No alla guerra e alla logica di guerra

Dopo due devastanti conflitti mondiali, lo spavento per una guerra generalizzata in Europa evoca scenari apocalittici, che forse nessuno vuole.

Michele Martelli

Alla fine, tira tira la fune si è spezzata, l’irreparabile è accaduto [Qui tutte le notizie sulla guerra in Ucraina pubblicate con i contributi di Valerio Nicolosi, inviato di MicroMega a Kiev]. Putin ha invaso con una manovra militare a tenaglia da terra cielo e mare l’Ucraina. Ed è guerra, come sempre, orribilmente distruttiva e sanguinosa. L’aggressore va condannato senza se e senza ma, e la nostra compartecipe solidarietà va alle famiglie di Kiev sotto le bombe. Dopo due devastanti conflitti mondiali, lo spavento per una guerra generalizzata in Europa evoca scenari apocalittici, che forse nessuno vuole. La saggezza politica oggi ci impone l’attivismo pacifista, non l’arruolamento nella demoniaca «logica di guerra», quella che il teorico giurisperito filonazista Carl Schmitt definiva «l’antitesi amico-nemico», dove il nemico è non l’«inimicus» in senso generico, ma l’«hostis», il «polémios», il «Feind», il nemico in senso «estremo», bellico, militare[1].

Se non si riduce schmittianamente l’«essenza del politico» alla logica di guerra, la politica a polemologia, dal conflitto in Ucraina si può ancora uscire. Non spetta certo a me dire come. Ma il possibile ingresso nell’Unione europea sia dell’Ucraina indipendente sia della stessa Federazione russa potrebbe essere ancora una via percorribile, per quanto difficile, di pacificazione vantaggiosa per tutti. Occorrerebbe però ridurre il peso politico e militare della Nato, allargatasi minacciosamente fino ai confini russi. E adoperarsi per il «cessate il fuoco» in Ucraina e il ritiro degli invasori russi, intensificando gli sforzi diplomatici e chiamando tutti a una Tavola della Pace[2].

Al contrario in questi giorni terribili si assiste a un inaudito rafforzamento della Nato, con l’invio di altre armi, soldati e dollari ai paesi est-europei, e con l’aumento vertiginoso delle spese militari (in Italia 26 miliardi di dollari in più del 2021, sottratti alla scuola e alla sanità publlica). La Von der Leyen sembra atteggiarsi a capo della Nato più che dell’Ue, dimenticando che Ue e Nato non sono sovrapponibili. Per i più distratti: il turco Erdogan è nella Nato, ma non nell’Ue, e il furioso bellicista Johnson, che mirandosi allo specchio si sente il vice-Biden, è nella Nato, non nell’Ue, da cui vanta orgogliosamente la Brexit. La Nato è un’organizzazione militare, non di beneficenza, fin dall’inizio improntata, come altri enti simili, a una logica di guerra. Se l’Ue si identifica con la Nato, si identifica con la sua logica di guerra. Laddove la guerra, come l’esperienza storica insegna, non produce che altre guerre, in un vortice inarrestabile. E col rischio di una guerra nucleare che sia davvero la fine di tutte le guerre, ossia «il tempo della fine», la «fine dei tempi» (Günther Anders)[3].

Forse, a questo punto, una rapida ripassatina di storia di politica estera non guasta. Concentriamoci su alcune date. 1945: la Carta delle Nazioni Unite proclama il principio della risoluzione pacifica dei conflitti internazionali, ma nel 1949 nasce la Nato, con 12 paesi firmatari, tra cui gli Usa e l’Italia; con l’ammissione di Grecia (1952), Turchia (1952), Germania Ovest (1955) diventano 15. Da chi dovevano difendersi? L’Urss risponde, col Patto di Varsavia, nel 1955. Di chi la colpa della preparazione di una nuova potenziale guerra nel cuore dell’Europa? 1961: Krusciov tenta di installare suoi missili a Cuba; si giunge sull’orlo di una guerra nucleare; la crisi si risolve con lo smantellamento contemporaneo delle basi Urss a Cuba e di quelle Usa in Turchia, ai confini delle regioni meridionali dell’Urss, ma già installate nei primi anni 50. Anche qui, chi ha abbracciato per primo la logica di guerra? Nel frattempo, gli Usa sono stati protagonisti dell’infame guerra contro il Vietnam, e di altre cosette del genere, per golpe interposto, dal Cile all’Argentina all’Indonesia, ma lasciamo stare. 1991: mentre l’Urss è ormai quasi definitivamente dissolta, se il nemico era l’Urss perché non disfarsi della Nato? Ma questo non accade. Tuttavia, come ha documentato due settimane fa “Der Spiegel”, nella riunione a Bonn del 6 marzo 1991 i rappresentanti di Usa, Rft, Francia e Gran Bretagna sottoscrivono l’impegno della Nato di non espandersi «di un centimetro a Est». Detto fatto, ma il contrario. 1999: Ungheria, Repubblica cecoslovacca e Polonia, confinante con la Russia, entrano nella Nato, la quale, nello stesso anno, indice una «guerra umanitaria» in Jugoslavia, bombardando per 78 giorni Belgrado, smembrando la Serbia, paese sovrano, e ridisegnando con la forza militare la geografia politica della regione. Clinton, Blair e D’Alema gioiscono, la stampa embedded applaude. Ma per il neopremier Putin, ex capo del Kgb, è un pessimo segnale: la fragile Federazione russa potrebbe fare la stessa fine. Perciò nel 2000, in un incontro con George Robertson, allora segretario generale, chiede inascoltato l’ingresso nell’Alleanza atlantica[4]: forse si illudeva in una Nato a tre poli (Usa, Ovest-Europa, Russia), sfuggendo così all’accerchiamento. Tutto invano. 2004: adesione alla Nato di altri 7 nuovi paesi est-europei, Slovacchia, Slovenia, Romania, Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania (le ultime due confinanti con la Russia), con successiva installazione di basi missilistiche nucleari puntate su Mosca. E così diventano membri Nato nel 2006 Albania e Croazia, nel 2017 Montenegro e Macedonia del Nord, ultimo effetto della Serbia disgregata a suon di bombe. Oggi la Nato è composta di 30 paesi membri. Sono pochi? Il 31o si accingeva a essere l’Ucraina: nel 2021 aveva ottenuto dal MAP (Memberschip Action Plan) lo stato di pre-adesione alla Nato, approvato nel Parlamento di Kiev nel gennaio 2022.

