Non è morta! Ricordando la Comune di Parigi

A 150 anni esatti dall’avvio del grandioso e tragico esperimento dei Comunardi, il suo spirito e le sue idealità resistono in tutti coloro che credono nell’uguaglianza, nella libertà e nella fraternità sotto il segno della democrazia.

Angelo d'Orsi

All’alba del 18 marzo, Parigi fu svegliata da un colpo di tuono: “Vive la Commune!”. Che cos’è la Comune, questa sfinge che tanto tormenta lo spirito dei borghesi? “I proletari di Parigi,” diceva il Comitato centrale nel suo manifesto del 18 marzo, “in mezzo alle disfatte e ai tradimenti delle classi dominanti hanno compreso che è suonata l’ora in cui essi debbono salvare la situazione prendendo nelle loro mani la direzione dei pubblici affari… Essi hanno compreso che è loro imperioso dovere e loro diritto assoluto di rendersi padroni dei loro destini, impossessandosi del potere governativo.”

Così scriveva Karl Marx ne La guerra civile in Francia, del 1871.

1871: 18 marzo – 28 maggio; settantuno giorni. Tanto durò il più bell’esperimento politico della storia contemporanea: un esperimento, appunto, che finì malissimo, dopo aver illuminato cuori e menti di coloro che lo conducevano e avere acceso scintille di speranza in coloro che lo seguivano a distanza. Ernesto Ragionieri, compianto storico marxista, ha definito quei settantuno giorni “il più grande avvenimento rivoluzionario della seconda metà del XIX secolo”, che, aggiungo, fu un secolo di rivoluzioni.

La Comune di Parigi, ad essa ovviamente alludo, è stato più di un avvenimento, è stato un “fatto storico”, di quelli cioè che segnano rotture, che indicano discontinuità, che generano conseguenze, che aprono prospettive, e affidano ai posteri un esempio. Del resto, non possiamo né dobbiamo fare a meno di quelli che gli antichi chiamavano gli exempla, ossia i fatti del passato ai quali ispirarci per comprendere la storia, e tentare di costruire un presente che tenga conto, nel bene e nel male, dei suoi insegnamenti. Ebbene gli insegnamenti della Comune sono tanti e sono importanti.

Da essa ci giunge, intanto, la conferma che sovente la guerra, come atto tipico del capitalismo imperialista, può essere all’origine della rivoluzione: la guerra che produce sconfitta. Accadde nel 1905, dopo la sconfitta della Russia zarista da parte del Giappone, e sebbene la rivoluzione fu sconfitta, essa si ripropose dodici anni più tardi, davanti all’andamento disastroso della Prima Guerra mondiale da parte delle truppe dello Zar, e fu la vittoriosa rivoluzione del febbraio 1917. Così, le sconfitte dell’esercito italiano nella Seconda Guerra mondiale, e il generale disastro militare, con la fame e la distruzione anche fisica del territorio nazionale, furono causa fondamentale della caduta di Mussolini nel luglio del ’43… E gli esempi potrebbero continuare. In realtà le sconfitte militari, sono causa sovente di rivolte che talora diventano rivoluzioni, in quanto rivelano la miseria di classi dirigenti, la pochezza delle loro istituzioni, e affamando le popolazioni ne ridestano la combattività.

