La stella e la balena (e i gestori della lavanderia): l’immaginario americano all’epoca della grande crisi

I principali film candidati all’oscar (e premiati), ossia Everything Everywhere At All Once, The Whale e Tár raffigurano il momento di incertezze e difficoltà in cui versano società e cultura americane

Flavio De Bernardinis

Fresco dell’oscar assegnato a Brendan Fraser, quale miglior attore protagonista (e ai creatori del make-up che lo ha ingrassato), The Whale sembra una efficace rappresentazione dello stato attuale della psiche collettiva americana.
La storia che il film racconta è tratta dal dramma teatrale omonimo di Samuel D.Hunter, andato in scena nel 2012. Il regista Darren Aronofsky (Il cigno nero, Mother!), su sceneggiatura dello stesso Hunter, ha diretto adesso la versione cinematografica, progetto che pare inseguisse da dieci anni.

Brendan Fraser, ingrassato artificialmente grazie a un trucco che lo appesantisce fino ai 200 kg, interpreta Charlie, un docente di letteratura il quale, a causa del peso accumulato, non riesce a uscire di casa. Ha una moglie e una figlia, che tuttavia ha abbandonato da tempo, perché innamorato di un suo allievo, ormai scomparso.
Durante l’arco di una settimana si avvicendano in casa di Charlie diversi personaggi: Liz, l’infermiera asiatica che lo accudisce gratis, Thomas, un giovane predicatore, la stessa figlia Ellie, inviperita nei suoi confronti, la moglie Mary, alcolizzata. Sarà una settimana risolutiva per sé, e i rapporti con questi personaggi.

Senza indulgere in ulteriori dettagli sulla trama, colpisce la performance artistica di Brendan Fraser, giustamente premiato con l’oscar, caricato del peso di un enorme quantità di trucco prostetico, tanto che il titolo sembra certamente appropriato, la balena, titolo che tuttavia rimanda anche al Moby Dick di Melville, nel film ripetutamente, e significativamente, citato nel film.
La balena bianca melvilliana, di cui il personaggio Charlie mantiene sia l’aspetto mastodontico che i riflessi umidi e biancastri, come è noto, ha prodotto una fioritura di interpretazioni, simile al monolito nero del 2001 di Kubrick, tanto che è risultato utile, infine, classificarla come l’immagine stessa del Mistero: “più si indaga sulla balena e più si scoprono solo misteri” (Nemi d’Agostino).

Ebbene, in The Whale, il Mistero versa in crisi profonda: Charlie altro non è che un Mistero ormai spiaggiato, carcassa sudicia e fetida in fase di decomposizione. È il primo dato, la consunzione, sulla condizione dell’immaginario americano oggi.
Tra le possibili figure del Mistero, innanzitutto, spicca quella della Frontiera: la caccia a Moby Dick nelle acque dell’oceano è la rincorsa permanente alla linea della Frontiera, di cui la cultura americana non può fare assolutamente a meno. Oggi, invece, la Frontiera è una massa di 200 Kg che non conosce alcuna mobilità.

Quindi, sempre in Melville, il sentimento di colpa protestante unito allo spirito d’avventura tipico del Romanticismo: la Balena è così la Punizione, ma la nave che le dà la caccia è anche il sentimento dello spirito umano che accetta di confrontarsi con l’Abisso. Adesso, chiuso nell’appartamento da cui è impossibile uscire, stiva di una imbarcazione cadente tirata a secco, la balena contemporanea soffoca nella Punizione, tentando affannosamente di assegnare alla sofferenza un senso poetico (come accade precisamente nelle scene del film in cui il protagonista disserta di letteratura).

Infine, per forza, la Divinità. Moby Dick è il mostro biblico strumento di un dio padre terribile, e per estensione metonimica questo stesso Dio, che dona agli uomini il Nuovo Mondo, Bibbia alla mano, ma chiede il conto di tale magnifico e terribile regalo. Nel secolo XXI, con il Nuovo Mondo ormai visibilmente invecchiato, la Divinità si è appesantita di ogni gravame terreno. Dio è tirato a secco, facendo tutt’uno con il mostro di cui si era servito. L’amore offerto, reso e rifiutato, sia nei confronti di moglie e figlia che con il compagno scomparso, scopre il vuoto irrimediabile, da riempire soltanto con il cibo del benessere capitalistico, ossia pizza merendine e popcorn.

