Operetta morale sui vaccini

La scienza serve a poco in un mondo senza giustizia. In nove mesi avevano trovato i vaccini contro la peste virale che affliggeva l’umanità. Ma non vissero tutti felici e contenti.

Telmo Pievani

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Questo contributo di Telmo Pievani è contenuto nel numero di MicroMega+ del 30 aprile 2021.


In nove mesi, come una gravidanza, trovarono il vaccino contro la peste virale che affliggeva l’umanità e vissero tutti felici e contenti… No, fermi, non è andata esattamente così, troppo facile. Riportiamo il nastro all’indietro (non si usano più i nastri, è un modo di dire) e ricominciano dall’inizio.

In natura, quando arriva un virus nuovo di zecca, per il malcapitato ospite è un problema. Il suo sistema immunitario non lo conosce. Non può ricorrere a vaccini già esistenti e modificarli. Con il SARS-CoV-2 si era proprio realizzato questo caso sventurato, ancorché ampiamente previsto dalla scienza nei dieci anni precedenti: un coronavirus, virus a singolo filamento di RNA imparentato con flagelli cugini già noti all’umanità, ma assai più contagioso e con un quadro di sintomi del tutto diverso, si era tranquillamente amplificato nei pipistrelli nei secoli dei secoli (i virus convivono da 65 milioni di anni con i mammiferi volanti, mentre gli umani si aggirano per il pianeta da 200 millenni o poco più), si era ricombinato geneticamente e poi era transitato, forse passando per una specie intermedia o forse direttamente, in Homo sapiens.

Fare il salto di specie è il sogno di ogni virus, perché è un parassita obbligato e tracimare in un altro animale è come colonizzare una nuova nicchia ecologica, ricchissima e vergine, come irrompere in una meravigliosa e sterminata prateria di otto miliardi di potenziali ospiti e vettori. Il sogno dei sogni di ogni virus poi, il non plus ultra del loro imperativo darwiniano, è fare il salto di specie e capitare proprio in un mammifero di grossa taglia estremamente mobile, sociale, ammassato per lo più in città, appassionato di voli intercontinentali e improvvidamente avvezzo a tagliare le foreste in cui vivono gli animali portatori dei virus.

Quindi la pandemia aveva avuto una sua logica precisa, le sue cause remote, ecologiche ed evolutive, descritte puntualmente dalla scienza e totalmente ignorate da chi avrebbe dovuto predisporre misure preventive. Ma si sa che la mente di Homo sapiens ha grosse difficoltà con la prevenzione: non conviene ai politici impegnarsi e spendere risorse affinché qualcosa non succeda. La prevenzione non porta voti alle prossime elezioni, poiché nessuno si accorgerà del peggio evitato. Alcuni economisti eretici avevano in effetti calcolato che la pandemia era costata all’umanità diversi fantatrilioni di dollari, circa mille volte più di quel che sarebbe costata la prevenzione. Ma subito certi altri economisti neoliberisti risposero che andava bene così. Dunque questa pandemia in tempo di scienza non era stata una “calamità naturale”, bensì una calamità umana, sin troppo umana.

Combinato allora questo prevedibile e colossale guaio, e dopo aver esaurito tutto l’inventario di imprecazioni prima contro il castigo divino e poi contro il castigo di Madre Natura – laddove nella mente di molti la seconda è il surrogato del primo, purché sia sempre colpa di un qualcun altro molto vago e lontano – al primate africano auto-proclamatosi sapiens non era restato altro che mettersi affannosamente alla ricerca di nuovi vaccini che andassero bene per la peste virale del 2019. E in effetti in nove mesi li aveva trovati, che a pensarlo prima lo si sarebbe detto impossibile. Se uno studente di microbiologia si fosse azzardato a ipotizzare, fino all’anno precedente, che in nove mesi si sarebbe potuto fare un vaccino contro un virus nuovo, lo avrebbero bocciato con ignominia e salto di appello. Ci vogliono almeno nove anni, non mesi, c’era scritto sui manuali universitari.

