L’Osservatore Romano censura il direttore di MicroMega

Il quotidiano della Santa Sede chiede (con insistenza) un'intervista a Paolo Flores d’Arcais sul tema del multilateralismo ma non la pubblica. Cronaca di una censura (seguita dal testo).

Paolo Flores d'Arcais

Stimato dottor Monda,
mercoledì 27 gennaio, alle ore alle ore 15,10, all’indirizzo di posta elettronica redazione@micromega.net giungeva il seguente messaggio:

Oggetto: L’Osservatore Romano. Richiesta di intervista. Mittente: davide.dionisi@spc.va.
Testo: “Buon pomeriggio. Mi chiamo Davide Dionisi e sono un giornalista de L’Osservatore Romano. Sabato dedicheremo il nostro primo piano al Multilateralismo. Vorrei rivolgere alcune domande al Direttore alle quali, se è disponibile, potrà rispondere per iscritto. Le allego. Grazie
La pandemia ha dimostrato che per superare una crisi di portata globale serve puntare alla cooperazione internazionale. Come valuta quanto è stato fatto fino ad oggi?
In questo scenario sono emersi tutti i limiti della globalizzazione. Quale è stato il ruolo dell’approccio multilaterale nei confronti dello scenario inedito emerso all’indomani della diffusione del Covid?
Non sempre si è riusciti ad individuare un terreno comune sulle problematiche emerse. Eppure è in gioco la salute dell’uomo…
Non pensa che da questa drammatica esperienza è necessario riorganizzare il multilateralismo perché, così come strutturato, non riesce a rispondere efficacemente alle sfide dei nostri tempi?
L’attuale crisi sanitaria avrà inevitabili conseguenze anche sul piano politico, economico e sociale. Quanto inciderà sul sistema di cooperazione internazionale?”.

Giovedì 28 gennaio alle ore 12,08 telefonavo a Davide Dionisi, che esclamava come fosse un onore essere chiamato, e alla mia domanda di capire meglio di cosa si trattasse, quale fosse il contesto, e naturalmente l’ampiezza prevista, mi diceva che avevo 6000-6500 caratteri compresi gli spazi, che non avrebbe assolutamente toccato nulla, che ne aveva parlato col direttore che gli aveva detto che andava benissimo e di procedere per l’autorevolezza della persona chiamata in causa (grazie, troppo buono). Dionisi ribadiva che avrei potuto rispondere per iscritto, cosa che accettavo. Alla mia piacevole sorpresa per uno spazio superiore a quello di molte interviste su molti giornali, Dionisi esclamava che il mio intervento meritava molto di più. Gli spiegavo che sarei stato molto critico sul concetto stesso di multilateralismo (anticipando nella sostanza le risposte che poi ho scritto). Gli chiedevo per quando aveva bisogno del testo, e con mia sorpresa mi diceva che dovendo uscire il giorno dopo ne aveva bisogno entro sera, e che sarebbe uscito affiancato da analoga intervista che un suo collega stava facendo a un esponente dell’Ispi, se ho capito bene la sigla.

Dionisi mi mandava poi un messaggino per comunicarmi che l’uscita con i due testi era stata rimandata a lunedì 31 gennaio. Domenica 30 gennaio alle ore 12,42 mandavo a Dionisi la seguente mail: “Caro Dionisi, le mando il testo tra poco. Mi ha detto che uscirete domani, qual è l’ora ultima di oggi per mandare i testi?”. Alle 12,52 mi rispondeva: “Buon giorno Direttore. Entro domani mattina. La prima riunione si tiene alle 9.00. Se riuscisse in giornata, sarebbe ideale. La ringrazio e le auguro buona domenica”. Alle 19,27 mandavo perciò l’intervista come allegato. Alle 19,54 Dionisi mi rispondeva così: “Gent.mo Direttore, La ringrazio per la sua testimonianza che, sono certo, sarà apprezzata non solo dagli addetti ai lavori. Non toccherò una virgola. Per due ragioni: l’autorevolezza dell’interlocutore e il rispetto del pensiero altrui. Ho scelto di fare il cronista anche per questo. Domani le invierò il pdf del giornale. Per quello so che fare, conti su di me. A domani. Davide”.