Nel 1871 la causa scatenante fu la disfatta di Sedan, che chiudendo la guerra franco-prussiana, mise fine alle stolte ambizioni imperiali e imperialistiche di Luigi Bonaparte, autodefinitosi Napoleone III (“Napoleone il piccolo”, nel caustico giudizio di Marx). La Francia si ridestò da quell’ubriacatura nazionalistica, impoverita e disgregata, e le sue classi dirigenti subirono uno smacco che a lungo avrebbe condizionato le loro politiche, ma anche la loro cultura. Proprio la repubblica di cui Luigi Bonaparte fu presidente, definita da Marx “un regime di aperto terrorismo di classe e di deliberato insulto alla vile multitude”, e con l’occasione della guerra perduta contro i prussiani, la popolazione di Parigi (si ricordi il motto “tutta la Francia è Parigi) si riscosse contro quel regime, e osò il suo assalto al cielo.  Certo, in modo sconsiderato (e Marx aveva messo in guardia i compagni francesi dai rischi che correvano, salvo poi difendere allo stremo la Comune in tutte le sue prese di posizione pubbliche), e in fondo la Comune è stato un esempio di utopia: realizzata, sì, ma caduca, proprio per i suoi tratti utopici. E se oggi la ricordiamo, lo facciamo anche per quel carattere di disperato utopismo che la contraddistingue. Ma se vogliamo indicare, non semplicemente nel libro dei sogni ma nella realtà concreta, quali dovrebbero essere i tratti di uno Stato diverso da quello a cui siamo abituati, pur nella differenza dei sistemi politici, ebbene abbiamo soltanto l’esempio della Comune. Se vogliamo ribaltare l’idea di Botero dello Stato come “dominio fermo sui popoli” (Della Ragion di Stato, 1589), se aspiriamo, o quanto meno auspichiamo, un vero “Stato del popolo”, ossia una “democrazia”, allora dobbiamo prendere nota di quello che in una manciata di giorni fecero i Comunardi.

Fu davvero un tentativo di far nascere una democrazia dal basso, quell’“autogoverno delle masse”, di cui parlava proprio Marx. Quel pugno di uomini e donne mostrarono al mondo che in fondo bastava poco, pochi provvedimenti per disegnare un “ordine nuovo”, a cominciare dal principio che lo Stato deve assicurare assistenza alla popolazione, specialmente alle fasce deboli, e garantire sicurezza: senza elementi di coercizione, ma appunto fondando sulla solidarietà, ossia, detto con altra parola, la “fraternité” che, come tutti sappiamo, era stato una delle tre parole d’ordine della Rivoluzione del 1789, dopo “Liberté” ed “Égalité”.  Ed ecco che la Comune dar vita a un sistema di aiuti pensionistici per le vedove e gli orfani di guerra, organizzare la restituzione dei beni dati allo Stato prima del 1871, dichiarare e assicurare la totale libertà di stampa, di pensiero e di associazione, e, con gesto socialistico, garantire ai lavoratori il diritto di rilevare la fabbrica dove lavoravano in caso questa fosse stata lasciata dal proprietario. Era una nuova legalità che veniva instaurata. La Comune, notò acutamente Marx, “fu l’antitesi diretta dell’Impero”.

Ma i Comunardi fecero ben di più: essi mirarono a realizzare “l’espropriazione degli espropriatori”, fedeli alla dottrina marxiana, secondo la quale era indispensabile trasformare i mezzi di produzione, la terra e il capitale da “mezzi di asservimento e di sfruttamento del lavoro, in semplici strumenti di lavoro libero e associato”. Scrisse ancora Marx:

“Il suo vero segreto fu questo: che essa fu essenzialmente un governo della classe operaia, il prodotto della lotta della classe dei produttori contro la classe appropriatrice, la forma politica finalmente scoperta, nella quale si poteva compiere l’emancipazione economica del lavoro”.

In più, i Comunardi si sforzarono di vincere lo iato tra istituzioni e popolo, far partecipare tutta la cittadinanza alla gestione della cosa pubblica, in base ad alcuni elementari princìpi, a cominciare dalla eleggibilità (e revocabilità) di tutti i pubblici funzionari, l’equiparazione salariale (prendendo come base il salario di un operaio specializzato), la trasformazione della polizia quale corpo separato con funzioni repressive politicamente orientate, strumento di controllo “sul” popolo, con uno strumento al servizio del popolo, costituito da agenti e funzionari revocabili, e dell’esercito permanente con una milizia popolare. E così via, fino a distruggere, a “spezzare”, come avrebbe notato Lenin (in Stato e rivoluzione, del 1917), la macchina dello Stato borghese, sostituendola con lo Stato del popolo. Tutti gli eletti erano sottoposti al controllo popolare, e quindi avevano un “mandato imperativo”, che li obbligava a fare ciò per cui erano stati eletti. Inoltre lo Stato creato dai Comunardi, sanciva e praticava la parità di genere, così come, d’altro canto, fu sancita solennemente la separazione dalla Chiesa: la Comune fu e volle essere dichiaratamente uno Stato radicalmente laico: si trattava di cancellare le forme di dominio spirituale, esercitato dalle gerarchie ecclesiastiche, accanto alle forme di dominio materiale e politico. Vennero sottratti alla Chiesa beni e restituiti alla popolazione. Tutti gli istituti di istruzione furono aperti al popolo, sottratti a qualsiasi ingerenza religiosa o politica. E furono incitate tutte le attività creative, nel gioioso spirito volto all’innovazione. Fu una breve, enorme rivoluzione, che contagiò anche lo scettico Marx, che così scriveva, commemorando i morti della Comune:

