Di quale “riscatto” parla Meloni?

Giorgia Meloni a caldo ha parlato di “notte del riscatto”. Ma da che cosa? E per chi?

Giuseppe Panissidi

“La notte del riscatto”. Questa l’esternazione, a caldo, di Giorgia Meloni, poco dopo la conferma ufficiale del proprio personale e previsto successo elettorale, ancorché in un contesto inequivoco di sconfitta dei suoi soci. È del tutto evidente, infatti, che, se di un vincitore si può parlare, questo vincitore è lei, e lei soltanto, la sua destra, non l’intera destra, come si ripete pedissequamente, dal momento che l’altra destra è uscita con (quasi) tutte le ossa rotte da questa bislacca competizione elettorale. La precisazione appare oltremodo necessaria, anche se una (per lei) provvidenziale legge elettorale, il cosiddetto Rosatellum bis, magico dono promosso da un Pd lungimirante come non mai, in maldestra funzione anti-grillina, e come di consueto in buona compagnia, incorona e legittima la nostra signora dei miracoli nel ruolo di premier.
Il riscatto, dunque.
Sebbene “intendersi” significhi “fra-intendersi”, alla stregua dell’ermeneutica e dell’esperienza, forse giova rammentare che uno degli insegnamenti più cogenti della psicologia del profondo suggerisce di prendere gli altri sempre sul serio. Ebbene, nella lingua patria, lemma molto caro a Meloni, di certo assai più che Paese, Repubblica o Stato, com’è stato opportunamente osservato, nella situazione data, “riscatto” non può che significare liberazione/redenzione politico-sociale, dovendosi ragionevolmente escludere la valenza giuridica di cessazione di un obbligo contratto in precedenza.

E dunque, riscatto da che cosa? E per chi? Forse da alcuni decenni di storia? Oppure dalla perfida, se non Albione, Unione Europea, notoriamente responsabile dello stratosferico debito sovrano dissennatamente accumulato da un suo membro negli ultimi quarant’anni? Impensabile, si spera.

E tuttavia, alla sua ampia, seppur minoritaria, platea elettorale, ma coram populo, la premier in pectore cerca di significare che l’ora della liberazione è scoccata. Sfortunatamente per una (purtroppo) non trascurabile componente dei suoi elettori, non è l’“ora segnata dal destino [che] batte nel cielo della nostra Patria”. Infortuni mentali a parte, evidentemente, visto che quell’ora, più che sul cielo, batté sulle vite di un popolo. “Le vite degli altri”.

Malgrado ciò, gli elettori sono e restano tutti cittadini, se l’uso di un termine di matrice illuministico-rivoluzionaria non ferisce l’acuta sensibilità politica e civile della scaltra prima donna di un Paese di furbi, oltre che, com’è noto fin da Cristoforo Colombo, ma in specie da un panegirico abissino del 1935, “di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di trasmigratori e di navigatori”.

L’auspicio, allora, è che il riscatto che esalta l’eloquio della signora riguardi, in modo preminente, il dissesto istituzionale e il profondo disagio sociale che affliggono il Paese, sullo scoglio delle cui vertiginose diseguaglianze si infrangono inesorabilmente tutte le politiche e le soluzioni tecniche degli ultimi trent’anni. Chissà se dipende unicamente dal fatto che, secondo il pensiero di molti autorevoli studiosi, dopo John M. Keynes, il capitalismo riesce ad assorbire anche le contraddizioni più forti e a neutralizzare gli antagonismi con relativa rapidità e disinvoltura.

Trent’anni, per l’appunto, un intervallo temporale distinto dal fenomeno cruciale dell’astensionismo critico e sistemico, ben oltre il non-voto fisiologico-strutturale, entro un sistema elettorale spurio, e comunque non maggioritario, che, altrove, può registrare, senza eccessivi problemi, una partecipazione persino inferiore al 50%. Certo è che approfondite ricerche in Francia e Germania attestano la presenza di un elemento “di classe” nella diffusa e crescente apatia civile e politica. In breve, vota molto di più l’elettore meno disagiato sul piano socio-economico e discretamente istruito, e molto meno l’elettore più o meno stabilmente in sofferenza, perché scettico e disincantato.