Poiché alcuni minuti dopo (20,01) mandava un messaggino: “Ovviamente, come succede in ogni redazione, verrà preventivamente letta dal Direttore. Il mio placet è subordinato alla decisione finale di chi guida la testata. Grazie ancora”, rispondevo: “Ovviamente. Ma il direttore conosce certamente quello che penso e scrivo da decenni e non l’avrebbe autorizzata a farmi l’intervista per poi censurarla. A proposito, mi può mandare la mail di Monda in modo che domani possa ringraziarlo personalmente?”.

Cosa che Dionisi faceva immediatamente.
Il giorno dopo purtroppo non ho potuto ringraziarla, poiché non ricevevo alcun pdf.
Infine la mattina di mercoledì 2 febbraio, alle 9,38, Dionisi mi comunicava che il direttore aveva deciso di non pubblicarlo.

Non le chiederò di darmi le ragioni di tale non pubblicazione, non voglio indurla in tentazione rispetto all’ottavo comandamento, ho avuto troppe occasioni per constatare quanto in ambito cattolico sia rarissima l’ottemperanza al versetto del Vangelo che riporta il tassativo ordine di Gesù: Il tuo dire sia sì sì, no no, perché il di più viene dal maligno (Mt 5,37).

Trovo curioso, e forse irrispettoso del lavoro altrui (in pratica mi è stato chiesto di scrivere l’equivalente di un articolo), che si insista con una persona, di cui si conoscono perfettamente le opinioni, e che ha perfino “recitato” quello che avrebbe risposto alle varie domande, perché accetti di comparire sulle pagine di un giornale (e non un giornaletto qualunque, il quotidiano del Papa), per poi non pubblicarlo. Senza nemmeno sentire il bisogno (ma questo non riguarda più la professionalità, bensì una elementare urbanità) di fare personalmente una telefonata di scuse.

Se avessi chiesto per MicroMega, tramite un redattore, un’intervista, poniamo, al cardinal Ruini, che senso avrebbe avuto poi non pubblicarla, visto che avrei saputo perfettamente cosa aspettarmi da un suo testo?

Con curiosità,
mi creda, Suo
Paolo Flores d’Arcais

L’INTERVISTA A PAOLO FLORES D’ARCAIS CENSURATA DALL’OSSERVATORE ROMANO

La pandemia ha dimostrato che per superare una crisi di portata globale serve puntare alla cooperazione internazionale. Come valuta quanto è stato fatto fino ad oggi?
La pandemia globale, nella quale continuiamo a essere immersi, ha evidenziato come la cooperazione internazionale sia oggi poca cosa. L’Organizzazione Mondiale della Sanità è stata latitante se non peggio, a ulteriore dimostrazione di come nelle agenzie Onu sempre più domini la diplomazia dei rapporti di forza, che della cooperazione internazionale è l’antitesi. Ancora non sappiamo l’origine del virus, il governo cinese è stato un modello di non-trasparenza, anche qui agli antipodi della cooperazione. I governi occidentali non sono stati capaci di imporre alle multinazionali farmaceutiche, che hanno già fatto profitti faraonici con i vaccini, la concessione gratuita del brevetto per tutti i paesi poveri. L’Europa non ha realizzato un efficace coordinamento per le politiche di contrasto al Covid, ogni paese per sé, e in una fase addirittura l’uno a “rubare” le dosi di vaccino agli altri. Solo la comunità scientifica ha dimostrato un vero spirito di collaborazione, ciascuno mettendo a disposizione degli altri in tempo reale ogni risultato di ricerca.

