Netanyahu e la seconda nakba palestinese

Dopo quasi 3 mesi guerra, più di ventimila morti in larghissima parte civili, un intero popolo sfollato e affamato, la scelta di Netanyahu è più chiara che mai: non solo distruggere Hamas, ma scacciare i palestinesi dalla Striscia e rendere la vita a Gaza letteralmente impossibile non solo durante ma anche dopo la guerra. Come una simile situazione possa rappresentare una sicurezza per il futuro di Israele è un mistero.

Cinzia Sciuto

Il 10 ottobre scorso, quando ancora le truppe israeliane non erano entrate nella Striscia e in molti provavano proprio a scongiurare quell’esito scrivevamo che “la storia non è fatta di automatiche catene di azioni e reazioni. Non è vero, mai, che non c’è scelta. Così come l’attacco di Hamas è stata una precisa scelta, tale è anche la risposta di Israele”. Dopo quasi 3 mesi guerra, più di ventimila morti in larghissima parte civili, un intero popolo sfollato e affamato, la scelta di Netanyahu è più chiara che mai: non solo distruggere Hamas, ma scacciare i palestinesi dalla Striscia e rendere la vita a Gaza letteralmente impossibile non solo durante ma anche dopo la guerra.
Netanyahu (con la complicità della comunità internazionale, si veda la recente vergognosa risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu) sta preparando una seconda nakba, che avrà se possibile effetti ancora più tragici della prima. E Hamas, con il brutale attacco contro i civili israeliani lo scorso 7 ottobre, gli ha offerto l’occasione sul piatto d’argento. Ma che questa immane tragedia abbia trovato il suo innesco (a scuola si parlava un tempo di “causa scatenante”) nella scellerata scelta di Hamas di uccidere e violentare più 1200 israeliani (la stragrande maggioranza civili inermi) e di prenderne in ostaggio più di 200 (di cui ancora circa 140 nelle loro mani) non diminuisce di un grammo il peso della responsabilità morale, politica e storica di Netanyahu. Il quale d’altro canto sta agendo in perfetta coerenza con l’ideologia dell’estrema destra israeliana che vede nei palestinesi in sé una minaccia per Israele e in ogni singolo palestinese un potenziale terrorista.
Tutte le guerre, prima o poi, finiscono. Questa finirà con il completo annichilimento dei gazawi, che si ritroveranno di fronte alla scelta di fuggire (sempre che qualcuno li accolga) andando a ingrossare le fila della diaspora palestinese o di ricostruire una vita sotto una nuova occupazione israeliana della Striscia (di fatto già annunciata da Netanyahu). Come una simile situazione possa rappresentare una qualche garanzia di sicurezza per Israele è un mistero.

CREDITI FOTO: Palestinians walk among rubble of buildings in Al-Nuseirat refugee camp EPA/MOHAMMED SABER



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