Nobel per la Letteratura 2023: congetture e ipotesi

Qualche ragionamento dedicato all’imminente (5 ottobre 2023) nuovo Nobel.

Andrea Maffei

Nella scorsa puntata di MDNM abbiamo presentato due poeti e indicato in spe­cie le ragioni per cui una di loro, la brasiliana Márcia Theóphilo, rappresenterebbe una rispettabilis­sima candidata al prossimo Nobel per la Letteratura. Nel cappello iniziale abbiamo nominato gli au­tori che a nostro avviso più probabilmente potrebbero e meriterebbero di vincerlo, per poi giocare con una controcandidatura a sorpresa (assegnata al napoletano Giuseppe Montesano). Ci è stato chiesto di approfondire il tema con qualche più ampio ragionamento dedicato all’imminente (5 ottobre) nuovo Nobel.
Ebbene: occorre partire dal presupposto che ogni anno i meritevoli al premio sarebbero ben più di uno. Alcuni li conosciamo già, come la canadese Anne Carson, il francese Michel Houellebecq, la statunitense Joyce Carol Oates o il portoghese Antonio Lobo Antunes, mentre altri li presenteremo più avanti nel seguire della rubrica. Oltre alla qualità letteraria, però, subentrano altri ragionamenti, i quali fanno propendere l’Accademia per questo o quel candidato. Essa tiene (anche se non sempre lo ricorda) ad alternare il più possibile il genere, la provenienza e soprattutto la lingua dei suoi vincitori. Nel corso del tempo, il francese ha avuto ben quindici premiati, fra cui Annie Ernaux nel 2022, e perciò è molto improbabile che quest’anno sia assegnato a un francese e appena un poco più plausibile a un francofono. Discorso simile per l’inglese, che si è aggiudicato cinque delle ultime dieci medaglie. Dal Nobel mancano da molto lo spagnolo, l’italiano e il portoghese, lingue di illustre tradizione. La lingua russa è stata rappresentata nel 2015 da Svjatlana Aleksievič, tuttavia bielorussa, mentre l’ultimo vincitore russo (anche se all’epoca già con cittadinanza statunitense) risale al remoto 1987: era Iosif Brodskij. Questo ci per­mette di analizzare un terzo aspetto di cui tenere conto parlando di Nobel: l’influenza politica sulla designazione. Essa non dovrebbe esistere in una valutazione squisitamente artistica, ma sappiamo che c’è. Per questa ragione, essendo peraltro la Svezia ben inserita nel blocco politico occidentale, partono con un certo svantaggio le autrici e gli autori appartenenti a quello opposto d’Oriente. Stu­pisce così notare in vetta alle classifiche dei bookmakers la cinese Can Xue (di cui parleremo nel dettaglio fra pochi giorni), che voci di corridoio affermano però avere insospettati appoggi negli Stati Uniti. Similmente, anche il grande scrittore indiano (ma da lungo residente negli USA) Salman Rushdie sembra godere di largo e influente sostegno, e potrebbe rivelarsi il cavallo da battere. Sul suo profilo l’Accademia vedrebbe forse convergere gradite caratteristiche letterarie – innegabili – e per così dire politico-biografiche.
In quarto luogo riprendiamo un concetto già espresso fin nel manifesto di MDNM, cioè la duplice natura che può assumere l’Accademia, come avanguardia o come retroguardia. Essa può in altre parole limitarsi a votare un’autrice o un autore la cui grandezza non è più ignorabile (come con la già citata Ernaux, oppure prima con Grass o Saramago), o invece sorprendere con la scelta d’un candidato in qualche senso innovativo, come ha fatto con Pinter, con Dylan, con Fo, artisti tutti che hanno ampliato lo spettro dell’alta Letteratura. Giova ricordare, infatti, che quando l’Accademia elegge il suo Nobel, di fatto lo legittima come classico. Ammettere Dylan, ad esempio, ha significato accogliere nella tradizione ufficiale delle Lettere intero il cantautorato, cosicché oggi ad esempio in Italia è o sarebbe lecito trattare, impiegando il medesimo metro, Saba e Guccini, Caproni e De André, Fortini e De Gregori, e le pur sempre vive resistenze possono essere taciute proprio col precedente del No­bel per Dyan. Dunque l’Accademia ha anche questa enorme responsabilità. Fra i grandi innovatori spicca Thomas Pynchon, che da un lato simboleggia il Postmoderno per eccellenza e dall’altro è già implicitamente un classico, risalendo i suoi primi grandi romanzi addirittura agli anni Sessanta. Da una parte, però, si