Il film si svolge interamente nell’appartamento di Charlie, camera stagna, gabbia di uno zoo (come la stanza settecentesca in cui era rinchiuso l’astronauta di 2001, ancora) che assicura il cibo ma sottrae lo spazio vitale, e l’aria che ne costituisce il fermento.
I visitatori dello zoo sono altrettante figure alla deriva della psiche collettiva americana: il giovane Thomas, che predica la Fine del Mondo, è un bambino sperduto che nessun Peter Pan potrà consolare; l’infermiera Liz è l’immigrata asiatica quale dolce ma possessivo angelo della Morte; la moglie Mary è una depressa che accusa Charlie di averla sposata solo perché egli, omosessuale, potesse diventare padre; e infine la figlia, Ellie, che sbatte la propria rabbia in faccia a chiunque. Tutti inginocchiati davanti a Charlie, posando la guancia su di lui, sul dio/Balena ormai spiaggiato, totem innalzato al nulla. L’amore, quello vero, ossia l’ex allievo Alan, intanto, non c’è più.

Anche per Lydia Tar, nell’altro film candidato all’oscar, Tár, interpretata da una Cate Blanchett che avrebbe meritato la statuetta più di tutte, l’amore vero non c’è più. Krista, infatti, si è suicidata, come Alan in The Whale, e anche per Tár l’unico affetto stabile è la figlia Petra, di cui lei è il “Padre”, proprio come Charlie.
Entrambi esclusi dalle comunità artistiche che dirigono, Tár dalla sua orchestra, di cui era “Maestro”, e Charlie dalla chat di aspiranti scrittori, di cui era “Instructor”. Divinità dismesse, fuori tempo.

Come Charlie, Tár è parimenti un “mostro”, intellettuale ed artista, a vocazione pedagogica con i giovani, ed entrambi omosessuali. Entrambi vogliono occupare il centro, il podio di direttrice d’orchestra lei, e la finestra centrale della chat in cui Charlie dà lezioni di scrittura creativa lui, ed entrambi affondano al centro di sé stessi, e di quel mondo che si sono costruiti intorno.
“Devi stare di fronte al pubblico e a Dio”, dice Tár allo studente che rifiuta di eseguire brani di alcuni compositori a causa del genere sessuale e la religione del compositore stesso. L’invito è la sublimazione della propria identità, esercizio che pone faccia a faccia con la Divinità stessa, diventando così simili a Dio. Uno dei significati del nome Tara, qui abbreviato in Tár, è infatti stella.

Tara, fra l’altro, è il nome della tenuta di Rossella O’Hara in Via col vento, il paradiso in terra che resiste all’inferno della Storia, la guerra di secessione. E Tár, personaggio, è una manipolatrice manipolata, esattamente come Rossella, ma, stavolta a differenza di Rossella, deve abbandonare infine la Casa.
La Stella e la Balena, detriti e residui dei grandi romanzi Moby Dick e Via col vento, così, ennesima versione degli angeli caduti della cultura americana, restando al cinema, dal Travis di Robert De Niro in Taxi driver fino al Michael Keaton di Birdman, attestano la fine di ogni possibile Frontiera e la perdita definitiva di ogni Giardino dell’Eden. Come la Storia americana contemporanea conferma dolorosamente.

Il film trionfatore, Everything Everywhere At All Once, invece, ha potuto effettivamente, e ideologicamente (come sempre, in Hollywood), trionfare perché l’unico che ancora prenda davvero in considerazione il Sogno Americano, come dichiarato esplicitamente dall’interprete maschile durante la cerimonia di premiazione agli Oscar.
Ma è una considerazione soltanto simulata.
L’esperienza di vivere in dozzine di universi paralleli nello stesso istante, universi che costituiscono altrettanti presunti appagamenti del desiderio dei personaggi, sembra la “Seconda Possibilità”, ossia la “Venticinquesima Ora” del Sogno Americano.

Il film è tuttavia un frullato di seconde, terze, quarte, fino a centomila “Seconde possibilità”, che si comprimono nello stesso istante, costituendo una fonte inesauribile di promesse che è difficile stabilire se verranno mai mantenute. Gli immigrati asiatici che gestiscono una lavanderia, la classica lavanderia cinese, esaltano il Sogno Americano e nello stesso tempo lo centrifugano.
Se Tár, la Stella, e Charlie, la Balena, sprofondano al centro di quella scena che si sono illusoriamente attrezzati, ossia la musica e la letteratura, la famiglia borghese e l’amore romantico, i protagonisti asiatici adesso centrifugano ogni possibile e immaginabile scena, attraverso un lavaggio permanente, irrefrenabile e infinito, di una Seconda Possibilità che non lascia ormai margini di ripensamento alcuno.
La 25esima ora con cui l’America ha fatto sognare il Mondo, è ridotta a puro e semplice sogno. Che per ora non si realizzerà mai.

 

Oscar 2023, leggi anche “Gli spiriti dell’isola: guerra e pace sono energie senza ragione



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