Democrazia, libertà e… tragedia

Gli archetipi dei nemici della democrazia sono rintracciabili nei miti dell'antichità. Ma oggi, nella realtà, dove possiamo individuarli?

Giuseppe Panissidi

Nella cornice scenografica delle rovine del teatro di Siracusa, in questi giorni, risplende uno straordinario frammento di antichità, la rappresentazione del Prometeo Incatenato di Eschilo. “Un pugno allo stomaco”, è stato definito, a chi vi accede, un monito potente sulla transitorietà delle cicliche fasi della storia umana, fino all’industrializzazione e alle leopardiane magnifiche sorti e progressive della Ginestra. Da questa tragedia, ispirata al primo mitico benefattore dell’umanità, Prometeo, il dio ribelle che agli uomini ha elargito le tecniche, è giocoforza aspettarsi una radicale messa in discussione dell’idea stessa di progresso. In realtà, va in scena la specifica complessità dell’umano.
L’onnipotente padre degli dei, Zeus contro il dio Prometeo, accusato di Hybris, orgoglio spinto fino alla tracotanza. Che non può restare impunita. Agli uomini è proibito il superamento dei propri limiti, la medesima colpa che Dante attribuisce ad Ulisse, quand’anche, in Dante, motivata con l’assenza della Grazia. Contraddizioni comprensibili soltanto in contesti democratici, non nel mito, sebbene Prometeo le incarni, rifiuti di obbedire e tenga testa a Zeus.  Una resistenza estranea agli eroi greci, i quali o si sopprimono, come Aiace, oppure si accecano, come Edipo. In Prometeo l’opposizione al potere assoluto è intransigente.

Bisognerà aspettare il Prometeo liberato perché si chiuda il cerchio tragico, lo “scioglimento” dell’incastro, quando Zeus incaricherà Eracle di uccidere l’aquila, che divorava il fegato a Prometeo, e lo libererà, ripristinando il senso dell’equazione umana possibile.
Rimane una domanda cruciale. Perché il furto del fuoco dev’essere punito? Perché, questa la risposta tragica, l’amore di Prometeo per gli uomini, è un atto di arroganza ribelle, una rivolta contro il potere tirannico, la sfida suprema, destinata a soccombere al cospetto della legge della necessità nella figura di Zeus, che considera il fuoco – leggi: la costellazione dei saperi, la scienza e la tecnica, quali emblemi del potere sovrano e contraltare dell’indipendenza umana – come un’energia di sua esclusiva pertinenza.

Infatti, dopo il furto del fuoco dall’Olimpo, nascosto nel cavo di una canna e donato agli uomini, i quali accettano l’inganno di Prometeo, Zeus invia sulla Terra Pandora, la prima donna, un essere affascinante e, al tempo stesso, il dono più pericoloso. Il fratello di Prometeo, Epimeteo, “colui che non sa prevedere”, se ne innamora e la sposa. Prometeo, “colui che prevede”, e dunque sa, tenta di dissuaderlo e indurlo a diffidare di tutto quanto provenga da Zeus. Vanamente, tuttavia, poiché il fratello, impulsivamente, non rinuncia alla splendida fanciulla.

Sorvoliamo sulle interpretazioni del racconto come una critica al capitalismo del consumo e della produttività, una denuncia dell’alienazione umana dovuta all’industrializzazione. Prometeo, in realtà, è il difensore del genere umano in rivolta contro una divina volontà di annientamento. Se non che, pur entro il potere dell’economia, in tema è il destino di quanti non si rassegnano ad essere usati come macchine o merci per la produzione. Però Prometeo, l’intellettuale preveggente, che legge e conosce la storia, sa bene che ogni sistema di potere non è perenne, ed è destinato alla fine sotto il peso dei propri errori e della propria protervia.

