Nazionalismo e sovranità in Polonia

In un recente libro di Daniele Stasi un’analisi delle diverse accezioni del nazionalismo polacco.

Riccardo Cavallo

A volte la letteratura con le sue fragili ali riesce a volare molto più in alto delle fredde analisi degli esperti di geopolitica e di relazioni internazionali. Lo dimostrano le parole pronunciate nell’ormai lontano 1983 (ben prima della caduta del muro di Berlino e della dissoluzione dell’URSS) da Milan Kundera: “Nulla di ciò che accade nell’Europa geografica, a Ovest come a Est, può essere paragonato, per il suo drammatico contenuto e la sua portata storica, a questa catena di rivolte centroeuropee. Ciascuna di queste rivolte era sostenuta pressoché dall’intero popolo. […] Ad ogni modo, ciò che accadeva a Praga o a Varsavia deve essere considerato nella sua essenza come il dramma non già dell’Europa dell’Est, del blocco sovietico, del comunismo, ma piuttosto dell’Europa centrale”.
Le affermazioni di uno dei più brillanti scrittori europei suscitarono all’epoca un enorme scalpore soprattutto nei Paesi del blocco socialista, in quanto invitavano a guardare a questa sorta di Europa minore con lenti diverse: non più come parte integrante dell’Impero sovietico bensì come blocco a sé stante, pur evidenziandone i persistenti legami culturali con l’Occidente. L’approccio di Kundera in polemica con il regime sovietico (cosa non affatto trascurabile) se, da un lato, ha il merito di tratteggiare l’identità culturale di quelle “piccole nazioni dalla malcelata esistenza storica e politica”, dall’altro, però, rischia di liberarle dal giogo sovietico per consegnarle al soffocante dominio dell’Occidente. Tra queste nazioni sicuramente rientra la Polonia, che, per il suo essere zona di cerniera tra Est ed Ovest, ha avuto una storia particolare, anche dal punto di vista politico. Non a caso, proprio alla realtà politica polacca è dedicato l’ultimo lavoro di Daniele Stasi, professore ordinario di Storia delle dottrine politiche presso il Dipartimento di Economia, Management e Territorio dell’Università degli Studi di Foggia e profondo conoscitore della storia politica della Polonia, grazie anche alla sua feconda attività di Visiting Professor presso le Università polacche di Lublino, Rzeszòw e Varsavia. La sua recentissima monografia, dal suggestivo titolo «Polonia restituta»». Nazionalismo e riconquista della sovranità polacca (il Mulino), insieme alla precedente Le origini del nazionalismo in Polonia (FrancoAngeli, 2018) costituisce un dittico indispensabile per comprendere non solo il nazionalismo polacco nelle sue diverse accezioni, ma alcune delle cause che stanno alla base del conflitto ancora in atto tra Russia ed Ucraina.
“Nell’Europa contemporanea pochi Paesi hanno legato la loro identità politica al concetto di nazione come la Polonia”. Questo l’incipit del volume che sintetizza in modo esemplare la cifra distintiva della storia politico-culturale della Polonia che in questo frangente storico orbita intorno a due figure centrali: Józef Pilsudski (definito il Maresciallo di Polonia) rappresentante del nazionalismo civico e personaggio di spicco della Seconda Repubblica (1918-1939) e Roman Dmowski, anch’egli figura di rilievo grazie agli incarichi svolti alla fine della Grande guerra ed esponente del nazionalismo etnico o integrale. Si tratta di fautori di due diverse idee di nazionalismo che, pur avendo entrambe come obiettivo l’autonomia e l’indipendenza della Polonia, o meglio, la riconquista della sovranità statale, divergevano sul come realizzarla: attraverso la liberazione della Polonia da compiersi mediante l’esclusiva affermazione dell’identità e degli interessi della comunità polacca, oppure andando ben al di là di tali forme di egoismo nazionale (che enfatizza soprattutto le differenze di tipo “razziale”) e abbracciando il valore della fratellanza e della solidarietà tra i popoli.
In particolare, Stasi ricostruisce sia il complesso e articolato profilo ideologico dei due dioscuri del pensiero politico polacco primo novecentesco, sia il variegato fronte di partiti e movimenti che li sosteneva. Tali protagonisti della scena politica polacca si interrogavano, sia pur su fronti avversi, sulle vie per avviare la modernizzazione sociale e la fuoriuscita da una situazione di arretratezza della Polonia che, per entrambi restava indissolubilmente legata alla riconquista della sovranità politica. Non senza colpi di scena e momenti di inevitabile tensione, tale contrapposizione si snoda dagli albori del Novecento fino all’inizio della Seconda guerra mondiale. Stasi si sofferma altresì con dovizia di particolari anche sui risvolti giuridico-costituzionali del nazionalismo analizzando sia il dibattito precedente l’approvazione della Costituzione del marzo 1921 che, malgrado alcuni punti deboli, costituiva comunque un deciso passo in avanti dal punto di vista del riconoscimento dei diritti a favore delle classi meno abbienti, sia le successive critiche avanzate, da fronti opposti, nei confronti del parlamento considerato dai nazionalisti alla stregua di “una bottega delle chiacchiere”. Ma la breve e significativa parabola della democrazia parlamentare polacca viene bruscamente interrotta dapprima dall’uccisione del presidente della Repubblica Gabriel Narutowicz (eletto da pochi giorni) da parte di un fanatico nazionalista e successivamente dal colpo di Stato ad opera dell’ex socialista Pilsudski che nel 1926, da sempre affascinato dalla figura di Napoleone, mette fine al progetto di modernizzazione e alla nascita dello Stato autoritario. In altre parole, come scrive Stasi, nelle ultime pagine: “La perdita della sovranità della Polonia nel 1939, riconquistata in parte solo dopo la fine della Seconda guerra mondiale, segna la drammatica fine del debole Stato polacco e della sua democrazia incompiuta”.
Una lettura per capire meglio le dinamiche politiche di un Paese troppo spesso colpevolmente trascurato.



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