La Libia, Malta … e il Viminale: cosa c’è dietro le minacce a Nello Scavo, giornalista di Avvenire

Intervista all’inviato che vive da quasi un anno sotto scorta: “A minacciarmi sono le stesse persone che vengono finanziate dal governo italiano”.

Valerio Nicolosi

“Tieni a mente che il codardo minaccia solo quando è al sicuro, lui trova il coraggio dietro a una tastiera”.
“In quale posto non dovrei sentirmi sicuro, Signor Gafà?”.
Questo botta e risposta tra Nello Scavo, inviato del quotidiano Avvenire, e Neville Gafà, ex capo di gabinetto del premier maltese Muscat, ha portato a una segnalazione da parte della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) al Viminale per le ennesime minacce da Scavo per il suo lavoro d’inchiesta che parte dalla rotta migratoria in Libia e arriva fino a Malta, tra petrolio off-shore e una flotta fantasma per i respingimenti. Lo scambio è avvenuto in seguito a uno dei tanti tweet dell’account anonimo “Migrant Rescue Watch”, a quanto pare molto vicino alla cosiddetta Guardia Costiera libica, secondo cui “le ONG non sono gradite nella zona SAR libica”. Abbiamo raggiunto Nello Scavo al telefono per capire la situazione.

“A quasi due anni di distanza dalle prime minacce per il tuo lavoro, continua a essere al centro delle attenzioni di trafficanti e politici” chiediamo. “Purtroppo. Le minacce continuano ad arrivare, anche se in realtà non si sono mai interrotte” ci spiega Scavo. “Alcune sono state prese seriamente in considerazione da parte delle forze dell’ordine rispetto ad altre. Risultato: mi è stata assegnata la scorta”. Le prime minacce “sono arrivate dopo l’inchiesta sulla visita di alcuni emissari del governo libico al CARA di Mineo: tra questi c’era Bija, il comandante della cosiddetta Guardia Costiera libica con un mandato di cattura internazionale per traffico di esseri umani” sottolinea l’inviato di Avvenire.

Bija fa parte di una milizia di Zawiyah, una cittadina a ovest di Tripoli, dove il confine tra chi fa parte della guardia costiera, chi gestisce i centri di detenzione per i migranti e chi traffica essere umani è molto labile. Bija è stato arrestato ma rilasciato dopo mesi e poi promosso al grado di “maggiore” dei guardacoste della sua città, nonostante in quegli stessi giorni gli USA e il Regno Unito confermassero il divieto di ingresso mei rispettivi Paesi per lo stesso Bija e il sequestro dei suoi beni all’estero. “Premetto di non aver mai fatto nessun esposto” sottolinea Scavo. “È stata sempre stata la polizia ad attivarsi, io continuo a fare il mio lavoro e le mie inchieste. La verità è che l’Italia mantiene rapporti con uno stato mafioso”. La Libia “gestisce le proprie risorse in modo mafioso. È successo anche pochi giorni fa con la Sea Watch in acque internazionali, che loro hanno definito zona economica esclusiva” continua l’inviato di Avvenire riferendosi alle minacce di arresto che la nave Sea Watch 3, dell’omonima ONG tedesca, ha ricevuto dai sedicenti guardacoste.

“Secondo te sarebbe potuto accadere la stessa cosa accaduta ai pescatori di Mazara del Vallo, vittime di una vera e propria rappresaglia armata?” chiediamo a Scavo. “Per i libici pesca e migranti rientrano nella stessa categoria, quella del business, così come il petrolio” risponde.

Proprio il petrolio ci porta a Malta e agli insulti di Neville Gafà: da tempo la piccola isola-Stato è centro di contrabbando di petrolio che parte dalle coste tripoline e arriva in Europa. Nel 2018 ci fu un sequestro importante di greggio libico arrivato a Porto Marghera tramite Malta e, sempre nel 2018, il consorzio giornalistico Project Daphne, intitolato a Daphne Caruana Galicia, la giornalista maltese uccisa da una bomba nel 2017, aveva raccontato di traffici di un giro petrolio libico tra Malta e la Sicilia.

