Nicola Chiaromonte: un autore da riscoprire in un’epoca di crisi strutturale

In un'epoca storica stravolta da crisi sanitarie, economiche, politiche e culturali, in cui la destra estrema avanza imperturbata e il contratto sociale su cui si fondano le democrazie liberali è stato infranto, riscoprire il pensiero di Nicola Chiaromonte risulta necessario per continuare a porci quegli interrogativi utili a credere ancora nella possibilità di una via d’uscita. In particolare, tra le pagine di “Credere e non credere” si può trovare l’antidoto contro ogni forma di dogmatismo, fanatismo e violenza che caratterizzano il nostro presente ormai da decenni.

Simone Zoppellaro

Forse più di quanto finora abbiamo avuto modo di realizzare o comprendere, le società europee e americane appaiono attraversate da una frattura che, dal dopoguerra in avanti, non è mai stata così profonda. Tanti i fattori che concorrono a un fenomeno che ha senza dubbio radici lontane. Dall’Olanda di Wilders all’Argentina di Milei, dagli Usa del redivivo Trump alla Slovacchia di Fico e alla Serbia di Vučić – solo per citare alcuni esempi prossimi . La sensazione è che sia avvenuto qualcosa di irreparabile. È impossibile sapere se mai qualcuno sarà capace di trovare il filo d’oro del kintsugi che riassembli quanto è stato spezzato.
Molti identificano nel periodo di una pandemia presto divenuta sindemia – ovvero l’intersecarsi con una policrisi insieme sociale e psicologica, culturale e economica – il punto del non ritorno. Così scrive la filosofa politica Lea Ypi: “L’emergenza sanitaria può passare. Ma la crisi economica, politica e sociale che questa ha messo in moto non se ne andrà. Tutte insieme costituiscono una crisi del sistema: la rottura del contratto sociale”. Parole che, a comprenderle fino in fondo, mettono i brividi.
In un quadro come questo, la riscoperta di un intellettuale laico e razionalista come Nicola Chiaromonte e del suo libro che andiamo presentando, Credere e non credere, è più necessaria che mai. Questo perché l’opera di questo “testimone del tempo”, come scriveva di lui Pampaloni, che “equivale oggi a testimone del disordine”, è un forte antidoto contro ogni forma di dogmatismo, fanatismo o violenza. Perché pochi come l’autore lucano sono stati in grado di interrogare la nostra epoca, scavando a fondo le sue radici, senza l’inutile pretesa (o “malafede”, direbbe Chiaromonte) di risolvere l’enigma di una crisi che, anche a dispetto di una nostra mancata presa di coscienza, è forse irrisolvibile:
Tutti noi, dall’intellettuale sofisticato al comune lettore di giornali e di rotocalchi – continuiamo a parlare il linguaggio del progresso, mentre al progresso non crediamo più. E non ci crediamo per la buona ragione che non c’è. […] Non ha più luogo, il progresso, perché, concepito seriamente, all’origine esso comportava che progresso scientifico e progresso intellettuale morale procedessero paralleli e, crescendo la fiducia nell’uno, crescesse naturalmente anche la certezza dell’altro. Anzi, per esser precisi, il progresso scientifico e materiale veniva concepito come lo strumento di quello morale e intellettuale dell’umanità, e comunque inseparabile da esso. Alla testa di questo moto, c’era l’umanità occidentale. Ma era esplicitamente inteso che, attraverso il progresso dell’umanità occidentale, l’umanità intera sarebbe stata sollevata dalla sua millenaria infelicità e miseria”.
Il volume, uno dei due soli che l’autore pubblicò in vita, trae origine da un ciclo di conferenze tenute nel 1966 all’università di Princeton. Ripubblicato da Mondadori nel 2023, vide la luce – dato non casuale per un intellettuale dal respiro internazionale come Chiaromonte – prima in inglese nel 1970 col titolo The Paradox of History e quindi l’anno seguente in italiano, in una versione accresciuta, raccogliendo una serie di saggi che, tranne Crisi vera e falsa religione, erano tutti usciti in rivista fra il 1956 e il ’68, per quanto poi ampliati e riveduti.
Nella totalità dei casi, la rivista in questione era Tempo presente, fondata e diretta insieme a uno dei compagni di strada più vicini a Chiaromonte, ovvero Ignazio Silone; e varrebbe davvero la pena, a dispetto delle differenze fra i due (agnostico e anticlericale il primo, un “cristiano senza chiesa” il secondo), rileggere il libro in questione insieme a un volumetto di Silone del 1954, La scelta dei compagni, ripubblicato anch’esso lo scorso anno nella collana diretta da Goffredo Fofi per le Edizioni E/O. Qui un passaggio dal libro di Silone, in cui si evince la profonda affinità fra i due:
Sappiamo che di solito si accusa la Prima guerra mondiale di essere stata causa e origine di tanto disastro; ma possiamo domandarci se sarebbe scoppiata quella guerra se il mondo civile non fosse stato già in crisi. La Grande guerra rivelò semplicemente la fragilità dei miti progressivi sui quali poggiava la civiltà capitalistica. Anche nei paesi vincitori le vecchie istituzioni traballavano per le dure prove subite e sembravano impalcature marce. Da esse lo scetticismo e la corruzione scendevano fino alle fondamenta sociali”.