Mai prevedere gli esiti della creatività scientifica. Tuttavia, il parto non era stato né semplice né indolore. Grazie al coraggio di alcuni medici cinesi, che erano riusciti ad aggirare le ignobili censure del loro governo, la sequenza genetica del virus era nota al mondo da gennaio. Sei mesi dopo, più di 150 gruppi di ricerca erano al lavoro sui vaccini, tra competizioni e collaborazioni. In piena estate, già una ventina di ritrovati erano pronti per essere sperimentati sugli umani. Nei mesi successivi se ne aggiunsero molti altri, ma la spietata selezione naturale dei test clinici ne sfrondò la gran parte. Tra fine novembre e fine dicembre, i pochi sopravvissuti erano pronti, approvati e alfine somministrati. Una gran corsa.

Com’era riuscito Homo sapiens in questa impresa di sopravvivenza? In primo luogo, riducendo a zero la burocrazia: autorizzazioni concesse in pochi giorni quando di solito richiedevano mesi; alcune fasi della sperimentazione saltate a piè pari per motivi emergenziali; valutazioni in itinere per sveltire i passaggi; volontari disposti altruisticamente a farsi inoculare il virus per mettere alla prova un vaccino o quell’altro; divisioni in sotto-gruppi di pazienti e ogni altra diavoleria statistica per procedere veloci senza perdere per quanto possibile in rigore e oggettività dei risultati. Magnifico, si dirà giustamente, ma con il sottile retropensiero che allora alcune di quelle lungaggini burocratiche si sarebbero potute evitare anche prima e si potrà evitarle anche dopo (ma non succederà).

In secondo luogo, ci vollero tanti soldi, ma proprio tanti, in gran parte pubblici, tutti focalizzati sull’obiettivo. Le imprese coinvolte avevano potuto lavorare assumendosi rischi che non avrebbero mai preso su capitali propri. Avevano le spalle coperte. Così poterono permettersi, per esempio, di mettere in produzione vaccini mentre in parallelo proseguivano le verifiche. Poteva andare male. Per fortuna (dei futuri vaccinandi e delle imprese) andò quasi sempre bene.

E poi ci fu un terzo fattore concomitante, che questa volta non fu la fortuna, ma la sagacia. Ai ricercatori erano venute le idee giuste nei tempi giusti: alcuni modificarono geneticamente, in modo molto preciso, virus animali attenuati, e funzionò; altri ebbero l’idea geniale di usare contro il coronavirus i vaccini a mRNA in fase di sperimentazione per tutt’altre patologie, i tumori. E funzionarono pure quelli: vaccini a RNA contro virus a RNA, la vendetta (finché dura). La scoperta scientifica e tecnologica spesso è così: artigianale, serendipica, un bricolage.

Anche qui però nell’ingenuo narratore sorge un retropensiero. Come sarebbe bello se dopo la peste virale, nell’improbabile evenienza di aver imparato qualche amara lezione, l’umanità applicasse la stessa metodologia (poca burocrazia, tanti finanziamenti mirati, buone idee, continuità di progetto fino al raggiungimento dell’obiettivo) anche per la ricerca sul cancro, o sulle malattie degenerative del sistema nervoso, o sulla mitigazione del riscaldamento climatico. L’esperimento dei vaccini in nove mesi sembrava mostrare che, se si finanziano la ricerca e la conoscenza, i risultati arrivano, anche inaspettati e insperati. Ma non succederà.

