Democrazia deviata: la tentazione permanente della P2. Intervista a Sandra Bonsanti

“Manca ancora una storia politica della Prima repubblica che affronti il problema del potere segreto, non soltanto le cronache dei congressi della Dc, del Psi o del Pci. E le responsabilità dei vari personaggi di primo piano”. Pubblichiamo un estratto dal libro “Colpevoli. Gelli, Andreotti e P2 visti da vicino” di Sandra Bonsanti con Stefania Limiti (Chiarelettere, 2021).

Stefania Limiti

STEFANIA LIMITI – La P2 ci ha soffocati. Un lungo arco temporale durante il quale non si è mai fermata. È bene ripercorrerlo a grandi linee. Da quando Gelli diventa massone, nel 1965, entra rapidamente nelle stanze del potere; il centrosinistra è tenuto sotto chiave dal Sifar e i dossier sui possibili ≪eversori≫ verranno dati in dote proprio a lui; la presenza massonica agisce ancora sottotraccia, ma sostiene il tentativo di golpe del dicembre 1970. Da qui Gelli si fa più sfacciato: nel ’71 lo abbiamo già visto dare ordini ai militari, nel ’73 riunisce i capi delle forze di sicurezza a Villa Wanda per preparare la calda estate dell’anno successivo: è un’occasione speciale, la P2 non fa riunioni. Gelli ormai veste i panni di condottiero: ≪Non è allarmisticamente che si prevede un’estate veramente calda, direi scottante, per una notevole quantità di problemi estremamente impegnativi≫ scrive in una lettera su carta intestata del Centro studi di storia contemporanea (una copertura). È la sua firma agli attentati in Toscana.

Nell’arco di tempo successivo, dal ’75 all’81, la P2 si fa protagonista della vita politica, contro il consistente successo elettorale delle sinistre nelle elezioni amministrative e politiche. La nuova strategia diventa l’eversione strisciante, il controllo subistituzionale del sistema. In pratica il Piano di rinascita democratica, formulato verso la meta del ’75, con gli obiettivi per il futuro: comprare i partiti, impossessarsi dei mass media – cercava di conquistare i giornalisti per questo –, controllare i sindacati e la magistratura, la riforma dello Stato. C’e altro?

SANDRA BONSANTI – Si, gli obiettivi erano quelli. Credo pero che oltre al controllo della situazione politica molti facessero dei giochi personali, di corrente. Erano tutti sotto un grande mantello che li proteggeva. E nascondeva i loro interessi. Credo che sarà molto importante approfondire la vicenda del finanziamento della P2 alla strage di Bologna. È una storia, quella, che allarga il coinvolgimento a diversi altri protagonisti diciamo ≪istituzionali≫. Persone che hanno gestito momenti importanti della lotta alla mafia, che hanno depistato, sottratto, nascosto. Credo che dopo Bologna dovremo riprendere in mano il nostro racconto: abbiamo una cornice, presto anche il quadro in sé sarà ancora più completo, ci permetterà uno sguardo più allargato.

Sull’elezione di Giovanni Leone secondo te come andò? Gelli non ha potuto evitare di prendersi il merito. Siamo nel 1971.[1]

Chissà come andò… non lo so e mi pare che sia rimasta una questione sospesa di cui possiamo anche curarci poco perché ciò che conta, e deve incuriosirci ancora oggi, e che nel ’71 un signore come Gelli aveva accesso diretto alle più alte cariche dello Stato. Non è facile avere canali di comunicazione a livelli cosi qualificati, ai massimi livelli direi, ma lui poteva: e vengono a dirci ancora che tutti si sorpresero quel giorno di Castiglion Fibocchi chiedendosi: ≪Ma chi sarà mai quel Gelli…≫.

Gelli si credeva un De Gaulle, te lo ha detto senza pudore. Questo può apparire ridicolo, va bene. Ma non troppo, perché un uomo dal pensiero sempre lucido come Rino Formica, nel dicembre 1980, qualche mese prima della grande scoperta degli elenchi a Castiglion Fibocchi, raccontò il Piano per il passaggio alla Seconda repubblica. Tutti sapevano. E ad agosto c’erano state le bombe di Bologna.

