“Non si può più dire niente?”. In un libro le questioni al centro del dibattito sul politicamente corretto

Un libro di recente pubblicazione raccoglie 14 punti di vista che offrono una panoramica ad ampio raggio su politicamente corretto e cancel culture.

Ingrid Colanicchia

Si apre con un “trigger warning”: «In questo volume sono contenute espressioni, parole o idee che potrebbero urtare la sensibilità di alcune persone, soprattutto per quanto riguarda questioni legate ai temi di razza e genere».

Quindi è vero? Non si può più dire niente salvo mettere le mani avanti come fa la casa editrice UTET con questa premessa editoriale? Il quadro è un po’ più complesso e il libro in questione (Non si può più dire niente? 14 punti di vista su politicamente corretto e cancel culture) lo palesa piuttosto bene.

Di fronte a una «contrapposizione che si consuma in scontri pubblici sui social o in singoli interventi lanciati online o offline come una voce nel deserto, attorno a cui si rinserrano i ranghi della rispettiva fazione», UTET ha pensato di operare uno scarto attraverso il gesto «forse antiquato» della pubblicazione di un libro. Collettaneo in questo caso. Perché la casa editrice ha coinvolto 14 persone, con punti di vista molto diversi tra loro e altrettanto diversi campi di interesse. Il risultato si può dire riuscito: non solo il volume tocca tutti o quasi i nodi al centro del dibattito sul politicamente corretto ma lo fa attraverso uno strumento (tutt’altro che antiquato e quanto mai necessario) che crea quel tempo e quello spazio utili alla riflessione, che non induce alla immediata reazione nei confronti di chi esprime una posizione che ci suona sbagliata, che al termine della lettura ci lascia con qualche certezza in meno e con qualche dubbio in più.

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Il libro non ha un impianto organico: la grande libertà lasciata agli autori si traduce in una grande varietà di temi e di punti di osservazione. Varietà che costituisce uno dei punti di forza del volume. Assieme al fatto che i testi non sono pensati per rispondersi a vicenda e che quindi gli autori, liberi dalla necessità di difendersi dagli attacchi che spesso inficiano i confronti in materia, hanno potuto sviluppare e offrire al pubblico nella migliore forma possibile i ragionamenti alla base dei loro rispettivi posizionamenti. Con grande beneficio del lettore.

C’è chi cerca di fare chiarezza sui termini della questione, come Federico Faloppa che ricostruisce la storia dell’espressione «politicamente corretto», dalle sue origini in seno alla sinistra (quando il suo utilizzo era volto a «criticare – e prendere in giro – tendenze percepite di volta in volta come dogmatiche e conservatrici») alla sua appropriazione e risemantizzazione, a metà degli anni Ottanta, da parte della destra statunitense, come arma nella lotta per l’egemonia.

C’è chi, come Christian Raimo, opera uno spostamento di prospettiva e anziché focalizzarsi su questioni che riguardano il contesto statunitense, da cui questo dibattito (nei termini che conosciamo) proviene, cala il suo intervento nel contesto italiano concentrandosi in particolare sull’uso della parola “zingaro”.

C’è chi, è il caso di Elisa Cuter, si cimenta in una critica marxista alla wokeness sottolineando come il problema risieda in una sua mancanza di radicalità piuttosto che in suoi presunti eccessi, perché «l’enfasi sull’inclusività che sta alla base della wokeness esclude dal discorso un protagonista centrale della riflessione e della lotta politica degli ultimi due secoli: lo sfruttamento». Una categoria che per Cuter non può restare ai margini del discorso perché «permette di concepire un piano di lotta dove il potere può ancora essere ribaltato, e di inquadrare i poli in un modo che prescinde da ciò che le persone sono (vale a dire dalla loro identità) e che si basa invece su ciò che queste persone vogliono, desiderano, dal mondo che immaginano».

C’è chi ne fa prima di tutto una questione di metodo, come la collega Cinzia Sciuto che si chiede se la via del riconoscimento identitario possa mai portare qualcosa di buono, specie se osservata da un punto di vista progressista. «Se la propria identità può certamente essere il punto di partenza di una politica di emancipazione, può anche essere quello di arrivo?». Il punto debole delle soluzioni identitarie, per Sciuto, «è che sono pigre, perché pretendono di risolvere direttamente e velocemente a valle problemi che invece risalgono a monte e che sono di norma complessi». «Non dovremmo mai perdere di vista che lo scopo della nostra azione politica e culturale è che non esistano più gruppi discriminati, non accontentarci che i gruppi discriminati siano adeguatamente rappresentanti […]. Un’adeguata rappresentanza può certamente essere utile proprio a innescare meccanismi di emancipazione e a rompere dei bias, ma dobbiamo essere molto avvertiti del rischio di guardare solo il dito e non vedere più la luna. C’è naturalmente anche il rischio opposto: lasciarsi accecare dalla luna al punto da non vedere più le singole situazioni di discriminazione. Muoversi nell’equilibrio fra il dito, che non può essere ignorato come punto di partenza, e la luna, che deve continuare a rappresentare il faro della nostra azione politica e culturale, è – per Sciuto – la vera sfida».

Matteo Bordone, nel suo “Anatomia di un merdone”, si concentra invece su un aspetto che in qualche modo attraversa tutto il volume: il ruolo giocato dai media, in particolare dai nuovi media e dai social network, nella polarizzazione che contraddistingue ormai qualsiasi discussione su qualsiasi tema e senza ombra di dubbio qualsiasi dibattito sul politicamente corretto. Bordone ci racconta nei minimi dettagli cos’è, come funziona (e come si sopravvive a) uno shitstorm, vale a dire «quell’onda di indignazione e disprezzo che si scatena sui social network all’indirizzo di un evento, una notizia, spesso una persona e una sua dichiarazione». Il “merdone”, ci spiega l’autore, è «un’esibizione pubblica di virtù morali su scala collettiva che parte da un pretesto». Può sembrare una discussione solo nella fase di gestazione «molto presto però l’imputato viene ignorato, la fase istruttoria è durata anche troppo, si smette di rivolgersi a lui e tutti cominciano ad allinearsi su una attività comune. Cioè ripetere varianti del concetto seguente: guardate qui, sono indignato, quanto mi fa schifo x, dovrebbe proprio vergognarsi». Il “merdone”, è la sua conclusione, altro non è che «la risposta naturale a un difetto di progettazione dello spazio dei social network». E per questo «non va preso troppo sul serio».

Impossibile rendere la varietà e la complessità degli interventi in queste poche righe. Ciascuno, pur nella diversità di prospettiva, ci offre un frammento in più per capire di cosa stiamo parlando quando parliamo di politicamente corretto, cancel culture, wokeness. E per capire qual è la posta in gioco. Di più: pur non rispondendosi a vicenda, questi 14 testi sono la cosa più vicina a un sano dibattito tra posizioni diverse che si sia vista negli ultimi tempi.



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