Olof Palme, la banalità del male in una serie televisiva

“The Unlikely Murderer”, serie tv sull’assassinio del premier socialdemocratico svedese, rilancia la tesi dell’omicidio casuale. È andata davvero così?

Aldo Garzia

A volte ciò che passa alla storia come evento inspiegabile ha spiegazioni casuali. È anche il caso dell’assassinio del premier socialdemocratico svedese Olof Palme, avvenuto il 28 febbraio 1986? È la tesi adombrata dalla serie tv in cinque puntate The Unlikely Murderer, in onda sulla piattaforma Netflix.

L’assassino improbabile del titolo è Stig Engström, anonimo grafico, consulente della compagnia assicurativa Skandia, con sede poco distante dal luogo dell’omicidio, individuato nel 2020 dalla procura svedese come presunto colpevole. Collocato politicamente a destra, Engström odiava il premier per le sue politiche progressiste, soprattutto sul fronte dell’apartheid ancora in vigore in quegli anni in Sudafrica e del dinamismo internazionale che faceva presagire una possibile candidatura di Palme alla segreteria generale delle Nazioni Unite. Alcune inchieste giornalistiche degli ultimi anni erano tornate a occuparsi di Engström – che all’inizio delle indagini era stato ascoltato diverse volte dagli inquirenti come testimone presente sul luogo del delitto, pur senza poi conseguenze d’imputazione – ma nulla lasciava prevedere una svolta così clamorosa nelle indagini. Nel presentare le proprie conclusioni, gli inquirenti si sono limitati a sottolineare che Engström possedeva un revolver simile a quello usato nell’omicidio, era alcolizzato e sapeva far uso molto bene delle armi da fuoco. Peccato che, a rendere più nebulosa la conclusione dell’inchiesta, ci sia l’impossibilità di formalizzare l’accusa: Stig Engström è infatti morto suicida nel 2000 a 66 anni di età.

Traendo spunto da un’inchiesta del giornalista Thomas Pettersson, The Unlikely Murderer sposa la conclusione della procura svedese, avvalorando la tesi di un omicidio casuale, non programmato, con un esecutore dalla vita incolore, per caso in possesso di una pistola, che spara al primo ministro incrociato all’uscita da un cinema. Le cose sono andate davvero così?

I colleghi svedesi sostengono che tra gli addetti ai lavori domina tutt’oggi lo scetticismo sulle conclusioni del procuratore Krister Petersson e della magistratura di Stoccolma, mentre l’opinione pubblica meno avvertita si è sentita tranquillizzata dalla versione ufficiale, che ha concluso ben 34 anni di indagini e ipotesi. Lo scetticismo che ha accompagnato quelle rivelazioni si può spiegare almeno in parte con il momento scelto per l’annuncio. La Svezia era sotto shock nel 2020 per le notizie che giungevano sul fronte della lotta alla Covid, da qui l’ipotesi malevola che le rivelazioni sul “caso Palme” siano servite a rassicurare e a distrarre l’opinione pubblica. La pensa così ad esempio Leif GW Persson, criminologo, che per decenni si è occupato dell’assassinio di Palme e a riguardo ha scritto un volume molto ben fatto, tradotto pure in italiano (In caduta libera come in un sogno, Marsilio, 2008).

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Ma facciamo un passo indietro e ripercorriamo i fatti.

Olof Pame fu ucciso venerdì 28 febbraio 1986 in Sveavägen, una delle arterie principali di Stoccolma. Il premier e la moglie Lisbeth erano usciti da alcuni minuti dal cinema Grand dove avevano visto il film I fratelli Mozart. Il primo ministro non aveva scorta perché aveva ripetuto in più occasioni di sentirsi tranquillo «in un Paese tollerante e democratico come la Svezia». Erano da poco passate le 23. Era una notte fredda e buia, tipica del rigido inverno di Stoccolma. Mentre i coniugi Palme decidevano se fare a piedi il tratto di strada che conduceva alla loro abitazione o prendere la metropolitana come per il tragitto di andata, un uomo urlò contro il primo ministro. Palme si volse d’istinto. Lo sconosciuto sparò a bruciapelo alcuni colpi di pistola. Uno dei proiettili ferì di striscio la moglie. Per un attimo Palme guardò in faccia il suo assassino, poi si accasciò al suolo. Secondo le prime ricostruzioni, il killer lasciò indisturbato il luogo del delitto mentre giungevano i primi soccorsi. La meccanica dell’assassinio, almeno all’apparenza, sembrò quella di un agguato premeditato.