Meravigliosa, in verità, fu la trasformazione operata dalla Comune di Parigi! Sparita ogni traccia della Parigi meretrice del II impero! Parigi non fu più il ritrovo dei grandi proprietari fondiari inglesi, dai latifondisti assenteisti irlandesi, degli ex negrieri e loschi affaristi americani, degli ex proprietari di servi russi e dei boiardi valacchi. Non più cadaveri alla Morgue, non più rapine e scassi notturni, quasi spariti i furti. Invero, per la prima volta dopo i giorni del febbraio 1848, le vie di Parigi furono sicure e senza nessun servizio di polizia. “Non sentiamo più parlare – diceva un membro della Comune – di assassinii, furti e aggressioni. Si direbbe davvero che la polizia abbia trascinato con sé a Versailles tutti i suoi amici conservatori”. Le cocottes avevano seguito le orme dei loro protettori, gli scomparsi campioni della famiglia, della religione e sopratutto della proprietà. Al posto loro ricomparvero alla superficie le vere donne di Parigi, eroiche, nobili e devote come le donne dell’antichità. Parigi lavoratrice, pensatrice, combattente, insanguinata, raggiante nell’entusiasmo della sua iniziativa storica, quasi dimentica, nella incubazione di una nuova società, dei cannibali che erano alle sue porte!”

Appunto, ma i “cannibali” erano alle porte. Nella foga dell’azione volta a distruggere (che non risparmiò luoghi ed edifici simbolo del potere da abbattere), nell’entusiasmo della creazione di qualcosa di radicalmente nuovo, i Comunardi commisero un errore che riuscì fatale. Sottovalutarono la capacità dell’avversario – quella classe dirigente che aveva portato il Paese in guerra contro la Prussia, e che si era acconciata a un nuovo Impero, ma stavolta senza il genio politico e militare di Napoleone (quello vero, il “Grande Còrso”).  E l’avversario, impersonato da Adolphe Thiers, presidente del Consiglio, che riuscì ad assicurarsi l’appoggio dell’ex nemico Bismarck, diede vita alla più feroce repressione politica dell’epoca, forse dell’intero secolo. Almeno 30.000 uccisi, a cui seguì una tremenda, vendicativa repressione giudiziaria e poliziesca sui Comunardi o sospetti tali. Fu in fondo un insegnamento anche quello: la borghesia supera i propri contrasti interni, anche quelli su scala internazionale, ed è pronta a radunarsi intorno all’obiettivo principale: sconfiggere il comunismo, quel fantasma che dal 1848 si aggirava per l’Europa.

La risposta di Lenin, sulla base degli errori dei Comunardi, fu però non la migliore possibile: fu la dittatura del proletariato, che se in Marx assumeva un significato eminentemente democratico (come esercizio del potere della stragrande maggioranza su una esigua minoranza), nella Russia bolscevica, afflitta dalla guerra civile e dall’attacco concentrico delle potenze imperialistiche, diventò la dittatura del Partito, e ben presto la dittatura di un gruppo dirigente, e infine quella di un uomo. La proposta iper-democratica della Comune si rovesciava nella tirannia di Stalin.

Anche contro le degenerazioni, così come contro gli oblii e le svalutazioni, dobbiamo ricordare l’essenza dell’esperimento dei Comunardi. Perciò, a 150 anni esatti dall’avvio di quella grandiosa e tragica vicenda, non rinunciamo a gridare: “Elle n’est pas morte!”, come s’intitolava la canzone di Eugène Pottier (l’autore del testo de LInternationale). Ossia il suo spirito, le sue idealità, il suo sogno meraviglioso, resistono, e fanno vibrare il cuore di tutti coloro che credono nell’uguaglianza, della libertà, della fraternità, sotto il segno della democrazia.

 

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