“L’ombra lunga del fascismo”: l’Italia è ancora ferma al regime?

Basandosi su una lunga serie di documenti, di testimonianze e di episodi, gli autori Sergio Rizzo e Alessandro Campi riflettono sulla presenza del fascismo nelle dinamiche del territorio italiano. Una presenza tutta contemporanea, riassunta nel cognome che si impone nel sottotitolo: Mussolini, il dittatore, ancora oggi una figura che esercita un’influenza impressionante.

Massimo Castiglioni

Nel pieno rispetto di quella tendenza tipicamente italiana per la quale ci si sofferma a riflettere su un personaggio o un evento storico in prossimità di un anniversario, ecco che il centenario della marcia su Roma ha offerto la possibilità di tornare a ragionare su un argomento col quale in verità, volenti o nolenti ci troviamo a confrontarci da un secolo, non sempre in maniera corretta e con il giusto linguaggio: il fascismo. Un confronto che è risultato particolarmente problematico proprio una volta conclusa l’esperienza della dittatura, dalla fine della Seconda guerra mondiale in avanti, perché da allora l’Italia è stata costantemente sfregiata da vergognosi rigurgiti di fascismo. Dalla continuità di una parte della classe politica italiana con quella esperienza fino alle spaventose esibizioni del terrorismo nero; dalla strana convivenza con le eredità del ventennio fino al fascino che ancora oggi Mussolini e i suoi tirapiedi esercitano in una parte della popolazione. Trattandosi, quindi, di una ricorrenza particolarmente dolorosa per la nostra storia, che tocca in profondità non solo la memoria degli italiani ma il loro stesso porsi in relazione alle strutture del Paese, non stupisce la grande quantità di testi preparati per l’occasione.
Tra questi, un ruolo molto interessante per la vastità del materiale impiegato e per l’orizzonte in cui si muove lo occupa L’ombra lunga del fascismo. Perché l’Italia è ancora ferma a Mussolini (Solferino), scritto dal giornalista Sergio Rizzo e dal professore universitario Alessandro Campi. Basandosi su una lunga serie di documenti, di testimonianze e di episodi, gli autori riflettono sulla presenza del fascismo nelle dinamiche del territorio italiano. Una presenza tutta contemporanea, riassunta nel cognome che si impone nel sottotitolo: Mussolini, il dittatore, ancora oggi una figura che esercita un’influenza impressionante. L’Italia è ferma al fascismo e in particolare alla persona che più lo sintetizza, un fantasma da cui pare impossibile disfarsi, anche a causa dei tantissimi elementi che quotidianamente ricordano il suo passaggio. Ancora oggi, a Roma, per esempio, è praticamente impossibile camminare sul Lungotevere Maresciallo Diaz senza osservare, tra stupore e vergogna, quell’obelisco con la scritta “Mussolini Dux” a caratteri cubitali. E siamo peraltro nei pressi dello Stadio Olimpico, dove i settori più accesi del tifo romano, in entrambe le squadre di calcio locali, non hanno mancato di dare squallide esibizioni di estremismo nero. Anche Rizzo e Campi ricordano l’obelisco e le abitudini degli ultras romani. Si tratta di sole due voci nello sterminato panorama nazionale di simboli ed eventi.
Una buona parte del libro è dedicata proprio ad analizzare il fenomeno dei monumenti, delle targhe e degli edifici che sono sopravvissuti alla dittatura che li ha costruiti, conservandone la memoria, insieme alle scandalose celebrazioni di fascisti a cui, in nome di presunti meriti culturali o militari, sono state tributate vie, scuole o altro ancora. Questi segni marchiano le strade delle nostre città non come monito dell’orrore che fu, ma come emblemi di un passato con cui non si riesce a chiudere del tutto e che agisce pericolosamente sulla nostra vita: «Dietro quei simboli c’è ben altro. In pochi anni il fascismo ha riplasmato la società italiana: dalle professioni allo stato imprenditore, dallo sport alla burocrazia, da quella che è oggi la Rai a ciò che è diventato l’Eni, dalle grandi banche statali alla previdenza pubblica. Perfino ai sindacati. Non solo l’architettura, le pietre e le scritte murali, ma la struttura socio-economica e quella politico-amministrativa dell’Italia, che la Repubblica ha in gran parte ereditato, anche come mentalità».