Un retropensiero tira l’altro. Le multinazionali coinvolte avevano fatto un gran lavoro organizzativo e una parte dell’umanità era assai riconoscente per questo. Tuttavia, le conoscenze di base che avevano permesso loro di arrivare così rapidamente ai vaccini – dall’editing genetico di ultima generazione agli studi sugli RNA – erano state condotte da Università e centri di ricerca, in gran parte pubblici. Visto che senza quelle preziose informazioni non ci sarebbero mai arrivate, sarebbe stato giusto che quei colossi riconoscessero un qualche piccolo diritto d’autore, che ne so un dividendo sociale, un almeno simbolico gesto di gratitudine da restituire alla ricerca di base. Non succederà.

Dunque in nove mesi trovarono i vaccini contro la peste virale, ma non tutti vissero felici e contenti. Da un certo momento in poi, infatti, la storia si inceppò. Non era venuto in mente a nessuno che vaccini in grado di salvare non una sotto-popolazione malata (e già basterebbe), ma l’umanità intera, dovessero venir considerati un bene comune, data la loro universalità. Parrebbe ovvio, ma non successe. Alcuni scienziati avevano detto fin dall’inizio della peste che gli Stati avrebbero dovuto attrezzarsi per tempo, con laboratori e aziende, al fine di produrre in proprio i vaccini non appena fossero arrivati. Non li aveva ascoltati nessuno e i politici se ne accorsero un anno dopo, troppo tardi. Ogni Paese cercò allora di strappare per sé l’accordo di prelazione e il prezzo più vantaggioso a quell’azienda o a quell’altra, in segreto, lasciando al privato il coltello dalla parte del manico. Nella frenesia, incalzati dagli eventi, concessero persino clausole poco trasparenti e talmente vaghe da poter essere in futuro impugnate facilmente in caso di mancato rispetto delle consegne.

Di fronte alle esili proteste dei pochi rimasti affezionati a giustizia ed eguaglianza, il coro rispose che non c’erano alternative. Le leggi del libero mercato a quel tempo erano considerate leggi di natura, o se preferite leggi divine, non costruzioni umane. Le strozzature, le incertezze e le discriminazioni nella produzione e nella distribuzione dei vaccini furono quindi presentate come inevitabili effetti di uno stato di necessità: l’economia di mercato nella salute. A chi proponeva, per esempio, di garantire alle aziende la media calmierata dei loro guadagni avuti nei dieci anni precedenti ma da quella soglia in poi liberalizzare i vaccini per tutti, fu dato del socialista. A chi proponeva di adottare almeno un sistema di licenze, garantendo i diritti proprietari ma permettendo produzioni libere nei vari Paesi, fu dato del sovversivo.

L’umanità tutta finì dunque per dipendere dalle filiere industriali private di una manciata di fabbriche sparse nel mondo. Le nazioni unite sotto il capestro. Va detto che alcuni Paesi si risparmiarono questa trafila ansiogena, perché nel frattempo avevano plebiscitato presidenti sovranisti, populisti, negatori seriali delle evidenze scientifiche, che avevano preso per mano il loro popolo e lo avevano consegnato al virus. Vi furono qua e là anche filosofi che blaterarono di libertà e di dittature sanitarie, togliendosi la mascherina e con essa l’impiccio di riflettere seriamente su responsabilità, giustizia e libertà.

Su milioni di vaccinati, alcuni morirono nelle ore successive e la mente umana subito trasformò una correlazione temporale in una relazione di causa-effetto. In attesa di vaccini che non arrivavano, o arrivavano a singhiozzo, ogni Stato fece per conto suo, e persino ogni regione dentro gli Stati fece per conto suo. Benché fosse stato presto chiaro che i vaccini, al di là della loro efficacia assoluta, proteggevano al 100% dai sintomi gravi, a nessuno venne in mente che vaccinando al più presto gli anziani e i soggetti più vulnerabili si sarebbe potuto azzerare le morti, riportando un briciolo di serenità nella lotta alla peste virale. Parrebbe ovvio, ma non successe. Furono anzi inventati assurdi criteri di assegnazione, per proteggere non i più deboli, bensì consorterie, massonerie, corporazioni, gilde, associazioni, fazioni, e ogni altra categoria del privilegio. Solo quando l’ingiustizia fu palesemente oscena – con giovani sani e vaccinati in vacanza alle Canarie e anziani senza respiro in terapia intensiva – si decise di correre ai ripari.

