Una storia globale della scienza

In questi giorni la casa editrice Einaudi ha presentato ai lettori l’ultimo libro dello storico della scienza James Poskett, che destruttura il falso mito in base al quale l’accelerazione tecnico-scientifica, su cui si fondano le società sviluppate, sia un derivato esclusivo della cultura occidentale.

Giovanni Cogliandro e Carlo Scognamiglio

La campagna elettorale estiva sembra voler mettere sul tappeto molti temi, di certo meritevoli di attenzione, comunque agitati nelle proposte di programma o in semplici dichiarazioni di posizionamento. Comparando questa corsa al voto con quelle degli anni precedenti, affiora una questione raramente illuminata dalle opinioni dei partiti: dopo l’esperienza pandemica, infatti, s’impone con prepotenza, nella tribuna politica, il tema della “scienza”, della sua credibilità o dei suoi antagonisti, con un nuovo interesse dell’elettorato italiano per questioni non trascurabili, che hanno a che fare con la funzione sociale della competenza, ma anche con il sottile equilibro tra democrazia e tecnocrazia. Certamente i termini del confronto non appaiono, finora, troppo articolati, e si annodano intorno a pulsioni complottiste o ad acritiche apologie dei camici bianchi.

Proprio in questi giorni la casa editrice Einaudi ha presentato ai lettori l’ultimo libro dello storico della scienza James Poskett (Orizzonti. Una storia globale della scienza), con lo scopo di destrutturare il falso mito in base al quale l’accelerazione tecnico-scientifica, su cui si fondano le società sviluppate, sia un derivato esclusivo della cultura occidentale. Si può ben dimostrare, infatti, che l’origine delle rivoluzioni scientifiche della modernità è chiaramente multietnica, ed è emersa con l’inizio del colonialismo, dunque con una più intensa ed economicamente vivace attività di scambio globale. Alcune acquisizioni decisive, tra l’altro, provengono chiaramente da culture extra-europee, e solo una ricostruzione etnocentrica caratterizzata da mal celato razzismo ha portato a disconoscere la natura multietnica e multiculturale della storia della scienza. Vale la pena qui riportare qualche esempio. Con ricostruzione puntuale e accattivante, Poskett ripercorre l’accumulazione delle conoscenze mediche dei nativi americani, degli schiavi africani o di antichi libri cinesi, con classificazioni organizzate e ben strutturate (in epoche ben precedenti al metodo baconiano), poi rivestite e riproposte nelle sintesi occidentali. L’autore ci porta nell’Osservatorio di Samarcanda e in quello di Timbuctu, rievocando le critiche al sistema tolemaico già emerse nel 1098, con l’opera di Ibn-Hython, “Dubbi su Tolomeo”, poi sviluppatesi in una letteratura scientifica di lingua araba nei secoli successivi, per finire tra le mani di Copernico, che certamente ne trasse molti benefici.

L’espansionismo europeo ha dunque consentito una prima messa in discussione dell’aristotelismo: scoprire la tollerabilità della temperatura equatoriale, imbattersi in piante e animali sconosciute a Plinio e ad Aristotele, sollecitò nel sacerdote spagnolo José de Acosta, e poi in molti altri esploratori a lui contemporanei, il primo vero rifiuto del principio di autorità. Costretto dall’esperienza, il patrimonio conoscitivo occidentale fu rivoluzionato e modificato – mediante innesto – da conoscenze mediche, biologiche e geografiche accumulate per generazioni dalle popolazioni indigene. A ogni latitudine, i sistemi di navigazione dei popoli colonizzati prestarono agli europei un campionario di conoscenze astronomiche e sistemi di orientamento ben integrabili con quelli occidentali, e ci fu una vera e propria partecipazione inconsapevole degli oppressi alla rivoluzione della fisica moderna. Le conoscenze astrali degli Inca furono cruciali per dare elementi concreti ai calcoli newtoniani e arrivare alla misurazione della distanza tra Terra e Sole. Come scrisse Voltaire, «senza il viaggio e gli esperimenti di coloro che furono inviati da Luigi XV […] Newton non avrebbe mai potuto fare le sue scoperte sull’attrazione».

L’accelerazione tecnologica otto-novecentesca va letta invece, secondo Poskett, come elemento accessorio del nazionalismo e dell’imperialismo, nell’ottica della costruzione di potenziali bellici sempre più distruttivi. In tale quadro si innestano anche le storie di riscatto post-coloniali, su cui si stagliano personalità come quella del fisico indiano Bose (da cui la denominazione dei “bosoni”), o di quella del primo osservatore del positrone, il cinese Zhao Zengyao.

