I nostri calciatori manifestano contro il razzismo solo se lo fanno gli altri

La soluzione escogitata dai nostri eroi della nazionale è l’espressione palesemente indecente di quella forma di ipocrisia che è il ponziopilatismo.

Pierfranco Pellizzetti

Se non di rado l’ambiente del calcio italiano ha messo in mostra sul piano sportivo comportamenti definibili furbastri, lo stesso trova conferma nelle prese di posizione sulle grandi questioni di civiltà; cui la sua capacità di raggiungere vasti audience e la sua incommensurabile potenza di visibilità risulterebbero particolarmente utili allo scopo della sensibilizzazione in materia. In particolare rivolta a pubblici giovanili.

Sia chiaro, chi scrive nutre una profonda insofferenza verso quegli esercizi all’insegna del politicamente corretto – tipo partite del cuore o eventi di beneficenza – in cui si somministrano a platee che se li bevono nobili sentimenti a costo zero. Non meno di tutte le altre forme di buonismo spettacolarizzato. Eppure la soluzione, che hanno escogitato i nostri eroi della nazionale ai campionati europei, di indignarsi solo se prima lo fa il team con cui si andrà a giocare la partita, risulta l’espressione palesemente indecente di quella forma di ipocrisia che è il ponziopilatismo. Una scelta che mette a repentaglio le simpatie che la nostra squadra stava suscitando, nonostante che i suoi successi si fossero realizzati contro avversari di non eccelsa caratura. Tuttavia dava l’impressione di una diversità che poteva lasciare intendere uno stacco rispetto alla cultura mefitica dell’ambiente.

La questione è nota: la reazione contro la ripresa di violenze razziali che ha spinto la comunità afro-americana a dar vita al Black Lives Matter (letteralmente, “anche la vita di un nero vale”). Iniziativa poi recepita dal movimento anti-violento internazionale ed estesa a vaste componenti del mondo dello sport, tradotta nell’atto simbolico di inginocchiarsi prima dell’avvio di una competizione. Ossia il riferimento all’insensato e orribile assassinio – avvenuto il 25 maggio 2020 a Minneapolis (Minnesota) – di George Floyd da parte del brutale agente di polizia Derek Chauvin, premendogli il collo fino a soffocarlo. Un ammazzamento si direbbe giustificato (?) dal colore della pelle della vittima.

Nel corso dell’attuale campionato calcistico le varie squadre hanno tenuto al riguardo comportamenti non univoci. In particolare le squadre dell’Est hanno rifiutato di manifestare solidarietà inginocchiandosi, dando conferma a una recente considerazione del premo Nobel Paul Krugman: “ora che l’Europa orientale si è liberata dell’ideologia straniera del comunismo può tornare al suo vero alveo storico: il fascismo”. Subito seguite a ruota dall’intrinsecamente destrorsa Austria. E l’Italia? Durante la partita con il Galles abbiamo assistito all’imbarazzante spettacolo di cinque nostri giocatori che manifestavano contro il razzismo (Belotti, Bernardeschi, Emerson Palmieri, Pessina e Toloi) mentre i loro compagni se ne stavano in piedi ostentando indifferenza. Per la partita successiva è venuto l’ordine di servizio da parte del capitano Leonardo Bonucci (intimamente contagiato dal milieu juventino, dunque refrattario ai poveracci come una madamin Pro Tav) di astenersi dai gesti divisivi. Ora la bella trovata da Ponzio Pilato della solidarietà a rimorchio.

Il fatto è che questa è la cultura prevalente in un mondo di viziati milionari, che vivono l’intera carriera ben chiusi nella loro gabbia dorata (e – come spesso accade – quando ne escono per limiti di età si ritrovano in una condizione da disadattati).

Del resto già ne avevamo avuto un’avvisaglia in piena pandemia nelle dichiarazioni del coach – Roberto Mancini, il Draghi pallonaro – quando teorizzava l’equivalenza dei diritti del calcio rispetto a quelli di scuola e istruzione. E nel suo caso di nababbo magari è comprensibile, ma sostenerlo come principio generale… Sicché varrebbe la pena di ricordare le dichiarazioni dell’ex presidente della Lega Italiana Gioco Calcio Carlo Tavecchio sulle calciatrici “handicappate rispetto al maschio”, o le manovre del presidente della Juventus Andrea Agnelli per dare vita a una lega europea cui dovevano aver accesso soltanto le società blasonate, a prescindere dai risultati e da qualsivoglia meritocrazia maturata sul campo. Mentre il gioco del calcio diventava sempre di più un veicolo per spot pubblicitari e operazioni finanziarie. In cui i giocatori continueranno a essere gli ambiti modelli di un pubblico giovanile che aspira soltanto a soldi facili e serate al Billionaire. Magari per incontrarvi il presidente del CONI Giovanni Malagò o qualche altro dolcevitaro suo pari.

Cattivi esempi, espressione di un mondo rispetto al quale diventa ridicolo parlare della funzione educativa dello sport. E – parafrasando quanto disse una volta Nanni Moretti – “con questi dirigenti non cambieremo mai”. A cominciare dall’attuale presidente FIGC Gabriele Gravina, che ha l’improntitudine di magnificare la furbata dei nostri viziati giovanotti Ponzio Pilati come apprezzabile espressione della “libertà di scelta”.



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