Un’ambiguità che inquina l’Italia e che è ben esemplificata dalla lapide di piazza San Giorgio a Napoli, la cui vicenda occupa le prime pagine del testo. Un lato di quella lapide è fascista, con sopra disegnato il profilo dell’Etiopia insieme a una citazione dal “discorso della proclamazione dell’impero fascista” tenuto da Mussolini nel 1936, anno in cui viene affissa in piazza. Durante la guerra, però, dopo che i napoletani sono riusciti a cacciare i nazisti dalla città, quella lapide viene spostata e attaccata al contrario sul muro del municipio: nel nuovo lato vengono incisi i nome dei morti nelle Quattro giornate con tanto di frase commemorativa: è il lato antifascista. Su quel muro resterà molti anni, fino al novembre del 2015, quando il consigliere comunale Marco Nonno (Fratelli d’Italia) la fa rimettere nel luogo originario e ovviamente esposta dal lato originario. Difendendosi in consiglio comunale per questa evidente apologia di fascismo, Nonno ricorda che le due facce della lapide, una fascista l’altra antifascista, sono una perfetta sintesi del popolo italiano, favorevole al regime fino al 1943 e poi pronto a cambiare e ad incidere su quello stesso marmo il nome di morti antifascisti. Nonno ha in parte ragione, e come dicono Rizzo e Campi «quella lapide dublefàs in una piazza della periferia napoletana è la fotografia più rappresentativa dello stato d’animo di questo Paese».
Questo episodio è solo il primo tra i tanti raccontati. E molto spesso ad essere chiamata in causa è direttamente la classe politica italiana. La lunga cavalcata tra obelischi, targhe, strade dedicate a criminali, enti pubblici che nascono durante il ventennio e arrivano ai giorni nostri, mentalità corporative che appesantiscono non poco la vita pubblica o clamorosi rimasugli legislativi passa anche attraverso un confronto con soggetti politici, e non si sta parlando solo degli eredi diretti di Mussolini, quelli che portano il suo cognome. Del resto, la Repubblica ha visto fin da subito la nascita di un partito che del fascismo raccoglie l’eredità, quel MSI che in tanti anni, dopo metamorfosi e cambiamenti di nome, è riuscito a portare un suo prodotto direttamente a Palazzo Chigi. Una contraddizione che si consuma quando i lavori della Costituente sono in pieno svolgimento e portano all’approvazione della Dodicesima disposizione transitoria della Costituzione, quella che vieta « la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista». Rizzo e Campi ricordano un sensato intervento di Piero Calamandrei alla Costituente, il 4 marzo 1947, in cui si sottolinea come nessuno sarebbe tanto ingenuo da adottare il nome fascista per farsi poi sciogliere immediatamente dalle autorità, pertanto non bisogna limitarsi a proibire un nome ma definire «che cosa c’è sotto quel nome, quali sono i caratteri che un partito deve avere per non cadere sotto quella denominazione e per corrispondere invece ai requisiti che i partiti devono avere in una Costituzione democratica. Sarà la organizzazione militare o paramilitare; sarà il programma di violenze contrario ai diritti di libertà; sarà il totalitarismo e la negazione dei diritti delle minoranze: questi o altri saranno i caratteri che la nostra Costituzione deve bandire dai partiti, se veramente vuol bandire il fascismo». Ma il partito di Almirante era già stato fondato da qualche mese, la Dodicesima disposizione transitoria resta tale e alle elezioni del 1953, le prime a cui partecipano i capi fascisti dopo i cinque anni di sospensione dall’attività pubblica, l’MSI arriva al 6 per cento dei voti, ovvero 1.582.154 elettori. Il fascismo c’era ancora.
Il discorso sul coinvolgimento dei politici in relazione alla memoria del fascismo, peraltro, coinvolge anche personalità ben lontane da quelle posizioni, specie quando si tratta di celebrazioni di personaggi storici. E anche in questi casi si nota la difficoltà di strutturare quella parte tanto dolorosa e inquietante della storia italiana. Ma il libro di Rizzo e Campi non si limita, certo, a mettere l’accento su fatti vergognosi o a fare un elenco dei monumenti ancora ben presenti lungo la penisola. L’impegno civile che muove la loro scrittura va soprattutto in direzione di un invito a pensare in termini nuovi il rapporto con quella sanguinosa dittatura per compiere un passo in avanti sulla strada del progresso democratico. Perché come giustamente ricordano: «Senza riuscire a chiudere una volta per tutte la partita con quel passato l’Italia non sarà mai una democrazia stabile, solida e funzionante».



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