Navi quarantena, il racconto delle rivolte a bordo

La testimonianza di Giulia, operatrice a bordo delle navi quarantena, tra rivolte, molestie e condizioni al limite per i migranti.

Valerio Nicolosi

La prima testimonianza che abbiamo raccolto nell’inchiesta sulle Navi Quarantena è quella di Giulia (nome di fantasia). È stata lei a contattarci per raccontare la sua esperienza a bordo e per metterci in contatto con altri due colleghi.
“Faccio una premessa: ti sto raccontando queste cose perché dopo quattro missioni su queste navi ho capito che nulla a bordo è pensato per i migranti, per la loro salute e i loro diritti”. Inizia così l’intervista con Giulia mentre beviamo un caffè in un bar e approfittiamo di uno spicchio d’ombra e di fresco in un giorno torrido di fine estate.
“Mi sono imbarcata per la prima volta a fine settembre 2020, dopo quattro mesi dall’inizio di questa emergenza, e l’ho fatto perché ero e sono precaria; con l’inizio della pandemia mi sono trovata senza lavoro e visto che ero già volontaria con Croce Rossa ho deciso di chiedere l’imbarco e fare questa esperienza” – racconta Giulia d’un fiato, che a bordo ha trascorso quattro mesi. “Quando sei su una di quelle navi vivi in una bolla. È solo quando scendi che capisci molte cose, perché sei più distaccata”.

Giulia è stata chiamata una sera di fine estate, aveva appena finito un turno di volontariato per Croce Rossa Italiana e una persona dalla sala operativa le ha detto: “Domani mattina hai l’aereo per Catania, ti imbarchi per un mese come logista, senza aggiungere dettagli, se non l’orario dell’aereo”. Alla richiesta di maggiori dettagli, anche solo per l’abbigliamento, le è stato risposto “come se andassi in vacanza”. Da quel momento ha iniziato a gettare un po’ di tutto nella valigia e il giorno successivo era già a bordo della nave.
Nessun corso di preparazione, nessun colloquio psicologico, nessun test. Bastava fare la domanda e venivi chiamato, spiega Giulia.
“Altro che vacanza, dopo poche ore ero già di turno su un ponte dove c’erano centinaia di persone ammassate e non si capiva chi fosse positivo, negativo e chi avesse avuto contatti stretti con i positivi. Quello che fanno comandante e capo missione è riempire la nave a tappo, mettendo a bordo più persone possibili, così tante che non è possibile avere la divisione tra positivi e negativi. Anche per questo è pieno di rivolte”.

Puoi spiegarci meglio?
Succede spesso che queste persone, senza un valido motivo se non quello del profitto, vengano tenute per 14 giorni in condizioni ai limiti del disumano e senza informazioni chiare. Giustamente alcuni di loro chiedono spiegazioni. Alla fine, c’è quasi sempre una rivolta con gruppi che si barricano sui ponti o altri che si gettano in mare.

In questi casi qual è la procedura?
Dobbiamo chiuderci in cabina. L’ho scoperto durante la mia terza missione che c’è una procedura, a quanto pare l’unica ben definita, in caso di rivolta. Chiudersi in cabina e aspettare che passi. Quello che avviene fuori non deve interessare ai volontari e la vigilanza a bordo si occupa della sicurezza solamente del ponte di comando. Quindi i ponti sono abbandonati, si aspetta qualche ora, fino a quando arriva la comunicazione che tutti possono uscire e tornare al lavoro.
A bordo di ogni nave l’equipaggio complessivamente varia dai 25 ai 30 membri, gli ospiti sono qualche centinaio e la gestione di qualsiasi cosa è sempre molto complicata.
Le figure operative di Croce Rossa Italiana sono quella del Capo Missione, l’addetto all’amministrazione, il logista, due psicologi, un medico, un infermiere e dei mediatori culturali. All’inizio non c’erano nemmeno psicologi, medici e infermieri, ma erano quasi tutti volontari senza formazione specifica.
L’assenza di personale crea la necessità continua di figure che siano ai ponti per controllare le persone, così tutti fanno turni di 16 ore al giorno trascurando il proprio lavoro da psicologo, medico, logista o responsabile amministrativo. La gestione è di emergenza continua, come se fosse sempre una novità e non una prassi sanitaria consolidata da più di un anno. Il problema è che c’è poco interesse nel gestire bene questa cosa.

