminato la detenzione amministrativa per il solo fatto di essere in cerca di protezione.

Europa delle violazioni

Ma non è iniziato tutto con il naufragio, quando circa 100 migranti persero la vita. Questa feroce politica-fortezza ha radici più profonde. Nel corso del 2023 abbiamo assistito ad una vera e propria “decretificazione”, una nervosa e corposa azione legislativa intervenuta a latere di eventi straordinari che non ha minimamente intaccato le cause delle morti in mare, anzi probabilmente ne ha aggravato le conseguenze.
Ma non è farina tutta del nostro sacco. Le politiche italiane si collocano all’interno di quelle adottate dall’Europa nell’ambito del Patto Europeo Asilo e Migrazioni, i cui pilastri fondano su procedure veloci e sommarie per valutare rapidamente, alle frontiere esterne dell’Ue, le domande di asilo e procedere altrettanto velocemente ai rimpatri, che tuttavia si continuano ad attestare attorno al 10%. I regolamenti che l’Unione sta per adottare sistematizzano una disumana azione di contenimento e respingimento. E se l’Unione Europea – attraverso i negoziati portati avanti nell’ambito delle sue istituzioni, Commissione Europea, Consiglio e Parlamento – approverà entro il 2024 il nuovo Patto Europeo per le Migrazioni e l’Asilo per come lo conosciamo, l’Europa diventerà ancora di più una dura fortezza, fatta di procedure di frontiera per i richiedenti asilo e di un sistema di accoglienza che diviene strumento di sorveglianza e di controllo attraverso l’uso indiscriminato della detenzione amministrativa e respingimenti sommari verso Paesi terzi insicuri.
A un anno dalla strage di Cutro possiamo certamente dire che quei morti sono e saranno strage di Stato, dentro un quadro di responsabilità europea; di un’Europa che, anziché trovare il coraggio di essere spazio di diritto, si configura come federazione di Stati sovrani che hanno strumentalizzato la migrazione sull’altare della propaganda. Le vittime del naufragio di Cutro sono vittime delle politiche di chiusura che stanno dominando da troppo tempo gli Stati europei. Le vittime di un anno fa sono, anzi purtroppo erano, persone che venivano da Pakistan, Afghanistan, Iraq, Iran, Siria e che avrebbero avuto diritto ad una protezione senza alcun dubbio, ma non avevano alcun canale regolare e sicuro per giungere in un Paese dove ottenere quella protezione, perché gli Stati Europei quei canali li hanno completamente chiusi o non li hanno mai aperti, decidendo al contrario di spendere miliardi di euro per chiedere a Stati terzi come la Turchia e molti altri di bloccare loro partenze. Le parole di Piantedosi che dichiara “Bisogna fermare le partenze”, nascondono, con ipocrisia, il fatto che è proprio “fermando le partenze” che si producono queste tragedie. Perché impedire o ostacolare in ogni modo le partenze di chi fugge da guerre e persecuzioni nega alla radice il diritto di asilo, uno dei diritti su cui sono costruite le nostre democrazie.

CREDITI FOTO: Croce Rossa Italiana|Twitter

 

 



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