Navi quarantena, la pandemia raccontata da chi era a bordo

Alessandro è il nostro secondo testimone e ci racconta dell’assenza di sicurezza a bordo, di porte d’emergenza chiuse con dei pallet inchiodati e nessun corso di formazione per farsi trovare pronti. “Non c’è tempo, i ritmi di lavoro ti risucchiano”.

Valerio Nicolosi

La seconda testimonianza all’interno dell’inchiesta sulle navi quarantena che raccogliamo è quella di Alessandro (nome di fantasia) che è stato a bordo come logista e ha già esperienza come volontario di Croce Rossa.  “Io non voglio attaccare Croce Rossa perché sono volontario da tanto tempo e voglio continuare a esserlo, però quello che ho visto a bordo non rispecchia i sette principi fondamentali dell’organizzazione: umanità, imparzialità, neutralità, indipendenza, volontariato, unità e universalità. Per farti capire, la prima sera io volevo scendere dalla nave e non salirci mai più”. Alessandro è deluso come può essere delusa una persona che crede fortemente in quello che fa e che si è scontrata con una realtà diametralmente opposta a quella per la quale si presta ogni giorno a terra, nel comitato locale di Croce Rossa dove opera come volontario.

“Seguo il fenomeno migratorio, credo che sia uno dei grandi problemi dei nostri tempi e mi piace prestare aiuto, per questo dopo tante missioni a terra e durante gli sbarchi ho deciso di imbarcarmi come volontario sulle navi quarantena. Qualificato come logista, mi avevano detto che non sarei entrato in contatto con i positivi al Covid e invece dopo poche ore ero già nella tuta di biocontenimento” racconta mentre sfoglia gli appunti presi proprio in quelle missioni, come se fosse un personale diario di bordo che contiene il bene e il male di quell’esperienza.

Per Alessandro la differenza a bordo la fanno le persone, perché “se trovi un gruppo di 4 o 5 persone volenterose riesci a dare una buona assistenza”, mentre per lui il sistema non è pensato per rendere dignitosa la permanenza a bordo dei migranti e senza “i volenterosi” la missione “diventa un disastro”.
“Se il settore Covid non ha neanche una porta o un oblò per far circolare l’aria e nessuno lo pulisce, che fai? Ti metti la tuta di biocontenimento e vai a pulire, anche se non è il tuo compito. Non puoi lasciare le persone dieci giorni senza pulire e senza la possibilità di farlo”

Perché non possono farlo?
Perché non possono avere manici di scopa o qualsiasi altra cosa che possa far male agli altri o a loro stessi.

Il problema sono le rivolte e le risse, come hanno denunciato altri operatori?
Si, anche. Il clima a bordo è sempre caldo per via della scarsa comunicazione; quindi, il rischio di rivolte è sempre alto. Ti devi chiudere in cabina e aspettare. Che poi la porta della cabina si apre con un calcio… ma per fortuna hanno sempre capito che noi eravamo lì per dare sostegno e non eravamo noi il problema.

Tra gli appunti di Alessandro c’è una pagina con la scritta “SICUREZZA”, scritto grande all’inizio e cerchiata più volte. Il suo diario dice che non c’è mai stato un corso sulla sicurezza in nave, “addirittura sulle navi da crociera te lo fanno” commenta sorridendo quando indico quella parte di racconto. “Non eravamo preparati, non sapevamo che fare in caso di incendio, per non parlare di come vengono chiusi i ponti dove ci sono i migranti, usano pallet per inchiodare le porte d’emergenza o addirittura le inchiodano con i bulloni” e per questo racconto Alessandro non ha bisogno di ricorrere ai suoi appunti: ricorda bene e descrive come se fosse ancora a bordo. Lui ha fatto tre missioni in un anno, complessivamente è stato poco più di novanta giorni a bordo e ogni volta che cambiava il capo missione cambiavano le procedure e gli umori a bordo.

“Com’è composto un equipaggio, quante persone sono e come sono divisi i compiti?” chiediamo ad Alessandro per capire meglio l’organizzazione a bordo.

Tra gli appunti tira fuori anche il seguente elenco:

  • 1 capo missione;
  • 1 amministrativo
  • 1 Informatore legale;
  • 1 Responsabile RFL;
  • 2 psicologi;
  • 5 staff sanitario (coordinatore sanitario, medici e infermieri);
  • 1 responsabile area migrazioni (coordinatore dei mediatori culturali);
  • 12 mediatori culturali;
  • 1 logista.

Venticinque persone in totale per un numero di ospiti che varia dai 500 ai 900; i turni di lavoro standard sono di 16 ore al giorno, “a volte anche di più, dipende se hai sbarchi o imbarchi”, aggiunge Alessandro mentre nel suo diario trova il racconto di una giornata iniziata alle 7 del mattino e finita alle 5 del mattino successivo: “Hai presente la foto dell’infermiera che dorme sul computer dell’ospedale, quella con la tuta di biocontenimento che è circolata nei primi mesi di pandemia? Ecco, per noi quella è la normalità”.

Questi ritmi sono sostenuti per un mese, al termine del quale però molti prorogano la loro presenza a bordo, cosa che vale soprattutto tra i mediatori che hanno più difficoltà a trovare lavoro a terra. Lo scorso aprile a bordo è morto uno psicologo di 47 anni, Giorgio Carducci, che si era sempre impegnato nel sociale e che si trovava a bordo da tre mesi. La causa è stato un aneurisma aortico. “L’ho conosciuto a bordo, abbiamo lavorato in una missione e non si fermava mai. Non so se la morte può essere ricondotta anche ai ritmi assurdi che lui sosteneva ogni giorno da tre mesi. Diciamo che non aiutano il fisico a stare bene, io scendo dopo un mese e mi sento uno straccio” racconta con tristezza.

“Io voglio tornare a bordo nonostante questo modello sia completamente sbagliato. Lo voglio fare perché le persone possono fare la differenza. Alcuni mi dicono che sbaglio, che sto alimentando un modello malato, ma io sono convinto”, mi dice in chiusura d’intervista. C’è giusto il tempo di un ultimo racconto, quello di un barchino che rifornisce la nave di materiali e accompagna l’equipaggio che deve scendere o salire.

“Non ho mai capito perché, però io ordinavo delle cose con largo anticipo rispetto ad un attracco in banchina. Stavamo in porto ore e arrivava solo una parte. Poi, il giorno dopo, un barchino veniva a portarci il resto” racconta con un sorriso e aggiunge: “Vuoi sapere quanto costava il barchino? 500 euro a tratta, quindi mille euro per portarci quello che il giorno prima poteva arrivare in porto”, dice Alessandro mentre chiude tutti i suoi appunti di bordo.

 

 



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