Aspettiamo Bologna. Controlliamo la nostra impazienza! Ma non posso non ricordare l’interesse che aveva sempre destato in Piero Luigi Vigna la figura di Paolo Bellini, di cui scrisse: ≪Di lui pero non si saprà mai tutta la verità≫. Nel libro-intervista con Giorgio Sturlese Tosi,2 Vigna ricorda che Bellini nel 1981 era riuscito a farsi trasferire nel carcere di Sciacca dove era direttore dell’Amministrazione penitenziaria Ugo Sisti, già procuratore generale a Bologna:

Appurammo che lo stesso Sisti aveva incontrato più volte Bellini in passato e che, la notte della strage di Bologna, era stato trovato dalla polizia nell’albergo del padre di Bellini.

Sisti inoltre, almeno in una occasione, aveva volato su un aereo privato pilotato proprio dal Bellini. Tra i due c’era insomma un rapporto tutto da chiarire.

Ricordi importanti, quelli di Vigna, che racconta fra l’altro come nacque, la sera stessa della bomba dei Georgofili, il pool che porto subito le indagini da Firenze al cuore di Cosa nostra. ≪Era stata dichiarata guerra allo Stato e l’attacco aveva colto tutti impreparati.≫ Non soltanto ricordi, pero. Anche giudizi:

Credo che la scarsità di pentiti tra i militanti dell’eversione nera si possa spiegare con l’attesa di impunita di questi terroristi. Dovuta forse alla constatazione che, nel passaggio dal fascismo alla Repubblica, la struttura burocratica dello Stato e rimasta pressoché immutata, provocando una sorta di aspettativa di indulgenza.

≪Strage di Bologna, qualche notizia su una pista francese.≫[3] Dai diari segreti di Andreotti un altro pugno nello stomaco. Per fortuna appunto anche: ≪Il governo definisce senz’altro di destra il fattaccio≫.[4] Quel riferimento alla Francia suona sinistro, la strage porta da subito il marchio nero, e la fantomatica pista francese verrà acconciata solo molto tempo dopo i fatti, insieme ad altri tentativi di depistaggio che hanno impedito di capire il ruolo della consorteria massonica. Se gli uomini della P2 hanno impegnato tante energie per distrarre gli inquirenti non era per proteggere quattro terroristi. Avevano motivi diretti per farlo, come sta venendo alla luce dalle nuove indagini. Fino a oggi quella strage è stata ≪senza padri≫, ora sta emergendo la mano di un gruppo reazionario che prima fa uscire violentemente di scena Moro – archivia la Prima repubblica con l’uccisione dell’uomo che meglio di tutti interpretava il patto costituzionale antifascista – e poi si prepara a creare le condizioni per una svolta autoritaria. Gelli aveva un progetto che fa uscire allo scoperto con quell’intervista.[5]

I diari segreti di Andreotti sono un pozzo senza fine, pieni di piccole e grandi rivelazioni, ma tutte con un significato su cui riflettere. Il suo rapporto con Sindona, ad esempio. Il giorno della morte nel carcere di sicurezza di Voghera, il 22 marzo 1986, dopo aver scritto che si tratta di un fatto di estrema gravità, dice che ≪sarà attenuato soltanto quando si arriverà a conoscere un po’ di verità su tutta la sua tormentata vicenda≫. Dice ≪tormentata≫. Un aggettivo che rivela ancora una sorta di nostalgica vicinanza all’uomo. Che pero era un mafioso e aveva fatto uccidere Ambrosoli. Un uomo strano.

Un anno prima, nella primavera del 1985, ricevetti da lui tre lettere che indirizzo a ≪la Repubblica≫.

Rimasi stupita, non avevo mai avuto a che fare direttamente, non lo avevo mai intervistato. Negava di aver conosciuto Francesco Pazienza, ma il cuore della prima lettera era uno sforzo di dare di sé l’immagine di un collaboratore delle istituzioni (soprattutto quelle americane) contro la mafia e il crimine organizzato. Ammetteva soltanto di aver conosciuto il boss italoamericano John Gambino in un momento in cui ≪non aveva alcun precedente penale≫.