Alla fine, in un modo o nell’altro, i Paesi più ricchi, alcuni dei quali si erano accaparrati un numero di dosi di vaccino di gran lunga superiore a quello dei loro cittadini, riuscirono a vaccinare tutta la popolazione e a raggiungere l’immunità di gregge acquisita. Il virus sembrava dileguato. Ma fu proprio in questo frangente che accadde il peggio. In spregio non solo a ogni giustizia, ma anche a ogni razionalità, le istituzioni sovranazionali, che in teoria dovrebbero difendere i diritti universali ma in pratica sono dominate da chi le paga di più, respinsero tutte le richieste di liberalizzazione dei brevetti sui vaccini per i Paesi emergenti e poveri. Questi ultimi, essendo arrivati appunto per ultimi, subirono persino la beffa di dover acquistare i vaccini a prezzi più alti in tutta la prima fase della pandemia.

La strategia era semplice e brutale: prima ci vacciniamo noi che abbiamo i mezzi, poi magnanimamente e paternalisticamente li regaleremo, forse, a voi straccioni, che così dipenderete in eterno da noi. Alcuni scienziati, i soliti visionari buontemponi, proposero di realizzare vaccini termo-resistenti, cioè che non avessero bisogno di costose attrezzature di conservazione al freddo e potessero essere distribuiti nei Paesi tropicali ed equatoriali. Non li ascoltò nessuno. La cecità era tale che per settimane in Occidente si discusse del fatto che alcuni vaccini erano prodotti in India, a causa del costo del lavoro molto più basso, e tardavano ad arrivare al cliente, impaziente e abbiente, che li aveva comprati. Nessuno si fece una semplice e ovvia domanda: ma in quanti sono vaccinati, intanto, in India?

Il virus fa i salti di specie e non i salti di gioia, ma se potesse qui li farebbe di sicuro. Non gli parve vero di aver infettato una specie tanto stupida. Che fosse disinteressata alla biodiversità e a quei dannati pipistrelli lo sapeva, ma che ora si dimenticasse dell’altra metà dell’umanità non poteva sperarlo. Ricominciò quindi di gran lena a fare il suo mestiere. Nei più di cento Paesi al mondo in cui i vaccini non erano neppure arrivati, tornò a diffondersi, ad amplificarsi, a mutare, a diversificarsi in versioni più contagiose o più virulente. Accumulò così tante variazioni genetiche che una parte di esse, alla roulette del caso, imbroccò proprio il numero giusto, quello che le rendeva resistenti ai vaccini. Poté farlo indisturbato perché tanto, finché le varianti mietevano i diseredati e le piste da sci riaprivano, il terribile virus non finiva più nei telegiornali.

E così fu inevitabile che un certo giorno d’inverno, nell’attesa indefinita che noi andassimo ad aiutarli a casa loro, fu lui, il virus, che si risolse di venire ad aiutarci a casa nostra. Gli bastò infettare un uomo d’affari che aveva appena concluso un accordo con l’emissario di una milizia terroristica per la vendita di contrabbando di una partita di coltan per i telefonini, poi un turista sprovveduto che dormiva in un lodge a mille euro per notte e infine il rampollo di un politico locale corrotto. Tutti e tre, ciascuno inconsapevole portatore di una nuova variante, presero l’aereo lo stesso giorno e atterrarono in tre capitali del mondo ricco che si credeva anche furbo.

Fu così che la brutta favola ricominciò. La scienza serve a poco in un mondo senza giustizia. In nove mesi, come una gravidanza, avevano trovato i vaccini contro la peste virale che affliggeva l’umanità. Ma non vissero tutti felici e contenti.

 



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