No rifiuti tossici e stop gas: le lotte ambientali nell’Alto Casertano

Nuova tappa del nostro tour politico-ambientale in Campania con Antica Rufrae, Comitato Antica Terra di Lavoro, USB Campania e Movimento Basta Impianti.

Emanuela Marmo

Il tour politico-ambientale di Stop biocidio in Campania accompagna MicroMega nell’Alto Casertano e ci affida a Antica Rufrae, Comitato Antica Terra di Lavoro, USB Campania e Movimento Basta Impianti.

La tappa si svilupperà in tre diversi appuntamenti. In questo articolo, vi parleremo delle questioni che si snodano intorno agli ex impianti Pozzi Ginori. Poi saremo a Presenzano, dove i movimenti si oppongono alla costruzione della centrale termoelettrica della Edison. L’ultima sosta sarà invece dedicata a una analisi delle strategie, degli obiettivi e dei risultati dell’attivismo ambientale in questa zona della Campania.

L’Alto casertano è particolarmente interessante da un punto di vista politico-ambientale: «Le questioni ci sono tutte: l’Agro aversano rientra nella Terra dei fuochi e ne patisce le medesime difficoltà; a causa delle politiche scellerate, attuate per risolvere lo smaltimento dei rifiuti unicamente con discariche e incenerimento, abbiamo una costellazione di siti nocivi realizzati però dalle stesse istituzioni; gli investimenti continuano a riguardare esclusivamente l’energia prodotta con fonti fossili» (Comitato Antica Terra di Lavoro).

Teo Lepore (USB Campania) ci racconta che la lotta ambientale nella zona sud dell’Alto Casertano inizia a Pignataro Maggiore, all’epoca delle mobilitazioni contro la Kuwait ed è proseguita negli anni, di volta in volta impegnandosi nelle più disparate emergenze ambientali e contro la criminalità organizzata che si infiltrava nella gestione dei rifiuti e della produzione dell’energia elettrica.

L’Agro Caleno – che congiunge Capua, l’area metropolitana di Caserta e l’Alto casertano – è stato segnato dalla costruzione dell’impianto della Pozzi Ginori, da tutti atteso come speranza di sviluppo e occupazione: «Erano gli inizi degli anni Settanta. Grazie alla Cassa del Mezzogiorno venne realizzato un impianto di tipo fordista che al massimo del suo impiego occupava circa 2 mila operai. Ma fu una speculazione, non un investimento. Infatti l’impianto fu dismesso e venduto a lotti. Considerando che le politiche di governo territoriale non andavano oltre la vergognosa consuetudine di piazzare candidati non eletti nei consorzi di gestione delle aree industriali, inevitabilmente i terreni furono oggetto di speculazione: alcuni furono svalutati perché inquinati da amianto, furono acquistati dal Gruppo Cosentino che li concesse all’Hera, con opzione sulla vendita di energia. Quindi, terreni che non valevano più nulla consentirono un duplice guadagno: immediato, sul terreno; negli anni, grazie all’energia».

Non fu il solo affare a concludersi qui. Se ne prepararono altri.

La società Iavazzi Ambiente Scarl, avvalendosi di contributi pubblici, voleva istallare una centrale biomasse proprio «in un territorio che noi avevamo ragione di ritenere già gravemente inquinato. Ovunque Pozzi Ginori aveva messo insediamenti, erano stati ritrovati rifiuti tossici. Pratica diffusa era quella di seppellire gli scarti della produzione nei terreni adiacenti. Secondo le testimonianze riferite da numerosi ex operai, i residui dei processi industriali venivano smaltiti quasi interamente nei terreni interni allo stabilimento o nel rio dei Lanzi, che costeggia l’impianto. C’erano stati episodi di intossicamenti tra agricoltori. Ci mobilitammo, facemmo pressioni sulle istituzioni attraverso continue manifestazioni, organizzando presidi, raccogliendo firme, convocando consigli popolari a contraltare di quelli comunali. Vincemmo. Nel gennaio 2016, la conferenza dei servizi negò l’autorizzazione per l’impianto. Nel frattempo, la società Iavazzi fu colpita dal provvedimento di interdittiva antimafia».

