Navi quarantena, un modello pensato per i rimpatri. La testimonianza di una operatrice legale

Le navi quarantena per i migranti sono utilizzate per rimpatriare i cittadini tunisini e dare i fogli di via a chi proviene dal Maghreb.

Valerio Nicolosi

“Le navi quarantena sono pensate per i rimpatri veloci dei tunisini e per i fogli di via per le persone che vengono dal Nord Africa, non c’è altra spiegazione e lo so perché sono stata un mese su una di queste navi e continuo a seguire la vicenda attraverso le informazioni che mi arrivano da bordo. Con le navi hanno il tempo di schedare tunisini, egiziani, algerini e marocchini per rimpatriarli direttamente allo sbarco o dopo un breve periodo nei CPR”. Daniela (nome di fantasia) è un’operatrice legale e prima di imbarcarsi sulle navi quarantena ha lavorato a lungo in centri di accoglienza e associazioni che si occupano di tutela legale delle persone migranti.

“Il capo missione una volta mi ha chiesto perché perdessi tanto tempo con i tunisini, che sarebbero stati tutti rimpatriati a breve, che dovevo concentrarmi sulle persone sub-sahariane” racconta Daniela quando ci incontriamo per registrare questa intervista. Ci ha contattato dopo la prima parte dell’inchiesta sulle Navi Quarantena e insieme a lei altre persone che sono state a bordo: alcune per confermare quello che è emerso dall’intervista e altre per aggiungere pezzi a un puzzle complesso, nato durante l’emergenza pandemica e che ha ancora molti lati da chiarire.

“A bordo le condizioni minime di prevenzione del contagio da Covid non vengono rispettate, le cabine da 4 posti dei traghetti dovrebbero essere per una o due persone e invece spesso ci sono 3 o 4 persone, sono piene – racconta l’operatrice legale – stessa cosa quando ci sono i pasti: tutti in fila, stretti stretti, una condizione perfetta per il contagio”.

Quindi perché secondo te l’Italia spende circa 2 milioni al mese per ogni nave utilizzata per la quarantena dei migranti?

“Perché hanno tutto il tempo di identificare gli uomini provenienti dal Maghreb e organizzare i rimpatri con i voli charter o la consegna dei fogli di via. L’Italia ha un protocollo d’intesa per il rimpatrio veloce con la Tunisia, mentre Algeria, Egitto e Marocco sono considerati paesi sicuri al pari del Senegal e Ghana, quindi vengono dati dei fogli di via. Il problema è che se sei perseguitato perché omosessuale o perché sei parte di una minoranza è difficile farlo emergere durante questo breve periodo”.

Il punto che tocca Daniela è centrale nel modello d’accoglienza e di richiesta d’asilo che in nome dell’emergenza negli ultimi anni è cambiato molto nella pratica, passando da una richiesta individuale da vagliare (come previsto dalle convenzioni internazionali) a una risposta rapida sulla base del paese d’origine. Questo nuovo approccio “emergenziale” non tiene conto dei singoli casi di persecuzioni individuali o di una minoranza.

L’80% delle persone espulse nel 2020 sono tunisine e il tutto avviene in poche ore, il tempo di organizzare i voli.

“Il lavoro dell’operatore legale all’inizio non era nemmeno previsto, è stato inserito a seguito di alcune denunce dell’ASGI, l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, ma è cambiato molto nel tempo ed è stato svuotato delle sue mansioni” ci dice Daniela. All’inizio poteva segnalare, attraverso i codici assegnati alle persone, i nominativi di chi era intenzionato a chiedere asilo politico. “Non era vincolante ma era una prima lista raccolta a bordo ma probabilmente le prefetture erano piene di richieste e quindi hanno cambiato metodo per disincentivare le domande di protezione: ora le raccolgono i poliziotti in porto, con i mediatori culturali che spesso fanno il gioco delle istituzioni italiane e dicono “firma qui”, senza spiegare che quello è il modulo per rinunciare alla domanda d’asilo”.

L’esperienza a bordo è recente e Daniela è un fiume in piena che vuole superare gli argini, così cambia spesso discorso e torna su cose che si è tenuta dentro e che ora vuole raccontare: “vedi, non c’è molta possibilità di denunciare quello che avviene a bordo, i media non si sono occupati di questo tema e c’è poca disponibilità. Se però al governo pensano che sia utile questo sistema di quarantena dovrebbero sapere che quando ci sono molti sbarchi GNV non sterilizza bene le cabine e i ponti, così ci siamo ritrovati persone negative al Covid che diventano positive senza motivo apparente, solo perché tra lo sbarco di un gruppo dove c’erano stati dei positivi e l’imbarco di un altro gruppo non si è sterilizzato bene”.

Daniela racconta anche della tratta della prostituzione, delle donne ivoriane che nel corso degli anni hanno sostituito quelle della Nigeria, ma lo sfruttamento è rimasto lo stesso: “si prostituiscono già a bordo, la sera fuori dalle loro cabine c’è la fila di uomini che aspettano di avere rapporti sessuali”. Le donne ivoriane viaggiano sempre insieme a uomini che fanno parte dell’organizzazione che le schiavizzano e le tengono sotto ricatto minacciando la famiglia rimasta in Costa d’Avorio, quindi la schiavitù della prostituzione inizia prima di toccare terra.

In una delle prime interviste di questa inchiesta lo psicologo Fabrizio ci aveva raccontato della difficoltà di aiutare le donne vittime di tratta perché non è previsto uno spazio esclusivo separato per genere ma solo cabine all’interno dello stesso ponte. Così a bordo, oltre a favorire le tratta della prostituzione e la schiavitù delle donne, non si rispettano nemmeno le regole di prevenzione per la trasmissione del Covid ma anzi, in questo modo, si favorisce anche il contagio.

Mentre era a bordo Daniela ha fatto un lavoro di ricerca incrociando le date degli sbarchi con quelle degli imbarchi sulle navi quarantena. Da questa verifica risulta che i tunisini passerebbero molto tempo a terra, praticamente un periodo di quarantena negli hotspot prima di poter arrivare a bordo della nave. Chi arriva da paesi considerati insicuri viene imbarcato pressoché subito. “Chi viene dalla Tunisia fa due quarantene e poi viene rimpatriato” chiosa Daniela.

Dal Viminale da tempo annunciano che stanno lavorando a un decreto flussi per i lavoratori stagionali dalla Tunisia e dalla Libia, paesi instabili per motivi diversi e che in questo momento non offrono lavoro.

La Libia viene da 10 anni di guerra civile e cerca una stabilità con le elezioni che si dovrebbero tenere tra poche settimane. La Tunisia politicamente è molto instabile e il Covid ha fermato il turismo e l’economia informale, due settori importanti per il bilancio del paese, portando il ceto medio e i più poveri a tentare la via del mare verso l’Europa, passando per l’Italia ma con lo scopo principale di arrivare in Francia.

Quello che hanno trovato però è un modello pensato al rimpatrio immediato.



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