Non solo Rushdie: le mille fatāwà che minacciano la libertà di espressione

In Europa sono decine gli intellettuali e scrittori minacciati da fanatici islamici.

Cinzia Sciuto

Nel 1989, quando l’ayatollah Kohmeini emanò la fatwà contro Salman Rushdie, Hamed Abdel-Samad era uno studente liceale in un paesino in Egitto. Un giorno il suo professore di arabo entrò in classe parlando di uno scrittore indiano al soldo dell’Occidente che aveva offeso l’islam e citando un importante poeta egiziano, Farouk Gouida, che aveva descritto Rushdie come “un uomo il cui cuore era posseduto dal diavolo e profetizzava che un giorno un cavaliere musulmano avrebbe tagliato la sua testa diabolica”. “In quanto musulmano devoto che venerava il Profeta”, racconta Abdel-Samad, “all’epoca non avevo altra scelta che odiare Rushdie, proprio come tutti gli altri intorno a me”.
Trent’anni dopo, in occasione dell’anniversario della caduta del Muro di Berlino, Hamed Abdel-Samad incontrò lo scrittore che tanto aveva odiato da giovane che, vedendolo, gli andò incontro dicendogli: “Ah, così, lei è il Rushdie egiziano di cui tutti parlano!”. “Trent’anni fa c’era un solo Rushdie”, gli rispose Abdel-Samad, “oggi ce ne sono diversi sia nei Paesi islamici sia in Occidente”. Nel frattempo, infatti, Abdel-Samad aveva lasciato l’Egitto, e l’islam. Da molti anni vive in Germania dove oggi è uno dei più lucidi e attenti critici dell’ideologia islamista e, soprattutto, della miopia di chi non vuole vedere in questa ideologia uno dei maggiori pericoli per la democrazia. E da quando è uscito il suo Il fascismo islamico (in Italia edito da Garzanti) vive sotto protezione della polizia per le continue minacce che riceve dal mondo dell’islam politico.
E non è l’unico. In Germania sono sotto scorta per le stesse ragioni, tra gli altri, Seyran Ates, avvocata, femminista, fondatrice della prima moschea liberale a Berlino; Mina Ahadi, attivista politica iraniana, presidente del Consiglio degli ex musulmani in Germania; Amed Sherwan, giovane attivista ateo originario del Kurdistan iracheno. In Francia vivono sotto protezione i redattori di Charlie Hebdo sopravvissuti all’attentato del gennaio 2015; Mila, la ragazza francese che a soli 16 anni è stata costretta a cambiare liceo per le minacce; lo scrittore Michel Houellebecq, autore di Sottomissione e molti altri noti e meno noti. Samuel Paty non ha neanche fatto in tempo a essere messo sotto scorta: è stato decapitato l’anno scorso per aver mostrato in classe, durante una lezione sulla libertà di espressione, le vignette di Charlie Hebdo.
“Sarò io il prossimo?”, è la prima cosa che è venuta in mente a Abdel-Samad dopo aver saputo dell’attentato a Rushdie. La stessa domanda che gli è venuta in mente dopo l’attentato a Charlie Hebdo e quello a Samuel Paty.  Perché, osserva amaramente Abdel-Samad, ci sarà certamente una prossima vittima. “Ma dove sta il problema?”, si chiede Abdel-Samad. “Sta forse in una ideologia e una teologia della violenza che prospera da secoli nel cuore dell’islam e che non riesce a essere fermata? Oppure sta nella politica occidentale che nasconde la paura del terrorismo e le preoccupazioni per le relazioni economiche con i Paesi musulmani dietro il rispetto, la tolleranza e la diversità? O forse nel fatto che la maggior parte delle persone qui non si preoccupa più granché della libertà? Perché”, continua Abdel-Samad, “è permesso criticare Gesù, Mosè e Buddha, ma non Maometto? Perché un salafita può vivere e predicare indisturbato in Occidente, mentre ogni critico dell’islam deve temere per la sua vita? Perché i critici dell’islam sono considerati dei disturbatori nel paradiso multiculturale?”.
Domande scomode, a cui il mondo intellettuale e politico occidentale, specie a sinistra, dovrebbe provare a rispondere. Possibilmente prima della prossima vittima.

FOTO: Seyran Ates: Heinrich-Böll-Stiftung from Berlin, Deutschland, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons; Hamed Abdel-Samad: Freud, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons



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