Ma i rapporti tra Malta e Libia non finiscono qui: “Fu proprio Gafà a firmare gli accordi con l’allora governo di Tripoli per una flotta fantasma di pescherecci il cui compito era di intercettare i migranti in mare per riconsegnarli alla cosiddetta Guardia Costiera libica” racconta Scavo che aggiunge un altro elemento inquietante: “Anche l’esplosivo che ha ucciso Daphne Caruana Galicia arriva dalla Libia”. La commissione d’inchiesta composta da giudici maltesi che ha indagato sull’omicidio della giornalista è stata ostacolata nella sua azione dal governo dell’isola, tanto da proseguire il lavoro per mesi senza fondi. Alla fine, però, ha stabilito che lo stesso Neville Gafà abbia avuto “un ruolo propedeutico nell’omicidio” screditando il lavoro della giornalista con delle immagini ironiche che la ritraevano in momenti privati della propria vita.

Da quando i governi europei hanno deciso di ridurre le navi, sia militari che civili, con la fine di Mare Nostrum sono aumentati i traffici di droga e petrolio nel Mediterraneo. La Libia è diventato un porto franco dove transita di tutto e da lì è facile far arrivare qualsiasi tipo di merci in Italia o a Malta. Lo scorso gennaio sulle spiagge siciliane sono stati ritrovati i corpi di due sub, dei quali non è ancora nota l’identità. La procura è ancora oggi al lavoro e le indagini portano a dei ritrovamenti, nelle stesse zone, di decine di chili di hashish. “Nel maggio 2020 invece la polizia doganale di Rio de Janeiro ha trovato 128 chilogrammi di cocaina in due container destinati alla Libia, segno che il Paese nord-africano è oggi uno dei centri di smistamento di sostanze stupefacenti dirette in Europa. I migranti sono solo uno dei traffici, perché di questo si tratta, e vengono usati come forma di pressione sui governi europei. Ma i veri affari sono altri” commenta Nello Scavo.

Questa pressione e la necessità di fermare il flusso migratorio hanno portato al Memorandum d’intesa tra Italia e Libia nel 2017, quello che viene rinnovato dal parlamento a larga maggioranza da quattro anni e che finanzia proprio la cosiddetta Guardia Costiera libica. Contemporaneamente è iniziata la guerra alla ONG, che ha portato a una presenza sempre meno costante delle navi civili a largo della Libia. “Hanno tolto degli occhi indipendenti che, oltre a soccorrere i migranti, potevano vedere quello che accade nel Mediterraneo centrale. Dai governi italiani in questi anni c’è sempre stato sostegno ai libici: ma sono poi gli uomini del Viminale ad assegnarmi la tutela e, oggi, a proteggermi. Cosa di cui naturalmente sono grato,” dice Scavo facendo notare una contraddizione per la quale, alla fine, sembra che il governo con una mano finanzia le varie entità libiche e dall’altra tocca alla Polizia proteggere i giornalisti da quegli stessi beneficiari del sostegno italiano.

In questo scenario il Partito Democratico ha fatto approvare un emendamento dal Parlamento italiano che prevede che dal prossimo anno la missione di finanziamento della cosiddetta Guardia Costiera libica passi sotto il controllo europeo attraverso la missione navale Irini. “L’ammiraglio Agostini, a capo di Irini, da mesi chiede di poter andare a Tripoli per coordinarsi con le autorità libiche ma ancora non ha ricevuto il visto. In tutto questo la Turchia ha ormai un potere enorme in Libia e forse a Roma o a Bruxelles ancora non l’hanno capito. Intanto continuiamo a farci affari e a finanziarli” chiosa Nello Scavo.

Foto Mich Seixas (per gentile concessione)



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