Non lutto ma lotte. Cominciando dalla solidarietà con le “sorelle d’Iran”

Si avverte una sorta di rassegnazione, di silenzio di lutto. E invece c'è e ci sarà da lottare, eccome.

Paolo Flores d'Arcais

Se fossimo nel Sessantotto gli studenti sarebbero da qualche giorno in piazza, i loro cortei finirebbero in assedio alle ambasciate e consolati dell’Iran, per protestare contro la feroce repressione del regime islamico che ha fatto ormai quasi cento morti, queste le cifre ufficiali, dunque gli assassinati (soprattutto assassinate) sono certamente molti di più. Griderebbero a squarciagola “Khamenei boia!”, lo scriverebbero con lo spray rosso sui muri del centro, e sarebbe il più gentile degli slogan.
Se il femminismo fosse quello degli anni Settanta, donne e ragazze sarebbero in massa nelle strade, a gridare la loro indignazione e rabbia contro il regime omicida degli ayatollah, a chiedere al governo italiano di prendere posizione apertamente, fino alla rottura delle relazioni diplomatiche con i macellai khomeinisti, e a urlare la loro solidarietà militante con le ragazze e le donne di Teheran e delle altre città, pronte a morire pur di essere libere di liberare al vento i loro capelli, i loro desideri, le loro idee.
E invece.
Un turpe silenzio. Una cupa disattenzione, come minimo. O forse peggio: a essere troppo esplicitamente dalla parte di quelle ragazze martiri si potrebbe cadere – non sia mai! – nell’islamofobia, oggi uno dei peccati capitali per molti che si immaginano di sinistra. Ma la fobia verso il fondamentalismo islamico (fosse anche soft, e oggi in Iran è addirittura un lago di sangue), per chi è a sinistra dovrebbe scattare automatico.
Del resto, se gli studenti fossero quelli del Sessantotto, da mesi sarebbero nelle strade a cantare “Putin go home!”, “Armi alla resistenza ucraina!” (come si sottoscriveva, con Lotta continua, “Armi al Mir!”), mentre solo il menestrello di “Buttiamo a mare le basi americane”, e pochi altri, hanno alzato a sinistra la bandiera della “Ucraina libera”, “Ucraina vince perché spara”, come allora per il Vietnam e i vietcong.
Quantum mutatus ab illo!
E una sorta di rassegnazione, di silenzio di lutto, di fronte ai risultati elettorali.
Eppure avremo tra breve un governo ex-neo-post fascista, che bisognerà combattere nei contenuti scellerati (arriveranno, ahimè se arriveranno!) della sua politica quotidiana, non occupando una scuola contro una vittoria elettorale: è il frutto di una legge che non si è voluta cambiare e di accordi tecnici di desistenza che non si sono voluti fare (Letta in primis). Contro chi stanno dunque occupando gli studenti del Manzoni a Milano? Nel caso, avrebbero dovuto occupare prima, per una legge elettorale proporzionale…
Da lottare ci sarà, eccome. Non certo con questi dirigenti (ma non lo aveva già strillato da un palco a piazza Navona Nanni Moretti 20 anni e qualche mese fa?).
Noi non abbiamo mai smesso. Cominceremo a cercare col lanternino i pochi parlamentari più o meno in sintonia con un ethos giustizia-e-libertà, e i dirigenti locali in ogni regione e comune, con l’aiuto certosino e non occasionale dei nostri lettori, spero. E apriremo con tutte le modalità possibili il confronto nella società civile tra le varie anime che si ritengono a sinistra e che accetteranno senza settarismi, oltretutto patetici, ridicoli, grotteschi, data la situazione, un approfondito confronto di idee e di prospettive anche organizzative.

Credit foto: manifestazione a Berlino dopo la morte di Mahsa Amini, 28 settembre 2022. EPA/FILIP SINGER



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