Nomine Rai e Tg1: ci sarà imparzialità giornalistica?

Le nuove nomine nel servizio pubblico dovranno sicuramente adeguarsi all’insegna del revisionismo ex-neo-post-fascista. All’oggi il funzionamento mediatico del revanscismo targato Meloni è ben rappresentato da Bruno Vespa a Porta a Porta. Ma a chi andrà la direzione delle marcette giornalistiche per il Tg1? Paolo Petrecca è fra i candidati vicini all’ideologia dei Fratelli d’Italia.

Andrea G. Cammarata

Sul primo canale del servizio pubblico radiotelevisivo iniziano i preparativi per la prevedibile operazione di allineamento con la cultura conservatrice e ex-post-neo-fascista dettata dal nuovo governo a guida Meloni. Monica Maggioni dirige ancora il Tg1, ma la trasformazione è ormai in corso, segnata a tratti dai nuovi contenuti pro-Meloni che impattano sulla linea editoriale mediante l’utilizzo abbondante di orgoglio made in Italy, storie commoventi a soggetto ‘buon padre di famiglia’ (meglio se di razza bianca) e soprattutto l’icona della Premier ben visibile sullo sfondo in chiusura di telegiornale. Di recente al Tg1 fa notizia la foto di un minatore con “il volto ancora ricoperto di carbone” mentre accompagna suo figlio a una partita di pallacanestro. La foto del minatore è stata diffusa online a circa due milioni di follower da John Calipari, l’allenatore della squadra di pallacanestro dell’Università del Kentucky. Calipari, italoamericano, rivede nella foto la storia della sua famiglia e un esempio di realizzazione dell’American dream. John Calipari è ritenuto un simpatizzante di Donald Trump, e la notizia del minatore circolava da giorni pressoché solo su Foxsports.com, il canale all news più conservatore degli Stati uniti d’America.

Come va a Porta a Porta con la Marcia su Roma
Bruno Vespa dal canto suo persevera in una discutibile conduzione di Porta a Porta. Il contraddittorio è ridotto spesso al minimo, anzi azzerato, come lo è stato durante le interviste ai neo presidenti di Camera e Senato. Nella puntata dedicata al centenario della Marcia su Roma, Bruno Vespa apre con tematiche care ai leghisti. Si parla d’immigrazione: “aumentata del 50,78%” durante il governo tecnico uscente, aumentata – dice Vespa – perché c’è “una legge che non è applicata”, quasi come se parlasse per lui Matteo Salvini. Nel salotto buono della Rai entra anche Matteo Piantedosi, neo ministro dell’Interno. Presenti il direttore di Libero  Alessandro Sallusti e Massimo Martinelli in carica per lo stesso ruolo al Messaggero. Due giornali storicamente ai poli opposti della sfera politica. Vespa concede a Martinelli una manciata di secondi per rivolgere una domanda di numero al ministro Piantedosi. Martinelli però non trova altre opportunità per intervenire nel face to face Vespa-Piantedosi, fatta eccezione per un timidissimo intervento. Il direttore Sallusti non pone domande a Piantedosi. Tutto simile a un processo dove l’accusa parla e la difesa tace, con il ministro dell’Interno protagonista che risponde a Vespa esponendo le idee dell’esecutivo per circa tre quarti d’ora. La terza parte della puntata di Porta a Porta è dedicata alla Marcia su Roma e non lascia spazio a dubbi, il revisionismo storico del fascismo si manifesta immanentemente e in modo assai vistoso. Una vera e propria rietichettatura giornalistica sul modello orwelliano. Vespa è autore di un libro sul Duce: “Perché Mussolini rovinò l’Italia”, come Indro Montanelli e Giorgia Meloni, però proprio non ne vuole sapere di rinnegare il Ventennio. “Antipatie”, da parte degli uni e dell’altra, sì, ma nessuno che abbia mai detto cose del tipo “La mafia è una montagna di merda” applicate al fascismo. No e non sarà così, il perché è ovvio, il contesto democratico è inadatto al caso specifico che obbliga, come da tradizione, un forte sostegno del primo canale televisivo nazionale all’esecutivo. La Marcia su Roma va ritrattata in senso positivo e servono due esperti di storia fascista. Vespa li trova e opta per lasciarli parlare, a dovere, secondo le esigenze sue e quelle neo-fasciste. Vespa ne sa davvero a iosa di Mussolini, gli storici se li mangia con dovizia di dettagli sapienti e tal volta sconosciuti soprattutto ai giovani adulti telespettatori digiuni delle biografie del Duce. Vespa, poi, si aiuta con un servizio sul centenario della Marcia su Roma. La voce narrante a commento dei filmati dell’istituto Luce è decisamente revisionista, ma soprattutto irritante. L’operato del Duce e la Marcia su Roma vengono presentati come “un successo politico legittimo”. Mussolini, poi, elevato al rango di “leader” e non di futuro dittatore. Le parole “leggi razziali” citate una sola volta per un quarto di secondo. Via, quasi cancellate. È l’onta. Si parla però di “persecuzione dei dissidenti con il carcere il confino e l’esilio”, ma assurdamente non vengono mai citati gli ebrei, i rom e gli omosessuali. Non c’è nemmeno un po’ d’indignazione in quello che dovrebbe essere un servizio sull’inizio del totalitarismo, dell’orrore delle leggi razziali e della colonizzazione. È la linea che detterà anche Giorgia Meloni? Di quel Mussolini che oltre a portare il Paese alla guerra civile ha fatto anche cose buone, sì come togliere le zanzare dalle paludi dell’Agro Pontino.