Vero è che il Paese non ha solo problemi di proficuo utilizzo tecnico di risorse, proprie o europee. Cosicché, l’alternativa all’ottimo Mario Draghi non è l’apocalisse, leitmotiv della improbabile campagna elettorale di alcune formazioni politiche, non escluso il Pd, replicante dei precedenti slogan per Giuseppe Conte, dopo inopinatamente ostracizzato, e ora risarcito dal voto, bensì la buona politica. Che, antipode del governismo di risulta del malriuscito progetto/Pd, è però destinata a rimanere chiusa nel libro dei sogni, almeno fino a quando l’aspirante sinistra immaginerà di poter risolvere le micidiali criticità, d’indole essenzialmente politico-identitaria, senza mettere in campo un vaste programme, riscattato dall’inflessione sarcastica di de Gaulle e da fantasie opportunistiche e pretenziose. Un programma realistico e coraggioso a un tempo, operativo ma non esaustivo, igienicamente sottratto a pur bravi tecnici e pseudo-intellettuali di mestiere o a contratto, e volto a far sentire e leggere parole semplici e capaci di mordere sul reale, su quanto può e deve essere fatto, per chi e con quali costi e vantaggi. Appunto: per chi.

Le soluzioni meditate, cioè non improvvisate e calate dall’alto, bensì effettivamente partecipate, sono sempre più facili da attuare e, in caso di inadeguatezza, sono anche più facilmente correggibili e migliorabili. Certo è che nessun coinvolgimento attivo e fattivo della cittadinanza, al di là della propria greppia elettorale, nessun mutamento di paradigma sarà mai possibile, fino a quando si (s)ragionerà in termini di giochi di potere e beceri riti congressuali e di leadership! Da ultimo, tra gli altri, dopo Fabrizio Barca, sembra convenirne Andrea Orlando, purché non si versi in tema di… candidature alla segreteria del Pd.

Una seconda, auspicabile possibilità esegetica, per usare una parola grossa, è che il riscatto meloniano intenda riferirsi alla redenzione di quanti, in un’occasione finanche in sua presenza, celebrano la marcia su Roma. Anche da quel camerata non risulta che si sia “dissociata”, forse per par condicio, visto che oggi rivendica di non essersi dissociata dal giudizio di Gianfranco Fini sul “fascismo male assoluto” in riferimento alle leggi razziali.

Eppure, quei nostalgici che ancora si tormentano per la crudele fine dell’uomo della provvidenza, in realtà sono soltanto smemorati, perché dimentichi che l’artefice della nostra potenza di cartapesta riteneva che, “a volte, nella vita, un po’ di piombo è quel che ci vuole”. Ironia della sorte, alla fine, ebbe la ventura di imbattersi in chi la pensava come lui. Il dissenso plurale è vitale, senza dubbio, ma… Non è forse un motivo di orgogliosa soddisfazione il constatare che anche altri la pensano come noi?!

Giunti a tal punto, la mente e il cuore non possono non rievocare il mitico scrigno di Pandora, la cui apertura provoca un deserto di desolazione e dolore. Se non che Pandora lo riapre e ne fa uscire una piccola e fragile creatura: la speranza.

Ecco, quest’angolo di mondo riprenderà a vivere se e quando la signora Meloni tradirà – ci si condoni l’apparente contraddizione nei termini – la promessa di “non tradire” gli italiani e, invece, in modo particolare, nel doveroso rispetto dei più, tradirà uno dei suoi portatori d’acqua, il patriota nostalgico, che vive e lotta insieme a lei, nell’ardente quanto vana attesa di Godot, in armonia con gli altri due soci, non casualmente da lei giudicati, bontà sua, “comunque importanti”.

In tema di nostalgia, peraltro, la signora potrebbe svolgere un ruolo altamente pedagogico rispetto ai disturbati/malinconici, clinicamente regrediti a fasi pregresse dello sviluppo, deviando la loro intensità sentimentale sul presente, mediante lo spostamento delle loro coordinate spazio-temporali, e aiutandoli a riposizionare ragionevolmente le proprie aspettative entro nuove coordinate. Anche allo scopo salutare di preservare la temperie malinconica (e noi) dall’infelicità e dai pericoli di una nostalgia canaglia…

Perché, se per il cittadino nostalgico la parola riscatto si coniuga, fino a formare un binomio inscindibile, con le parole ritorno e riscossa, per il cittadino disagiato riscatto equivale innanzitutto a guadagno di una condizione di vita materiale finalmente dignitosa. Finalmente.

Quanto alle nostre migliori attese, infine, per il momento dobbiamo limitarci a prendere atto della buona salute del prossimo premier, sicuramente coriacea e palesemente immune (almeno) da fastidiosi disturbi gastro-enterici, a giudicare dall’appassionata condivisione del suo morigerato (e ostentato) rigore con quei ben noti compagni di strada.

Credit foto: Giorgia Meloni, via Wikimedia Commons.



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