Se da un lato la storia globale della scienza ci restituisce un’istanza cosmopolita che dovrebbe far riflettere sulla dimensione soffocante di posizioni radicalmente identitarie, dall’altro non ci deve sfuggire la delicatezza del rapporto tra scienza e potere politico-economico: esempio contemporaneo è la ricerca, sospinta in particolar modo da alcuni Stati, nel campo delle intelligenze artificiali, con evidenti finalità di controllo sociale.

Ma torniamo al rapporto tra scienza e contaminazione interculturale: intersecare tali ingredienti in un quadro politico richiede una pur breve interrogazione sul paradigma normativo al quale si ispira la nostra architettura sociale. Proviamo dunque a capire se il modello di costruzione del sapere scientifico suggerito da Poskett possa avere una sua solidità all’interno di una parte della nostra tradizione filosofica.

Punto di partenza del liberalismo politico, secondo il consensus di molti filosofi è la normatività, il dover essere che quindi si configura come la cifra caratteristica della politica occidentale; il liberalismo, specialmente nelle sue più recenti rielaborazioni perfezionista o antiperfezionista considera la società come un mosaico composto di soggetti che alternano diverse forme di agire orientato alla condivisione di un’ideale di giustizia regolativa, in alcuni casi alla ricerca di una forma di perfezionamento della persona sostenibile da parte delle istituzioni e del legislatore statale, in altri casi rifiutando recisamente una tale possibilità. In particolare nella declinazione perfezionista del liberalismo è possibile vedere una intersezione tra aspirazione e realismo, per come recentemente è stato trattato da Matthew Kramer, che instaura una contrapposizione tra perfezionismo edificatorio e perfezionismo aspirazionale, sulla quale non possiamo soffermarci in questa sede (si veda M. Kramer, Liberalism with Excellence, Oxford University Press 2017)[1].

David Estlund (Utopophobia: On the Limits (If Any) of Political Philosophy, Princeton University Press, 2019) insiste sul fatto che il tipo di conoscenza implicato da una teoria ideale della giustizia nella società non richiede il pieno successo politico della teoria stessa. Estlund si impegna in un serrato confronto critico con la filosofia politica tradizionale e contemporanea che vede nei suoi rappresentanti più influenti la presupposizione che una convincente teoria della giustizia abbia il compito prioritario e definitivo di fornire una guida pratica verso una maggiore giustizia sociale: un tema di scottante attualità oggi che le diverse forme di diseguaglianza e di inclusione mutilata di culture, soggetti e collettività altre sembrano irrimediabilmente portate ad amplificarsi, a cominciare dall’accesso alle cure fino alla qualità dell’istruzione come chance di conseguire una soddisfacente garanzia di poter sviluppare le proprie capabilities.

Il noto paradigma delle capabilities, proposto da Martha Nussbaum ma soprattutto da Amartya Sen, potrebbe essere concretizzato con un cambio di paradigma normativo con l’apporto degli argomenti e delle istanze supportate da Poskett in merito al riconoscimento di una metodologia conoscitiva per accumulazione delle conoscenze dei popoli nativi americani, africani o asiatici, organizzata per classificazioni organizzate e strutturate in modi diversi da quelli ai quali siamo abituati. Il paradigma delle capabilities, nato in contesto liberale per rettificare l’ideale di giustizia di Rawls, che a parere di Sen è troppo astratto, ci sembra assimilabile all’intuizione in merito all’accumulazione delle conoscenze elaborata diffusamente da Poskett nel suo testo. Sen e Nussbaum nei loro lavori svolgono frequenti rimandi e riferimenti alle economie non capitaliste in contesti tradizionali, in particolare indiani e africani, per suffragare la teoria delle capabilities come declinazione politica della fioritura della persona umana, riteniamo che quindi potrebbe essere affiancata al discorso di Poskett come ulteriore prova della validità del suo paradigma alternativo.

Si può osservare – a margine del sintetico ragionamento che abbiamo svolto – che invece di balbettare in modo incongruo sul rispetto della competenza scientifica tout court, o spaventare tutti con gli spettri del complotto, alle forze politiche andrebbe chiesto di esplicitare in quale maniera, e in che senso, intendono sostenere il ruolo promozionale della scienza nella società, come connetterlo con la concretizzazione della fioritura delle persone o lo sviluppo delle capabilities dei propri cittadini delle diverse classi sociali, in un contesto in cui la forbice tra ricchi e poveri si amplia indecorosamente, poiché evidentemente la comunità scientifica internazionale, pur rappresentando un esempio di collaborazione globale, vive di finanziamenti e rapporti di potere, e non è mai (né ora, né in passato) un soggetto neutro.

[1] Nelle sue diverse declinazioni il liberalismo ha cercato dei meccanismi giuridici e plasmato delle convinzioni in tema di giustizia distributiva che consentono di fare a meno delle buone o cattive inclinazioni e delle virtù dei singoli, in particolare sterilizzando la necessità di una condivisa centralità della felicità e della fioritura della persona.



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