Non mollare!

Nessuna rassegnazione. Lo vietano anche i numeri: prese nel loro insieme le destre si fermano al 46%, mentre le non-destre si attestano al 52%. Si tratta dunque di ripartire dalla società civile, da tutto il variegato mondo dell’associazionismo di base che con la sua prassi ha sempre proclamato una volontà di giustizia-e-libertà.

Paolo Flores d'Arcais

Ieri notte è cominciata la notte della Repubblica. Il buio che mette fine a sette decenni e mezzo di convivenza tra cittadini dentro l’orizzonte della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista. Usbergo che aveva fin qui resistito ai tanti tentativi di svuotarla, di calpestarla nell’azione di (mal)governo, di limitarla e sfigurarla, di annullarla nei fatti (il tentativo più pericoloso resta quello di Berlusconi versione Caimano, intenzionato a realizzare un vero proprio regime).
In parlamento siederà ormai una debordante maggioranza di odiatori della nostra Costituzione, proprio perché una delle più belle del mondo. Decisi a farla a pezzi e/o metterla in mora, e instaurare come minimo e nel meno peggiore dei casi, l’anti-antifascismo come ethos pubblico, l’indifferenza (che apre le porte alla nostalgia) verso il ventennio del capobanda (giusto il titolo del recentissimo libro di Aldo Cazzullo) e i suoi orrori. Per legittimare nuove indecenze di oppressione, magari attraverso lenta assuefazione. Nessuna rassegnazione, però. Lo vietano anche i numeri.
Se contiamo con precisione le percentuali, vedremo che la somma di quelle della coalizione a egemonia ex-neo-post fascista, con l’aggiunta di “Italexit”, che si presenta “contro tutti” ma i cui umori di destra qualunquista sono evidenti, si ferma al 46%. Mentre quella delle non-destre (pseudo sinistra e centro-sinistra e neo centristi) si attesta sul 52% (il 2% che manca al 100% è di un pulviscolo di liste al di sotto dell’1%, di destra o pseudo estrema sinistra che tra loro si compensano).
Solo l’irresponsabilità, le piccinerie identitarie, gli spurghi narcisistici dei dirigenti più mediocri, hanno perciò prodotto questo disastro, questo tragico risultato.
Si tratta dunque di ripartire dalla società civile (magari andando a cercare col lanternino qualche politico delle non-destre ancora convertibile a sinistra), dal lascito dei Girotondi e della gigantesca manifestazione della Cgil di Cofferati al Circo Massimo (2002), dall’impegno ecologista della nuova generazione, da tutto il variegato mondo dell’associazionismo di base che con la sua prassi ha sempre proclamato una volontà di giustizia-e-libertà.
Senza nascondersi che questa società civile è oggi percorsa da lacerazioni profonde che alimentano i peggiori ripiegamenti settari. Che nascono da valutazioni differenti fino all’opposizione sulla guerra di Putin contro l’Ucraina, sul “politicamente corretto” in tutte le sue articolazioni (dall’islamofilia al woke, eccetera), e che queste lacerazioni andranno affrontate senza rimuoverle o minimizzarle.
Riprendendo le lotte sociali, civili, culturali, perché solo le lotte possono riaprire le speranze.



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