E proprio da questo punto muovono i saggi di Chiaromonte che, in “un libro che procede per sovrapposizioni, dal cerchio al centro e dal centro al cerchio”, come scrive Raffaele Manica nella Postfazione, si interrogano a partire da quella crisi epocale che pochi intellettuali di sinistra come loro ebbero il coraggio di indagare fino in fondo.
Degno erede di Montaigne e Thoreau, di Orwell come di Simone Weil, l’autore dimostra una perfetta padronanza del genere saggistico (a questo proposito, segnalo la nuova serie del podcast Past Present Future dedicata da David Runciman all’argomento), insieme al marcato scetticismo e anticonformismo che lo contraddistinsero fin dalle sue origini.
Assai provocatoria la scelta, visti soprattutto gli anni in cui furono redatti, di indagare il rapporto fra l’uomo e l’evento non attraverso un’indagine storica, bensì affrontando la letteratura, e nello specifico alcuni esemplari più e meno noti del romanzo ottocentesco e novecentesco. Scrive in proposito Chiaromonte: “a mio parere, è soltanto attraverso la finzione, e nella dimensione dell’immaginario, che è possibile apprendere qualcosa sull’esperienza autentica dell’individuo”.
In aperta polemica con intellettuali come Sartre “secondo cui la storia è l’unica dimensione autentica dell’uomo”, l’autore indaga con profondità come gli scrittori hanno affrontato e affrescato, interrogandosi, i grandi eventi del loro tempo. E così, dall’epopea napoleonica ritratta da Stendhal, Tolstoj e Victor Hugo, al primo conflitto mondiale e alla rivoluzione bolscevica descritta da Pasternak, fino a quella straordinaria figura che fu Malraux, testimone fra l’altro della rivoluzione cinese e della guerra civile spagnola, l’intellettuale lucano ci accompagna in un excursus in cui, paradossalmente, la finzione della letteratura diviene il miglior modo per denunciare la finzione della storia.
Alla base dell’indagine, lo stesso dramma che aveva portato Ignazio Silone, critico dello stalinismo, ad essere espulso da quel P.C.I. che pur aveva contribuito a fondare. Scrive Chiaromonte: “L’analisi di Berlin mi condusse a vedere con chiarezza che il problema della disfatta del socialismo democratico non era il più importante: la vera questione era la credenza nella Storia con la maiuscola». E ancora, con parole per nulla scontate nel contesto in cui maturarono, segnato da identità politiche ancora forti e esclusive: “La nostra non è un’epoca di fede, ma neppure d’incredulità. È un’epoca di malafede, cioè di credenze mantenute a forza, in opposizione ad altre e, soprattutto, in mancanza di altre genuine”.
Parole che pesano, le sue: antifascista della prima ora, esule e militante di Giustizia e Libertà, Chiaromonte fu volontario in Spagna nella squadriglia aerea di quello stesso Malraux cui dedica pagine intense in Credere e non credere, e che a sua volta lo aveva ritratto nel personaggio di Giovanni Scali nel romanzo L’Espoir (‘La speranza’) del 1937. Figura riservata e sfuggente a ogni definizione – c’è chi, come Moravia, giunse a paragonarlo a Socrate – capace di muoversi con sicurezza e acume fra diverse discipline, fu uno dei nostri intellettuali più apprezzati all’estero, guadagnandosi la fiducia e l’amicizia di Albert Camus.
Come scrive Raffaele Manica: Non c’è una sua pagina (né in questo libro né altrove) che sia dettata o ispirata da un qualche specialismo: tutte le pagine derivano sempre dall’osservazione e dalla riflessione: dalla meditazione sul senso umano e civile, e su quella specificazione particolare che ne è la letteratura”.
E così la passione civile, l’inesauribile afflato etico del suo impegno – anche a costo di pagare con l’isolamento le sue posizioni più esigenti – lo accomunano a figure pur diversissime come il filosofo Günther Anders, l’attivista Alexander Langer e lo stesso Silone, ancora capaci di aprire squarci sul nostro presente.^
In un percorso quasi iniziatico verso “una conversione” che non può avvenire però che “attraverso il disinganno e la delusione”, Chiaromonte, nemico di ogni falsa religione – laica o cristiana che fosse – scrive parole che, a oltre cinquant’anni dalla pubblicazione del volume, sembrano ancora interrogarci: Il primo passo è la liberazione da quella credulità nel mondo attuale e nei suoi idoli che ce ne rende complici, e quindi prigionieri, per quanto alto uno possa credere di spaziare con i pensieri. Il secondo è la rinuncia all’idea fra tutte perversa secondo cui il corso delle cose dovrebbe avere un significato unico, gli eventi ridursi in qualche modo a sistema e quindi giustificarsi secondo una qualche nozione astratta, o supposta ‘tendenza storica’. Il terzo, liberarsi in maniera radicale dal falso ottimismo su cui sembra reggersi il moto apparentemente accelerato – ma in realtà prestabilito una volta per sempre dai meccanismi che lo regolano – della società contemporanea. Infine, accettare una volta per tutte il fatto che il mondo e la nostra esistenza non sono che frammenti di un tutto che ci rimarrà per sempre imperscrutabile. Ritrovare, in una parola, il senso di quella che Bertrand Russell ebbe a chiamare la ‘pietà cosmica’, e della quale egli trovava del tutto sprovvisto l’uomo moderno”.
Una via d’uscita nonostante tutto, sembra indicarci Chiaromonte, è ancora possibile



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