Nell’ode Prometeo, J. W. Goethe, all’alba della rivoluzione industriale, Prometeo incarna l’eroe borghese che rivendica la sua autonomia intellettuale e artistica contro i detentori del potere economico. Contro Zeus, il Prometeo di Goethe: “Me ne sto qui, plasmo uomini/ a mia immagine, /una stirpe simile a me / che mi somigli/ nel soffrire, nel piangere/ che goda e si rallegri/ e non si curi di te, /come me!”. Erano le prime luci dell’alba, per l’appunto.  

Oltre un secolo dopo, infatti, F. Kafka, in un apologo del 1917/1918, scolpisce un Prometeo sconfitto, annichilito dal suo stesso dolore, ormai incapace di ribellarsi e privo dello slancio creativo del Prometeo di Goethe. In tale variazione sul mito, l’intelletto, l’arte e la fantasia si rivelano impotenti di fronte al degrado del lavoro seriale alla catena di montaggio, in cui rivive la roccia alla quale Prometeo è incatenato, divenendo insensibile al pari della pietra. E, proprio mentre la Grande Guerra volge al termine, la rivoluzione industriale compie il giro di boa verso il punto di non-ritorno, con effetti profondi sull’uomo. L’uomo/operaio è pura macchina, nell’indistinzione tra gli uomini e nella identificazione crescente tra merce e consumatore, entro un modello di capitale quale produzione di merci a mezzo di merci. Carne da macello per l’industria bellica, uomini contro, idonei per progetti politici totalitari. Kratos dice: “[Prometeo] impari ad amare il dominio e desista dall’arroganza in favore degli uomini, questo dio inviso a tutti gli dei”.

Questo lungo, ma necessario preambolo ci conduce al punto dolente, la domanda lancinante. Oggi, chi sono i nemici dell’autonomia, della libertà umana e dei saperi, ai quali l’universo dei poteri oscuri nega il diritto a un’esistenza, individuale e collettiva, degna di essere vissuta?
Una considerazione, attuale e concreta, può orientare la riflessione.
Secondo la tesi prevalente, nelle elezioni presidenziali in Turchia Erdogan, concordemente esclusi i brogli, avrebbe prevalso anche in forza dell’assenza della libertà di stampa, e connessa scarsa ‘conoscenza pubblica’ dello stato miserando dei diritti e delle libertà civili. Si sarebbe, insomma, imposto, esibendosi, ad esempio, nell’arco di una sola giornata, da sette reti televisive su dieci.

Mancanza di conoscenza? Un dio onnipotente in azione per conculcarla e deprivare gli uomini dei loro diritti? Ed ecco la questione dirompere nella sua forma più scoperta. Una donna turca, un lavoratore, un giovane, uno studente, vaste frazioni di popolo in agonia civile e culturale, hanno bisogno dell’informazione, televisiva e non, per conoscere la propria condizione infelice?! Non è sufficiente viverla, nel quotidiano, sulla propria pelle, anche da parte – il punto più dolente – della maggioranza vincente, seppur di misura?
Del resto, la conoscenza soffre un micidiale conflitto d’interessi anche con le (asserite) ragioni superiori delle nazioni europee, i cui leader si sono congratulati con Erdogan, rilanciando progetti comuni di grande spessore geopolitico strategico. Con la mente e il cuore rivolti al popolo turco, come non pensare a F. Guicciardini: “Pregate Dio, pregate Dio di farvi trovare sempre dalla parte dove si vince”?

Io sono duca, replicava Totò a Mike Bongiorno, a volte sono i conti che non tornano. Anche qui, purtroppo, i conti non tornano.
Se, poi, proviamo a estendere la riflessione, domande non meno inquietanti riguardano altri mondi, come anche il nostro, evidentemente Anche chez nous manca la conoscenza pubblica e diffusa, a causa dell’odio… degli dei?
Forse una possibile risposta, tragica, per restare in tema, si può individuare nella reazione di un cittadino, quivis de populo, quand’anche allineato, intervistato su Dell’Utri: “Anche se viene condannato per mafia, per noi non cambia nulla…”. Non sembra mancasse la conoscenza a quel, si presume, patriota. Invero, per quell’individuo la conoscenza non è… maledizione, per far menzione di una tradizione di pensiero novecentesco, inaugurata da F. Nietzsche in ambito filosofico, e proseguita con T. Mann, nel giudizio autocritico sulla letteratura.

