Delocalizzazioni e licenziamenti: la lotta degli operai Gkn può diventare un modello

La prima vittoria in tribunale contro i licenziamenti non ferma la protesta. Sul tavolo una proposta di legge di otto punti, redatta con Giuristi Democratici, per vietare le delocalizzazioni per le aziende che sono in attivo.

Valerio Nicolosi

“Abbiamo festeggiato il giorno della sentenza ma sappiamo che la lotta è ancora lunga e questo è solo un passaggio”. Gli operai di GKN di Campi Bisenzio, in provincia di Firenze, sono un coro unanime sulla sentenza del Tribunale del capoluogo toscano che ha accolto il ricorso della FIOM – CGIL contro i licenziamenti operati dal fondo finanziario inglese Melrose, che lo scorso luglio ha deciso di licenziare le 422 persone che lavorano nello stabilimento e di chiudere l’impianto, delocalizzando la produzione in altri siti della stessa compagnia.
“Vogliamo salvare i nostri posti di lavoro ma vogliamo anche portare il lavoro al centro del dibattito italiano e lo abbiamo fatto avanzando una proposta di legge articolata in otto punti in cui si vietano le delocalizzazioni per le aziende che sono in attivo e che scelgono solo in nome del profitto” ci racconta dentro i cancelli della fabbrica Matteo Moretti, delegato sindacale e membro del Collettivo di Fabbrica, organizzazione che riunisce la gran parte dei lavoratori della GKN.

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La proposta di legge è stata avanzata insieme a un gruppo di giuslavoristi. “Volevano una legge che fosse fatta con le loro teste e non sulle loro teste, e noi Giuristi Democratici ci siamo messi a disposizione” spiega Paolo Solimeno, avvocato fiorentino che ha contribuito alla stesura. “Il problema è l’egemonia culturale che i liberali sono riusciti a fare passare, senza che oggi ci sia una controparte politica che bilanci i pesi a favore dei lavoratori, per questo ci siamo organizzati per una proposta diretta” aggiunge Solimeno.


Dopo la manifestazione nazionale di Firenze del 18 settembre, parlare di obiettivi politici per questi lavoratori sembra quasi scontato, eppure Moretti risponde schivo: “Non ci poniamo obiettivi di questo tipo, stiamo lottando per il nostro posto di lavoro” ma aggiunge: “Se il nostro motto ‘Insorgiamo’ è servito anche ad altre battaglie simili alle nostre noi siamo contenti”.



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