Tg1
Intanto si respira un’aria turbolenta in Viale Mazzini in attesa delle nomine che verranno indicate, pare a primavera, dalla coalizione vincente. Al Tg1 ci starà, senz’altro, un fedele della leader di Fratelli d’Italia, la quale dal suo alleato di centro-destra avrà pure imparato qualcosa. La damnatio memoriae non è riuscita a colpire Silvio Berlusconi zompato come nulla fosse al suon di 17 nipotini in Senato. È lo stesso Caimano che chiese per la direzione del Tg1 Augusto Minzolini, nominato dal Cda della Rai nel 2009. La gestione del fidato berlusconiano fu molto criticata. Secondo i dati dell’Auditel, Minzolini in meno di un anno perse un milione di telespettatori perché fece scudo alle leggi ad personam come il Legittimo impedimento e perché con Minzolini/Rai/Mediaset/Radio/Mondadori/Giornale, Silvio Berlusconi deteneva praticamente tutta l’informazione del paese. Ancora oggi il Cav è un pericolo per la democrazia, da Mediaset, poi, può gettare fango su Meloni come e quando vuole. Con Minzolini fece scalpore, inoltre, un editoriale in cui l’allora direttore del Tg1 prese posizione contro una manifestazione sulla libertà di stampa, che definì “incomprensibile”. Da decenni l’Italia domina i posti più bassi nella classifica sulla libertà di stampa di World Press Freedom Index, e quest’anno il nostro paese si è posizionato al 58esimo posto, più in basso di Gambia e Suriname.

Sarà Paolo Petrecca il direttore del Tg1?
Paolo Petrecca, direttore di Rai News, è da ritenersi molto vicino a Fratelli d’Italia e ha tutte le carte in regola per prendere le redini del Tg1. Abbiamo cercato di raggiungerlo con un DM su Twitter chiedendogli se confermasse una sua eventuale scalata a Via Mazzini, ha visto senz’altro il messaggio ma non ci ha risposto. Petrecca è molto attivo su Twitter, dove non fa mistero del suo orientamento politico rilanciando innumerevoli tweet di nomi prominenti nel panorama della destra, inclusa ovviamente Giorgia Meloni. Si professa fautore dell’imparzialità giornalistica, e in effetti la programmazione all news di Rai News 24 non lascia adito a sospetti. Il potenziale candidato alla poltrona del Tg1 è talmente ineccepibile sul tema della neutralità politica, che viene da domandarsi come farà a controbilanciare le timide uscite dell’opposizione e la retorica dei pit-bull sbavanti nel cortile della Casa delle libertà. Classe 1964, laureato in lettere, oltre che giornalista professionista dal 1997, Paolo Petrecca sembrerebbe in prospettiva uno spavaldo cow-boy pronto a galoppare bene nelle praterie dell’informazione pubblica ad orientamento destra-centro. “Portare avanti in un mondo dell’informazione schiacciato su alcune posizioni la mia identità, fatta di dio, patria e famiglia, non è stato facile”, ha detto tempo fa durante il festival ‘Cultura e Identità’. In Puglia, l’estate scorsa, Petrecca si è fatto fotografare abbracciato a Matteo Salvini. L’attuale direttore di Rai News si giustificò spiegando che in quell’occasione passava di lì non per il convegno del Capitano, ma per ricevere un premio. Rimane però il problema della sua mano sulla spalla del leader leghista. Troppo affettuosa la foto per non suscitare sdegno fra i giornalisti. Il Comitato di redazione di Rai News e il sindacato Uisgrai, come riporta il manifesto, hanno chiesto spiegazioni a Petrecca su quel fatto ritenuto  increscioso sotto il profilo deontologico: «È l’ennesimo grave episodio che conferma la mancanza del rispetto dei valori di autonomia e indipendenza del Servizio pubblico. Riteniamo la cosa ancor più grave perché avviene in campagna elettorale». In effetti erano mesi in cui i futuri onorevoli scaldavano i motori per la tornata alle urne forti della resa già preannunciata dei progressisti.



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