Qatar, al via i mondiali dei diritti negati

Un’intervista di pochi minuti ha rivelato (se mai ce ne fosse bisogno) la falsità del pink washing portato avanti dal Qatar. I leader politici occidentali corrono ai ripari, tra chi si dice disgustato e chi parla della necessità di trovare un “compromesso”. Persino l’ex presidente FIFA Sepp Blatter solleva dubbi: “un errore assegnare il mondiale al Qatar”. Ma ormai è troppo tardi.

Simone Morganti

Si è trattato di uno slip, di uno scivolone. Sono questi i termini con cui parte della stampa definisce le parole rilasciate dall’ambasciatore dei mondiali 2022 Khalid Salman all’emittente televisiva tedesca ZDF. L’omosessualità è “un danno mentale (“a damage in the mind”), è “haram” è “dannosa per i bambini”, ed è un bene che resti “proibita”. Parole aberranti, senz’altro, ma anche perfettamente in linea con la dottrina islamista. Di scivolone quindi c’è ben poco, se non nulla: le esternazioni omofobe dell’ex calciatore rivelano con una sincerità disarmante l’omofobia di stato del Qatar, che va a braccetto con una forte misoginia istituzionale e brutali discriminazioni religiose. Quello dei diritti umani in Qatar è un problema che non si limita a tre o quattro affermazioni machiste.

Dopo l’assegnazione dei mondiali nel 2022, il Qatar ha subito avviato una campagna mediatca di pink-washing a cui FIFA e molti politici occidentali hanno abboccato. Per anni le coscienze critiche di molti sono così apparse in uno stato di trance. Il silenzio assordante sulla violazione dei diritti è stato spezzato solo da parole come accordi bilaterali, cooperazione economica ed alleanza strategica. Parole che si sono quasi sempre tradotte in fatti. Gran parte dei paesi occidentali intrattiene infatti rapporti solidi con il Qatar, ed alcuni governi – tra cui quello italiano – si sono spinti a siglare accordi di cooperazione culturale.

Il principio dell’occhio non vede, cuore non duole ha senz’altro dominato. Forse le migliaia di chilometri di distanza e i fiumi di idrocarburi hanno addolcito l’impatto dei reportage, che arrivavano in massa – ed in massa venivano ignorati. Già nel 2008, due anni prima dell’assegnazione dei mondiali, in un report ufficiale l’UNHCR poneva l’accento sulla terribile situazione sul fronte dei diritti civili e sociali. Le condizioni di lavoro a cui erano (e sono) sottoposti i lavoratori provenienti dal Corno d’Africa venivano definite, senza giri di parole, “schiavistiche” (slave-like). Inoltre, in base alla Shari’a Islamica, l’emirato punisce l’omosessualità maschile (ma non quella femminile) con la reclusione da 1 a 6 anni, ed in alcuni casi con la pena di morte. E alla brutalità codificata della legge si somma quella arbitraria delle forze dell’ordine, come emerge in un resoconto di Human Rights Watch.

Schiacciati tra la necessità di apparire più rispettabile ai suoi partner occidentali e quella di mantenersi saldamente ancorati ai principi dell’islamismo wahabita che contribuiscono a diffondere all’estero, le autorità del Qatar hanno messo in atto una strategia molto astuta. Da un lato, hanno lasciato immutata l’impalcatura teocratica ed ultraconservatrice dello Stato. Dall’altro, hanno proposto all’estero un’immagine edulcorata dell’emirato.

Un ruolo centrale in questa campagna di marketing lo ha avuto l’emittente televisiva Al Jazeera, finanziata dal governo del Qatar e sua volta sdoppiata in una versione in lingua araba e una in lingua inglese. Se Al Jazeera Arabic si comporta esattamente come ci si aspetterebbe da un’emittente di un regime teocratico, Al Jazeera English ha fatto del pink-washing il suo marchio distintivo. Un dualismo in stile Doktor Jekyll e Mr.Hyde che nell’era dei social funziona bene.

E così, da qualche anno Doktor Jekyll Al Jazeera English strizza l’occhio ai progressisti dedicando un gran numero di articoli ai temi LGBT e addirittura celebrando il gay pride ogni mese di giugno. Nel frattempo, però, in patria Mr Hyde Al Jazeera Arabic continua a fare da megafono all’integralismo islamico, ospitando esponenti di rilievo dei Fratelli Musulmani.

Le parole di Salman hanno finalmente rotto l’incantesimo, o almeno così sembra. E la politica, che fino a pochi giorni fa ha ignorato sistematicamente la drammatica situazione dei diritti umani nell’emirato, oggi corre ai ripari. La ministra degli Interni tedesca Anna Fael si è subito detta inorridita. E persino l’ex presidente FIFA Sepp Blatter ha ammesso che forse, accordare lo svolgimento dei mondiali al Qatar è stato un errore. Tuttavia, per quanto sinceri possano essere (e c’è più di un motivo di pensare che non lo siano affatto), i ripensamenti dell’ultimo minuto non cambiano la realtà. Il calcio d’inizio è ormai imminente, e quella che doveva essere un’occasione di promuovere le riforme in Qatar si trasformerà in un palcoscenico del peggiore islamismo wahabita. Abbia inizio la partita.

(credit foto EPA/NOUSHAD THEKKAYIL)



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