E tuttavia, sotto un diverso profilo, questo patriota si pone fuori dal paradigma tragico, visto che non potrebbe mai sentirsi solo al pari dell’eroe tragico dell’“Io solitario penso”. Ché, anzi e purtroppo, si trova in ottima e abbondante compagnia. Tanto vero che tal Schifani può gioiosamente e autorevolmente celebrarlo: “Se non ci fosse Cuffaro, bisognerebbe inventarlo”. Inventare, ossia, un valente poliglotta, ancor prima che politico, capace di scambiare la nobiltà del “dream” di Martin Luther King con il “drink” del bar sport. Occorre scomodare la psicologia del profondo per comprendere questa intrigante gaffe? Sullo sfondo di quella Sicilia/laboratorio, come si suol definire, nella quale tante cose mancano, da troppo tempo, di certo non la … conoscenza!

Fuori dalla metafora speculativa e letteraria e dall’ordine dei mitologemi, lo stato dell’arte attuale segnala forti criticità. Se un nuovo Prometeo, vedi caso nella figura del nostro capo dello Stato, ha l’ardire di ricordare, Costituzione alla mano, di cui è notoriamente il garante, che quel che conta è l’essere umano, la persona, non già l’”etnia”, un foglio della destra – non importa quale, vista la sua impressionante somiglianza con i suoi omologhi – reagisce in termini militari, qualificando Sergio Mattarella come “oppositore”. Un attacco all’arma bianca contro chi assolve scrupolosamente il proprio dovere, istituzionale e democratico, di richiamare la Costituzione, sollecitarne la conoscenza e sbarrare la strada a qualsiasi torsione cognitiva, in specie pseudopolitica e faziosa! In tal senso, e solo in tal senso, il capo dello Stato, non solo può, ma deve tenere alto e saldo il vessillo costituzionale, opponendosi, appunto, quando e se necessario. Inoltre, è del tutto evidente che la sua sottolineatura non sottendesse o significasse l’idea di una scissura tra l’essere umano e l’etnia correttamente intesa, in rigorosa accezione antropologico-culturale, quale comunità di uomini storicamente costituita entro prospettive e traiettorie dinamiche e progressive. Non mai un dato originario e definitivo, inerte nell’invarianza, bensì sempre un costrutto in progress.

Leonardo Sciascia osservava amaramente che ciascuno viene creduto e giudicato “per ciò che dice di sé stesso”, non per ciò che è o fa! Cosicché, “…un Marcel diventa / ogne villan che parteggiando viene”, s’indigna Dante. Sotto questo profilo il Belpaese è il migliore dei mondi possibili. Candide è vivo e lotta insieme a noi.
Prometeo, alla fine, torna in libertà, però soltanto previa accettazione della volontà del dio-padre. Nel mito tragico eschileo, dove la storia si snoda religiosamente e fatalisticamente “dentro il tempio”, questo epilogo appare come l’unica composizione possibile della contraddizione. E nei nostri sofferenti contesti di democrazia?
In un’altra, più antica versione del mito di Pandora, dopo che tutti mali si sono riversati nel mondo, per ultimo prende il volo un essere piccolo e fragile: la speranza. Un male anch’essa, certamente, che sembra tuttavia buono, perché induce ad attendere qualcosa di meglio. Ad attendere, direbbe Euripide, che, infine, un dio trovi la via.
Nel mondo secolarizzato, “gli dei se ne vanno”. Spes ultima dea.      

La democrazia è anche il tema di MicroMega 3/2023 La democrazia nemica di sé stessa.
Scopri di più.

 

Foto Flickr | Egisto Sani 



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