In questo scenario sono emersi tutti i limiti della globalizzazione. Quale è stato il ruolo dell’approccio multilaterale nei confronti dello scenario inedito emerso all’indomani della diffusione del Covid?
L’approccio multilaterale è per definizione una modalità di relazioni internazionali fondata sui rapporti di forza tra gli Stati, non su alcuni principi e valori universalmente accettati. Nella pandemia tutto ciò è stato confermato nel modo più visibile e sfacciato. Non solo ogni paese si è mosso il più delle volte in modo conflittuale e competitivo, secondo gli interessi dei rispettivi governi, ma ciascuno di essi nella pandemia ha rivelato ulteriormente la propria natura. La Cina di Xi Jinping ha potuto imporre ai suo cittadini qualsiasi misura, la Russia di Putin quasi, gli Usa con Trump hanno delirato di menzogne antiscientifiche, con Biden provano un ritorno di ragionevolezza, Bolsonaro ha condannato a morte decine di migliaia di concittadini col suo negazionismo quasi golpista, ma migliaia sono i morti che si sarebbero evitati se i governi europei di democrazia parlamentare (per quanto sfigurata e svuotata) non avessero come stella polare solo sondaggi e risultati elettorali.

Non sempre si è riusciti ad individuare un terreno comune sulle problematiche emerse. Eppure è in gioco la salute dell’uomo…
L’Uomo non esiste, purtroppo. Come non esiste l’Interesse generale o il Bene Comune. Esistono otto miliardi di persone appartenenti alla specie zoologica Homo sapiens, diversissimi per interessi, potere, valori, conoscenze. Il problema è dunque quello delle forme di convivenza, e dei diritti che ogni singolo si vedrà garantiti nelle diverse tipologie politiche istituzionali. In una democrazia che approssimi quanto promette, la sanità dovrebbe essere pubblica ed eguale, e avere priorità di investimenti, mentre le politiche liberiste l’hanno umiliata e impoverita. Lo stesso vale per la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico, un effettivo diritto al lavoro, con un salario in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa … Come vede sto saccheggiando dalla Costituzione italiana, non realizzata e assai poco approssimata, ahimè. Ma sulla “salute dell’uomo” temo che lei già non sarebbe d’accordo con me: la donna ha diritto di interrompere la gravidanza non desiderata, e donne e uomini hanno diritto a porre fine alla tortura, se ritengono che a questa sia ormai ridotta la propria “vita”.

Non pensa che da questa drammatica esperienza è necessario riorganizzare il multilateralismo perché, così come strutturato, non riesce a rispondere efficacemente alle sfide dei nostri tempi?
Non credo che il multilateralismo sia un valore in sé. Un mondo dominato da dieci Stati, totalitari e/o teocratici non mi sembrerebbe un progresso rispetto a un mondo (ipotetico) a egemonia di una sola potenza, ma coerentemente democratica. Quali sono le sfide dei nostri tempi? Per me innanzitutto il crescere delle diseguaglianze anziché il tendere all’eguaglianza, all’interno di ogni Stato e fra di loro. E la mancanza dei diritti democratici di cui ho parlato prima, per la maggioranza della popolazione mondiale, o il loro restringersi quando esistenti. E il rifiuto da parte dei governi – pur con diverse responsabilità – di una politica ecologica che eviti la catastrofe già in atto, politica possibile solo in un quadro di grande redistribuzione. Il multilateralismo più pieno, di tutti, insomma un governo dell’Onu, a me farebbe paura: ad esempio il Consiglio per i diritti umani diretto da un rappresentante saudita, nel cui paese si praticano lapidazioni di adultere e impiccagioni di omosessuali e atei.

L’attuale crisi sanitaria avrà inevitabili conseguenze anche sul piano politico, economico e sociale. Quanto inciderà sul sistema di cooperazione internazionale?
Le conseguenze prevedibili, che abbiamo potuto già osservare in questi due anni, sono raccapriccianti: hybris di diseguaglianze, sotto tutti profili. Perciò, solo il moltiplicarsi delle lotte per una democrazia presa sul serio, radicale, intransigente per giustizia-e-libertà, egualitaria e illuminista, può salvarci. La promessa della Rivoluzione francese – libertà > eguaglianza > fratellanza – e ancor prima di quella americana – l’eguale diritto al perseguimento della felicità – restano l’unico orizzonte possibile se si vuole evitare una nuova epoca di barbarie. I segni di speranza vengono da molte Ong e da alcune lotte: gli ospedali di Emergency o l’elezione di Gabriel Boric a presidente del Cile valgono più di grandi successi diplomatici.



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