Nel 2015 risultò in maniera inoppugnabile che anche in quel terreno erano seppellite tonnellate di rifiuti tossici. I materiali ritrovati, secondo la relazione del 2015 del consulente della Procura il prof. Andrea Buondonno, sono in prevalenza classificabili come “speciali e pericolosi”, derivanti dall’attività produttiva del vecchio stabilimento: zinco, cromo VI, piombo, idrocarburi, cloro metano e PCB. La Regione Campania stanziò 15 milioni di euro (DGR n. 731 del 13/12/2016) per la caratterizzazione, la messa in sicurezza e l’eventuale bonifica dell’area. La Giunta Regionale decise (delibera n. 510 del 01/08/2017) di ricorrere a Invitalia Spa per la realizzazione delle opere. La stipula dell’accordo tra Regione Campania e Invitalia ha comportato la rinuncia da parte del Comune di Calvi Risorta a partecipare alla gestione amministrativa e burocratica degli interventi sulla discarica. Solo lo scorso anno Invitalia spa ha presentato un bando di gara per la caratterizzazione: «I rifiuti ritrovati nel 2015, sono ancora lì. A quanto pare nemmeno Sergio Costa, che aveva acclarato la presenza della discarica, da ministro, è riuscito a intervenire. È stato un colpo per il territorio, aspettavamo una risposta. Avevamo parlato con tutti e battuto ogni strada: eravamo stati ascoltati dalla commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti presieduta da Bratti; una manifestazione a Calvi Risorta portò all’occupazione della Casilina; ottenemmo un incontro in Prefettura, ma non ci fu verbale e ci dissero che non avremmo dovuto preoccuparci della plastica rinvenuta nei terreni in quanto, d’altra parte, con la plastica avvolgiamo anche gli alimenti».

Calenia Energia spa, la centrale termoelettrica realizzata dal Gruppo Cosentino, di cui vi abbiamo parlato poco sopra, alcuni mesi fa, ha proposto un aumento di produzione, ovvero la costruzione di una torre gemella, al fine di innalzare l’attuale potenza di 769 Mw a 1700 Mw.

Gli impianti termoelettrici già esistenti di Sparanise (769 Mw), Teverola (400 Mw) e Maddaloni (352 Mw) permettono alla provincia di Caserta di produrre il 97% dell’energia in Campania: si tratta di impianti a combustione di gas metano. La tecnologia più utilizzata in questa regione per la produzione di energia elettrica utilizza, infatti, fonti fossili. Tutto ciò continua a verificarsi nonostante il Piano Strategico per l’Energia abbia indicato una quota di incremento che ogni territorio regionale deve produrre da fonti rinnovabili, al fine di raggiungere l’obiettivo nazionale al 2020 del 17% del consumo finale lordo. Per il quinquennio che va dal 2019 al 2024, gli obbiettivi energetico-ambientali sono: produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile +30 %; percentuale Burden Sharing +15%; riduzione dei consumi grazie ad interventi di efficienza energetica -15%; emissioni di gas serra per macrosettore (pubblico, residenziale, industriale, trasporti) -15%. Aggiungiamo che l’Europa sta sviluppando la riconversione verde tramite il nuovo piano “Next generation Ue” da 750 miliardi.

Alla luce di quanto esposto, ci chiediamo: perché autorizzare Calenia Energia Srl ad incrementare la produzione elettrica che essa, per di più, realizza da combustibile fossile?

Analogo interrogativo muove gli attivisti che ci guideranno il 12 maggio nella prossima tappa, a Presenzano, in località Frasseto, nei pressi del cantiere della centrale termoelettrica “Turbogas”.

La multinazionale “green” Edison, impugnando un’autorizzazione di 10 anni fa, ha avviato oggi la costruzione di una centrale che produce energia, ancora una volta da combustibili fossili. La petizione con cui il Comitato “No Turbogas” e l’Associazione Agricoltori Antica Rufrae hanno fermato il cantiere è stata firmata e rilanciata anche da Rossella Muroni, vicepresidente della Commissione Ambiente alla Camera dei Deputati.

Gli attivisti e i cittadini mobilitati vogliono sapere se il progetto sia ancora da ritenersi in linea con gli obiettivi europei di abbattimento delle emissioni climalteranti e con il piano di transizione ecologica.

Mercoledì saremo con loro.



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