Nel corso di questi 23 anni, Putin agisce e reagisce con una logica di guerra contrapposta. Almeno finora, l’intento di Putin sembra essere duplice: da un lato, tentare di garantire la sicurezza della Federazione russa messa in pericolo dall’accerchiamento Nato; dall’altro ridisegnarne la mappa geopolitica, allargandone i confini a quelli dell’ex-Urss e della Russia zarista, nel quadro di un evidente progetto neoimperiale. 1999-2006: mentre la Nato smembra la Jugoslavia e la Serbia, e si allarga a Est, Putin attacca e annette la Cecenia, ex repubblica sovietica, a conclusione di un lungo e sanguinoso conflitto tra russi e separatisti islamisti anti-russi, dopo una serie di attentati terroristici a Mosca e l’orrida strage di Beslan, nell’Ossezia del Nord, nel 2004, a opera di islamisti ceceni. 2008: dopo l’ingresso nella Nato dei 7 paesi est-europei ex-sovietici, e di Albania e Croazia, Putin aggredisce la Georgia già sovietica, annettendosi le due regioni separatiste pro-russe, l’Ossezia del Nord e l’Abcasia. 2014: la Crimea, ex repubblica sovietica russofona, annessa all’Ucraina dall’ucraino Krusciov, passa alla Russia con un referendum popolare, sotto l’ombrello militare di Putin. 2014-2015: con gli accordi di Minsk II dovrebbe cessare la feroce guerra in atto tra i separatisti russofoni del Donbass e i nazionalisti ucraini antirussi, professanti l’ideologia neonazista del criminale di guerra Stepan Bandera, con i suoi punti alti nelle violenze di estrema destra dell’Euromaidan, il colpo di Stato antirusso e la fuga a Mosca del presidente Yanucovych. Ma nessuno rispetta gli accordi. E la guerra imperversa, invisibile e spietata. Fino a oggi.

Finché non si trasforma nella guerra d’aggressione della Russia contro l’Ucraina. Una scelta dell’autocrate russo errata anche dal suo punto di vista, oltre che politicamente ottusa, un potenziale boomerang, che non solo incrementa la russofobia della Nato, compattandola, ma rischia di suscitare anche l’opposizione interna, se non la ribellione, dei settori sociali meno abbienti, i più esposti ai costi della guerra e alle sanzioni occidentali. E le ingorde oligarchie capitalistiche russe, disseminate nelle principali City affaristiche dell’Occidente, rimarranno spettatori inerti e silenti di fronte all’eventuale irreparabile danno ai loro profitti miliardari?

Se si vuole la pace, bisogna evitare la guerra: ovvio, ma non per i guerrafondai d’ogni risma. Nessuna giustificazione alla criminale guerra di Putin. Ma perché non sedersi a un tavolo, per tentare di risolvere col dialogo la controversia, magari finlandizzando o elvetizzando l’Ucraina, garantendone l’indipendenza e la piena sovranità, ma demilitarizzandola, facendone uno «Stato-cuscinetto» tra Russia e Nato? Qui assegnare torti e ragioni, per le cause pregresse, ora, a guerra in atto, è mero esercizio accademico. Ma, nonostante tutto, per esorcizzare l’ulteriore escalation bellica, il tavolo della pace resta l’unica possibilità. Non è mai troppo tardi.

Cui prodest? Attualmente, il solo a lucrare dalla guerra è Biden. La vittima è soprattutto l’Ucraina, ma anche l’Ue, incapace di una politica autonoma. A difesa di se stessa. E della pace.

Guerra in Ucraina. Tutte le analisi e le opinioni sulla crisi

[1] Carl Schmitt, Le “categorie del politico”. Saggi di teoria politica, a cura di G. Miglio, a cura di P. Schiera, il Mulino, Bologna 1972, pp. .101, 108-109, 112.

[2] Vedi Russia, Ucraina e il conflitto che non conviene a nessuno (micromega.net).

[3] Günther Anders, Tesi sull’era atomica, in appendice a Id., Essere o non essere. Diario da Hiroshima e Nagasaki, prefaz. di N. Bobbio, tr. it. di R. Solmi, Einaudi, Torino, 1961, p. 201.

[4] Vedi Putin voleva la Russia nella Nato, ma senza fare la coda “con altri paesi che non contano” – La Stampa

 



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