Non meritevoli

Per il ministro dell’Istruzione e del Merito coloro che hanno “illegalmente” interrotto gli studi vanno obbligati a concluderli, pena la perdita del Reddito di cittadinanza.

Cinzia Sciuto

A chi fin da subito aveva avanzato qualche perplessità sull’opportunità di affiancare la parola “merito” a “istruzione” veniva detto che non aveva capito, che aveva una visione appiattente della società che non valorizza chi si impegna a scuola, citando addirittura la Costituzione per dire: “Vedete, il merito c’è anche nella nostra Carta”. Ecco che oggi a svelarci in tutta la sua ignominia il senso di quell’accostamento ci pensa il ministro dell’Istruzione e del Merito in persona.

Da uno studio voluto dal ministero guidato da Valditara emerge che in Italia ci sono 364.101 percettori di reddito di cittadinanza nella fascia tra i 18 e i 29 anni. Di essi 11.290 possiede solo la licenza elementare o nessun titolo, e altri 128.710 soltanto il titolo di licenza media. Un dato che alle orecchie di un ministro dell’Istruzione avrebbe dovuto suonare come un gravissimo campanello d’allarme rispetto al drammatico tema dell’abbandono scolastico e avrebbe dovuto indurlo a mettersi al lavoro per evitare che il sistema scolastico perda per strada migliaia di ragazzi.

Questa almeno sarebbe stata la reazione di un ministro della vecchia Pubblica Istruzione. Il nuovo e immaginifico ministro dell’Istruzione e del Merito invece chiosa questo dato così: “Noi riteniamo si debba prevedere l’obbligo di completare il percorso scolastico per chi lo abbia illegalmente interrotto o un percorso di formazione professionale nel caso di persone con titolo di studio superiore ma non occupate né impegnate in aggiornamenti formativi, pena in entrambi i casi la perdita del reddito, o dell’eventuale misura assistenziale che dal 2024 lo sostituirà. Questi ragazzi preferiscono percepire il reddito anziché studiare e formarsi per costruire un proprio dignitoso progetto di vita. Il reddito collegato all’illegalità tollerata del mancato assolvimento dell’obbligo scolastico è inaccettabile moralmente: significherebbe legittimare e addirittura premiare una violazione di legge” (i corsivi sono miei).

Al netto delle ovvie considerazioni circa la necessità di affiancare (affiancare, non sostituire) al Reddito di cittadinanza delle politiche attive del lavoro che grazie a corsi di formazione e altri strumenti riescano ad accompagnare le persone che ne sono momentaneamente fuori dentro il mercato del lavoro, non si era ancora mai sentito un ministro dell’Istruzione parlare dell’abbandono scolastico alla stregua di un reato da punire invece che come quel dramma umano e sociale che è. Ogni giovane che non riesce a completare gli studi è innanzitutto un fallimento dello Stato. Ma anziché fare di tutto per evitare che coloro che oggi sono dentro la scuola ci rimangano tutti almeno fino alla fine dell’obbligo, il ministro decide di puntare il dito contro persone che – per le ragioni più svariate, ma difficilmente per il semplice gusto di compiere un’illegalità – magari dieci o vent’anni anni fa hanno interrotto gli studi e che oggi si ritrovano nella drammatica situazione di essere definiti dallo Stato “occupabili” ma di non avere le competenze minime per entrare davvero nel mercato del lavoro. Quello Stato che dieci o vent’anni fa nulla ha fatto per tenerli dentro il sistema, che li ha abbandonati, oggi non li considera meritevoli di essere sostenuti ma solo di essere additati come colpevoli.

Qualcosa di buono nelle parole del ministro comunque c’è. Esse rappresentano una salutare operazione verità, svelando l’impostazione ideologica di questo governo, che ha dichiarato una vera e propria guerra sociale contro le fasce più deboli della società.



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