Dopo aver brancolato nel buio per anni, nel 1988 di colpo le indagini si indirizzarono verso Christer Pettersson, classe 1947, noto alla polizia per essere un uomo violento, politicamente di destra, alcolizzato e che faceva uso di droghe (una descrizione che ha molte somiglianze con quella tratteggiata nel 2020 per Stig Engström). Il verdetto di un primo processo condannò Pettersson all’ergastolo nel luglio 1989. Dopo una seconda sentenza di assoluzione, un terzo dibattimento si svolse nel 1998 presso la Corte d’appello di Stoccolma: Pettersson fu scagionato per insufficienza di prove. La terza sentenza, secondo le regole della giustizia svedese, non era impugnabile. L’unico imputato in un processo per l’assassinio di Palme è morto il 29 settembre 2004.

Avendo studiato a lungo le circostanze e il contesto politico del delitto Palme (sono autore di Olof Palme, vita e assassinio di un socialista europeo, Editori riuniti, 2007; unica biografia in italiano dedicata al primo ministro Palme), faccio fatica ad accettare la conclusione delle autorità svedesi. Le indagini dell’epoca seguirono anche piste politiche: i razzisti del Sudafrica che detestavano la politica antiapartheid di Stoccolma, chi voleva ostacolare l’ascesa del leader socialdemocratico come segretario generale dell’Onu (in primis i settori statunitensi che non avevano mai digerito la ferma opposizione di Palme alla guerra in Vietnam negli anni Settanta), i trafficanti di armi made in Sweden a cui non piacevano il pacifismo e la politica del disarmo propugnati dal primo ministro… Ci fu anche una pista d’indagine che conduceva alla P2 italiana di Licio Gelli. Tutti i filoni politici d’inchiesta sono però finiti in bolle di sapone. Ciononostante, si fa fatica a non considerare il delitto Palme un omicidio politico alla stregua di quelli dei fratelli Kennedy negli Stati Uniti e di Aldo Moro in Italia.

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Palme era molto amato e molto odiato in Svezia. Era un premier scomodo dentro e fuori del suo Paese. Il “neutralismo attivo” praticato in politica estera lo aveva portato a Cuba e in Nicaragua, a prendere posizione contro il riarmo europeo e l’installazione dei missili Pershing e Cruise che piacevano agli Stati Uniti e al presidente Ronald Reagan, a favorire il dialogo con Mosca rilanciando la Ostpolitik di Willy Brandt, a fare da mediatore nella guerra Iran-Iraq. Troppo per un leader di un Paese dall’enorme territorio ma all’epoca di soli 8 milioni di abitanti. In politica interna, inoltre, non piaceva a tutti la marcia decisa verso un modello socialista sempre più netto fondato su tassazione rigorosa, utilizzo delle risorse pubbliche, ripartizione delle ricchezze, compartecipazione dei lavoratori alla direzione delle imprese. Su quest’ultimo punto, fece scalpore negli anni Ottanta il “Piano Meidner” (messo a punto dall’economista Rudolf Meidner) che prevedeva il ruolo decisionale tendenzialmente sempre maggiore dei lavoratori nella gestione dell’economia. Spezzare traumaticamente questa politica internazionale e interna poteva essere l’obiettivo di molti. L’ipotesi del passante casuale e armato ha un sapore letterario, non razionale.

La storia svedese mutò molto dopo il 1986. La politica di Palme non ebbe seguito. Niente protagonismo sulla scena mondiale, ridimensionamento del “modello svedese” all’interno del Paese mentre tanta ammirazione destava all’estero per la sua vocazione socialista e democratica. Dopo Palme, la leadership del Partito socialdemocratico e del governo passò a Ingvar Carlsson che cercò di fare del suo meglio. Non aveva però il carisma di Palme e si ritrovò a gestire un Paese sotto shock. Come ebbe modo di dire lo scrittore Henning Mankell, con l’omicidio di Palme la Svezia aveva perso la sua verginità.

La banalità del male tornerà a colpire Stoccolma nel 2003, quando la ministra degli Esteri socialdemocratica Anna Lindh sarà uccisa in un grande magazzino nel centro della capitale. L’autore dell’omicidio – Mijalo Mijailovic, uno squilibrato mentale – in quel caso sarà arrestato.

 

(credit foto © Anders Holmstram)



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