Le navi quarantena operative in questo momento sono cinque, tutte fornite da GNV Grandi Navi Veloci, l’armatore genovese proprietario di traghetti che è stato l’unico a rispondere ai bandi governativi per le commesse. In questo momento la Adriatico, Allegra, Atlas, Azzurra, Aurelia sono messe a disposizione del governo per far passare i dieci giorni di isolamento a bordo delle navi. In passato anche la Rhapsody, Splendid e altre della flotta di Grandi Navi Veloci.
Il costo, per quanto riguarda il noleggio delle navi, per lo Stato è di 36mila euro al giorno per ogni nave e di 25 euro per migrante a bordo, una cifra importante se calcoliamo che le navi non hanno nemmeno un giorno di sosta.
Per i servizi di Croce Rossa Italiana invece il costo è di 96mila al mese, quando a bordo ci sono da 1 a 50 ospiti, 513mila 600 euro mensili, quando a bordo ci sono dalle 451 alle 500 persone. Il primo allegato della convenzione tra CRI e Protezione Civile si ferma a 500 persone, probabilmente i firmatari erano convinti che la quantità massima di persone a bordo sarebbe stata quella.
In un successivo allegato il numero degli ospiti sale fino a 700, con un rimborso di 23mila euro al giorno, 690mila euro al mese.
“Abbiamo imbarcato fino a 900 persone, gli spazi vitali erano saltati, figurati quelli di sicurezza per evitare la trasmissione del Covid” dice Giulia riprendendo il racconto. “Quando è così tutto pieno non è possibile nemmeno garantire le ore all’aperto, tanto che spesso le rivolte sono nate anche per questo”.

Una sorta di carcere dove non c’è nemmeno l’ora d’aria?
Si, proprio così. Nemmeno l’ora d’aria. Impazzivano tutti, chi prima chi dopo, e i mediatori culturali dovevano intervenire per spiegare quello che accadeva. Non venivano informati del perché fossero a bordo di quella nave e per quanto tempo avrebbero dovuto restarci, non venivano informati dei risultati dei tamponi, non avevano informazioni su dove sarebbero sbarcati e cosa li avrebbe aspettati. Tecnicamente sono tutte persone richiedenti asilo, alle quali andrebbero comunicate tutte queste cose.
Le navi impiegate hanno anche ponti ciechi, senza nemmeno una finestra per far cambiare l’aria, come per il ponte 5 della Rhapsody, che per un periodo è stato adibito a ponte Covid. Questo settore è a forma di X e nella parte centrale ci sarebbe dovuta essere la parte di sorveglianza sanitaria. Essendo un ponte cieco il personale sarebbe dovuto stare con la tuta di biocontenimento per ore; quindi, il capo missione ha preferito non mettere il presidio sanitario e chiuderli là dentro tutto il tempo, avevano solo i telefoni per comunicare con l’esterno. Il problema è strutturale delle navi, non sono pensate per questo tipo di servizio e alla fine invece di isolarli e tenerli sicuri creiamo dei focolai a bordo perché non c’è spazio per dividere positivi e negativi. Alcuni migranti sono stati a bordo decine di giorni perché non si negativizzavano.

Facendo un calcolo per una nave con una media di 500 persone a bordo, per un mese il costo a carico dello Stato è di quasi due milioni di euro. Per la precisione 1.968.600 euro, dei quali 1.455.000 per l’armatore Grandi Navi Veloci e 513.600 per Croce Rossa Italia.
Moltiplicati per cinque navi, sono quasi dieci milioni di euro al mese, una cifra enorme che a terra garantirebbe più sicurezza e un maggiore rispetto dei diritti umani.

Mentre facciamo questi conti e penso che l’intervista stia volgendo alla fine, vedo il volto di Giulia cambiare e coprirsi tensione. Con la stessa sicurezza del racconto precedente, si sposta su un piano più personale che la turba in maniera ancora evidente. “Non so come dirlo, perché sul momento non gli ho dato peso, però appena sono scesa ho realizzato: a bordo le donne dell’equipaggio sono una preda da cacciare. Io stessa ho subito dei tentativi di abuso e quello che fuori da quella nave avrei definito predazione sessuale. Tutti da parte del resto dell’equipaggio”.
Racconta di pedinamenti e appostamenti continui fuori la cabina, palpeggiamenti del sedere, un tentativo di abuso: “Ero in ascensore, l’uomo che era con me lo ha bloccato e mi è saltato addosso. Ero talmente scioccata che la mia reazione deve averlo fatto desistere”.
A bordo sembra che sia accaduto anche altre volte, dato che tra colleghe si sono raccontate di avvenimenti simili tra loro. “Quando sei a bordo, presa dal lavoro frenetico ed emergenziale, non ti rendi conto esattamente di cosa succede. Quando torni sulla terra ferma prendi coscienza di tutto e capisci che hai subìto delle molestie. Per fortuna ora sono scesa”.



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