ricadrebbe nel problema (d’altronde superabile) della sovrarappresentazione della lingua inglese, dall’altra l’Accademia non ha mai mostrato particolare simpatia per il Postmoderno duro e puro (in coda ci sarebbero pure Auster e Delillo). Un altro sperimentatore che siamo felici di segnalare è il maestro spagnolo Enrique Vila-Matas, forse lo scrittore che più d’ogni altro ha com­presa la condizione odierna della Letteratura, con tanto di implicazioni filosofico-esistenziali. Altri candidati? Il drammaturgo norvegese Jon Fosse, anch’egli dallo stile assai riconoscibile, ma Oslo può proporre anche Dag Solstad, ingiustamente poco noto e invece autore di profonde riflessioni sulla condizione europea post-URSS (un giorno ci dedicheremo una puntata semestrale) e post-’68. Si potrebbe pre­miare l’epica delle piccole cose di Lydia Davis, oppure il popolarissimo e lettissimo Haruki Mura­kami, di cui abbiamo già detto in precedenza, guadagnandoci diversi messaggi non proprio simpati­ci. Infine ancora si potrebbe riaprire ai fi­losofi, ad esempio a Žižek o a Byung-Chul Han.
Qui però ricadiamo nello stallo da cui già ci eravamo messi in guardia, e cioè quello di ipotizzare tanti e tanti autori e autrici meritevoli in maniera sovente quasi uguale. Allora probabilmente do­vremmo – e l’Accademia dovrebbe – rovesciare la questione. Faremmo bene a domandarci (ma è una reminescenza kennedyana?) non tanto chi potrebbe ricevere lustro dal Nobel, ma piuttosto chi darebbe lustro al Nobel ricevendolo. Vediamo. La carriera di Coetzee, ad esempio, ha ricevuto lu­stro dal Nobel. La carriera di Luise Glück: stessa cosa. Parlando del premio, chi vuole sminuirlo se ne viene sempre fuori con un, “Che credibilità può avere, se non l’hanno neppure assegnato a Tolstoj?” Questo punto di vista è assoluta­mente legittimo. Tolstoj avrebbe dato lustro al Nobel. Hemingway, Márquez, Singer, Montale, Ne­ruda, Beckett o Camus hanno dato lustro al Nobel, l’hanno reso ambito a ogni scrittore del mondo, così come di recente Alice Munro o Annie Ernaux, Kazuo Ishiguro o Peter Handke. Negli ultimi anni, Yehoshua avrebbe dato lustro al Nobel, Roth (Philip, ma prima di lui anche Jose­ph), Kundera e probabilmen­te anche Salinger. Allora chiediamoci: chi è che oggi impreziosirebbe il premio? Chi è che costitui­rebbe, per i posteri, un ulteriore stimolo ad ottenerlo? E qui come a chiusura d’un cerchio rientriamo al punto di partenza, alla puntata MDNM di settembre. A nostro avviso, al momento, due sono gli autori in grado non di gloriarsi del Nobel, ma di rappresentare per esso stesso un vanto: il poeta si­riano Adonis e il romanziere e saggista kenyota Ngugi wa Thiong’o (che – anticipiamo – sarà protagonista della prossi­ma puntata maggiorata di dicembre). Secondo il nostro parere, entrambi andranno prima o poi pre­miati, e tardare rischierebbe di lasciare l’Accademia stessa in difetto, come accaduto con Kundera solo pochi mesi fa.
Ecco qui, dunque, le nostre spigolature sul Nobel di quest’anno, che forse coglieranno nel segno o forse saranno smentite, con la proclamazione d’un nome che qui non compare. In molti si indigne­ranno vedendo mancare questo o quel candidato, e forse avranno ragione, perché la Letteratura non soltanto non è scienza, ma neppure ambisce ad esserlo, e ogni valutazione affonda in ultima analisi su una concezione della Bellezza che già varia da individuo a individuo, si immagini da un conti­nente all’altro! Prendiamo in ultimo il Nobel, proprio come la nostra rubrica, non come una fabbrica d’attestati al merito, ma come strumento offerto ai lettori: per suggerire loro sempre nuovi libri, sempre nuovi panorami a cui affacciarsi, alcuni mai nemmeno fino ad ora sospettati. Annotiamo, al­lora, financo i nomi più astrusi, nella certezza che il libro più splendido ci resta sempre ancora da leggere, da scrivere. Approfittiamone per chiudere, così, coi versi d’un grande Nobel mancato (ma che importa, in fondo?), il turco Nazim Hikmet, che prigioniero nelle celle di tortura scriveva:

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.

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CREDITI FOTO Flickr | Adam Baker

 



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