Ottimismo per la sinistra, pessimismo per la democrazia

Nonostante i tempi, con sempre più partiti di destra al potere, la sinistra sopravvivrà. È la democrazia che si deve preoccupare.

Mauro Barberis

In Friuli-Venezia Giulia è andata come tutti si aspettavano, dopo le politiche di settembre e le regionali in Lazio e Lombardia: anzi, direi che il copione è stato esattamente lo stesso. Da un lato, cala l’affluenza, al 45%, nonostante il voto su due giorni. D’altro lato, vince a valanga la destra, con Fedriga riconfermato presidente dal 64% dei votanti: quindi, volendo essere pignoli, dal 64% del 45%. Fate voi i conti, ma è inutile aggiungere da che parte è stata l’astensione: in una regione che sino a cinque anni fa eleggeva Deborah Serracchiani, paracadutata dal Pd, non s’è verificato alcun effetto Schlein, ed è continuato il trend nazionale e, per molti, anche internazionale.

A questo punto, infatti, scattano subito tutti i luoghi comuni sulla crisi globale della sinistra, ampiamente rappresentati dal primo numero 2023 del trimestrale “il Mulino”, già sinistramente intitolato “Che ne è della sinistra?”. Secondo questi stereotipi più vecchi della democrazia stessa, il mondo va a destra. Ci vanno i paesi dell’Est Europa, e ora anche la Finlandia, che oppongono il proprio nazionalismo al nazionalismo russo. Ci vanno la Russia di Putin, la Cina di Xi, l’India di Modi, l’Iran di Kamenei. Eccezioni: gli Usa di Biden, non si sa se grazie o nonostante il processo a Trump, il Regno Unito del laburista moderato Starmer, la penisola iberica, l’America latina da Lula in giù…

E se provassimo a uscire dai luoghi comuni? Quando si dice che il mondo va a destra, anche nei paesi dove c’è una maggioranza di sinistra, come Usa, Regno Unito, Brasile, si pensa soprattutto alle fortune di leader populisti o sovranisti come Trump, Johnson, Bolsonaro. Figuri impresentabili solo trent’anni fa, quando Berlusconi ha sdoganato la telecrazia, e quando la sinistra dei vari Blair, Clinton e, con vent’anni di ritardo, Renzi, ha imboccato la Terza via, puntando sulla classe media urbana e istruita e abbandonando al loro destino i lavoratori delle periferie e delle campagne.

Ora, se è questo che s’intende per “andare a destra”, forse bisogna cambiare diagnosi e prognosi. Partiamo dall’Italia e dallo stesso Friuli. Dai sondaggi il nostro paese appare spaccato a metà, come una mela; solo due settimane fa, grazie all’effetto Schlein, che poi si riduce al recupero di un po’ di astenuti alle politiche, la metà “di sinistra” ha persino occasionalmente superato la metà “di destra”: 47% a 45%. Ma a fare la differenza sono quanto gli uni e gli altri tengono al potere e come sanno usare la comunicazione. Ed è qui il vero vantaggio della destra, che alle elezioni va unita e parla alla pancia dell’elettorato.

A seconda della capacità di usare il potere e di comunicare, vince chi riesce a mobilitare i propri elettori e perde chi non ci riesce: indipendentemente da destra e sinistra, ridotte a semplici etichette. In un mondo allo stesso tempo de-politicizzato e polarizzato, in cui la politica è divenuta una seccatura e gli elettori residui si mobilitano solo su pochi temi concreti – lavoro, sanità, fisco, in parte l’istruzione, non i diritti e l’ambiente, che noi liberali di sinistra consideriamo i più importanti di tutti – la diagnosi/prognosi può essere solo double face: ottimistica per la sinistra e pessimistica per la democrazia.

La sinistra certamente sopravviverà sotto altre etichette, magari riunendo abbastanza minoranze da fare una maggioranza, e dove troverà leader più bravi vincerà pure. A erodersi ogni giorno che passa, invece, sono le stesse istituzioni democratiche, esposte dall’interno alla sfida del populismo e dall’esterno all’attacco delle autocrazie. Parlo delle istituzioni liberaldemocratiche occidentali, naturalmente, perché con tutti gli sforzi non riesco a immaginarne altre che meritino il nome di democrazia. Ma, pure qui, c’è qualcosa di nuovo? La democrazia è da sempre in crisi per definizione, è un regime politico intrinsecamente fragile, di cui occorre difendere le componenti garantiste e liberale, come la separazione dei poteri, l’indipendenza della magistratura e l’autonomia dei media. La partecipazione popolare, anche quando c’è, non è mai stata una garanzia sufficiente.

 

Foto Pixabay | Anestiev



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