Quegli strani neonazisti europeisti e atlantisti in Ucraina

Elia Rosati, autore di L' Europa in camicia nera, racconta la parabola delle formazioni neonaziste ucraine da piazza Maidan a oggi.

Cinzia Sciuto

Molti analisti fanno risalire quello che sta accadendo in Ucraina in queste ore alle proteste antirusse e pro Europa di piazza Maidan del 2014. In quella piazza erano presenti anche non pochi esponenti di forze di estrema destra, se non espressamente neonaziste. Che ruolo hanno svolto allora queste forze?
Con la rivolta di Maidan il panorama del nazismo ucraino si è frastagliato e da quella rivolta di piazza sono nati anche piccoli gruppetti. Tradizionalmente la formazione egemone in quest’area politica è il partito neonazista Svoboda, la formazione più antica, fondata nel 1991 quando si chiamava Partito Socialnazionalista d’Ucraina. È però a partire dal 2004, quando ha assunto la denominazione Svoboda, che ha iniziato a rafforzarsi. Il suo logo è una runa utilizzata dalle SS come mostrina militare (il gancio di Lupo), che è anche un simbolo del neofascismo e neonazismo a livello mondiale, spesso utilizzato in Italia per esempio da Forza Nuova. Il loro primo exploit avviene nelle elezioni parlamentari del 2012. Si tratta del periodo in cui si consolida la virata verso la Russia dell’Ucraina con Yanukovich che ha avuto un ruolo di primo piano dal 2002 e che poi è stato presidente dell’Ucraina dal 2010 al 2014: una sorta di eterno leader di grande fedeltà putiniana. Risale a quel periodo, per esempio, l’accordo di Kharkov che concedeva ai russi delle basi navali, come quella di Sebastopoli. È lì che inizia la forte polemica antirussa, perché si aveva la sensazione di un paese quasi occupato dai russi. Svoboda cavalcò particolarmente l’opposizione a Yanukovic auspicandone anche più volte l’impeachment e chiedendo per esempio di chiudere le basi navali russe aperte con l’accordo di Kharkov. Nel 2012 questa campagna antirussa molto brutale gli fruttò il 10,4% con 38 deputati. A Maidan poi faranno la parte del leone, tanto è vero che dopo la rivolta diventano brevemente una delle forze che fa parte del governo provvisorio, ottenendo dunque un riconoscimento politico da parte del post-Maidan. Stiamo parlando di un partito autoritario, neonazista, omofobo, xenofobo, che sostiene il diritto di portare le armi, chiede l’abolizione dell’aborto ecc. Dal 2010 i dirigenti di Svoboda compiono una svolta ideologica, diventando sostenitori dell’entrata dell’Ucraina nella NATO, in funzione antirussa naturalmente. Ed è cavalcando quel sentimento antirusso che si rafforzano e riescono ad entrare nel governo provvisorio. Ma è una bolla che scoppia presto. Poroshenko li caccia via rapidamente e questo rappresenta la fine di Svoboda che alle elezioni del 2019 scende al 2,15 ottenendo un solo deputato, il loro leader Oleh Jaroslavovyč Tjahnybok. Anche se è ancora presente in alcuni parlamenti regionali ed è piuttosto radicata in un quartiere di Kiev, stiamo dunque parlando di un partito oggi molto piccolo, che però è stato molto abile a capitalizzare il sentimento antirusso grandemente diffuso in Ucraina.

Oggi, dunque, non svolgono più alcun ruolo?
Questo purtroppo non si può dire, perché, pur essendo di fatto ininfluenti sul piano politico, continuano ad esser molto presenti in particolare fra le milizie antirusse che combattono al confine con le repubbliche separatiste del Donbass, quelle la cui indipendenza ha di recente riconosciuto Putin, dove c’è una conflittualità latente da molti anni. E questo si può dire anche per il gruppo paramilitareneonazista di Pravy Sektor. Parliamo di milizie informali, tollerate se non addirittura sfruttate dall’esercito ucraino per contenere i separatisti. Si tratta anche di milizie piuttosto ben equipaggiate (da chi non è dato sapere…) e che ricevono rinforzi anche da combattenti neonazisti provenienti dal resto d’Europa.

Questa svolta atlantista ed europeista, per quanto solo strumentale in chiave antirussa, porta questi gruppi neonazisti ucraini ad allontanarsi dalle altre forze di estrema destra europee…
Esatto, perché tutte le forze che erano state loro alleate fino ad allora – dalla Fiamma Tricolore a Forza Nuova passando per il British National Party e al Partido Nacional Renovador portoghese – erano tutti fortemente anti-Nato e, a partire più o meno dal 2014, filo-Putin. È in quel momento, infatti, che si crea questa nuova famiglia sovranista europea affascinata da Putin, che va da Salvini a Le Pen. Non si tratta però di un fascino puramente ideologico, dietro ci sono anche precisi interessi: basti pensare all’associazione filoleghista di Amicizia Italia Russia fatta da imprenditori lombardi o ai chiacchierati legami di Salvini con il mondo russo o ancora all’enorme fideiussione che, è emerso, ha avuto Le Pen per ben due campagne presidenziali da parte di finanziarie russe. Per non parlare nel 2019 dello scandalo che ha coinvolto il sovranista austriaco Christian Strache e alcuni speculatori russi, costatogli la fine della sua avventura di governo.

Alla luce dell’invasione dell’Ucraina, che naturalmente rinfocola i sentimenti antirussi della popolazione, queste formazioni possono tornare ad avere un ruolo di primo piano un po’ come ai tempi di Maidan?
Secondo me assolutamente no perché le forze sono impari. Un conto è scontrarsi con la polizia a Maidan o anche con le milizie filorusse nel Donbass, un altro con l’esercito russo.

Una delle motivazioni retoriche avanzate da Putin per questa invasione è proprio quella di voler “denazificare” l’Ucraina…
Questo fa parte della retorica di questa nuova “grande guerra patriottica”. Putin ha fatto un discorso che sostanzialmente mette lo zar, l’Unione Sovietica e lui in un’unica grande narrazione storica dell’imperialismo russo. Ma questo non c’entra niente con la “denazificazione” dell’Ucraina, che non è affatto nazificata, pur avendo certamente una presenza importante di forze neonaziste. Questo però non è uno scontro ideologico ma geopolitico.

Qui un estratto dell’ultimo libro di Elia Rosati, “L’Europa in camicia nera”

Guerra in Ucraina. Tutte le notizie sulla crisi con la Russia

CREDIT FOTO: Miliziani del battaglione Azov – © Serg Glovny/ZUMA Wire



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