Risultava allora che Gambino avesse addirittura riaccompagnato Sindona negli Usa dopo il finto rapimento in Sicilia. Finiva affermando che io avrei dovuto fare i conti con la mia coscienza ≪se non altro per la superficialità con cui tratta problemi importanti per l’onorabilità altrui≫. Diceva di essere ≪credente≫, di non saper odiare. ≪Mi sono preparato al trapasso con serenità.≫

La seconda e la terza lettera servivano da accompagnamento a qualcosa che aveva indirizzato all’onorevole Aldo Rizzo della Commissione antimafia.

Ho conservato quelle lettere, testimonianze di un’Italia segreta, feroce e, dice Andreotti, ≪tormentata≫. Mah…

Continuità. Cossiga accoglieva volentieri Gelli a casa sua, lo abbiamo detto. Andreotti aveva continuato a ricevere l’avvocato Guzzi, legale di Sindona, dopo che questi era stato formalmente incriminato per le minacce a Cuccia e per l’assassinio di Ambrosoli: perché il presidente del Consiglio parla con quella gente? È un’immagine molto netta di come il potere accoglie le interferenze. Per non scomodare sempre gli stessi nomi, citiamo Guido Carli, ≪un personaggio per molti versi apprezzabile≫ ricordo un deputato durante l’approvazione della Relazione Anselmi, per poi proseguire:

Ma quando furono incriminati i petrolieri nel 1973-74, per finanziamento illecito e clandestino ai partiti, [Carli] commento il fatto con queste testuali parole: ≪Quei giudici non hanno il senso dell’establishment≫. Leggendo quella frase mi sono ricordato l’atteggiamento di Carli che ho percepito nella Commissione Sindona. Era quello stesso senso dell’establishment che rimproverava di non avere ai giudici, ma che lui aveva, che ispiro il suo atteggiamento nei confronti del tabulato dei 500, quei cittadini italiani esportatori clandestini di valuta con la complicità delle banche sindoniane. Carli fece finta di non vedere quel tabulato mentre come governatore della Banca d’Italia era presidente dell’Uic, l’organo che ha compiti di polizia valutaria. Era il senso dell’establishment che gli fece dire di non conoscere quel tabulato.[6]

La classe dirigente è stata sempre la stessa, non c’è mai stato un prima e un dopo Gelli, sei d’accordo?

Si, certo, molti facevano finta di non vedere. Non so se siano meno colpevoli degli altri, sarei portata a dire di no. Ma sarebbe sbagliato anche fare di tutt’erba un fascio. Manca ancora una storia politica della Prima repubblica che affronti anche il problema del potere segreto, non soltanto le cronache dei congressi della Dc, del Psi o del Pci. E le responsabilità dei vari personaggi di primo piano.

Fa parte di quell’establishment anche Silvio Berlusconi.

Avevano interessi comuni, immediati e a lungo termine. Basta pensare al presidenzialismo, il sogno dei primi piduisti ma anche il sogno socialista, di importazione Usa. Sarebbe importante studiarne il tragitto, controllando anche le varie proposte che non sono identiche. Tutte pero alla fine inseguono l’obiettivo dell’uomo forte, l’uomo più o meno solo al comando, magari con la semplificazione del Parlamento, l’abolizione o la riduzione del Senato.

Importante era respingere la Repubblica disegnata nella Costituzione, il documento che De Nicola firmava mentre Cosentino lo osservava da vicino. Mi chiedo spesso perché questo odio. Forse lo so ma è triste riconoscerlo. Sin da subito le formazioni fasciste furono tenute fuori dall’≪arco costituzionale≫. Non si rassegnarono e trovarono, col passar del tempo, alleati interessati a spezzare intese presenti o future che li escludessero.

Colpevoli, gli uni e gli altri. Non posso non ricordare ciò che scrisse Bobbio nel 1991:

Se questa Prima repubblica, come dicono molti […] e alla fine, finisce male, malissimo. […] La gestazione della Seconda repubblica, se dovrà nascere, sarà lunga. Forse non avrò il tempo di vederne la fine. Ma poiché, se nascerà, nascerà con gli stessi uomini che non solo sono falliti, ma sono inconsapevoli del loro fallimento, non potrà nascere che male, malissimo. Come male e malissimo e finita la Prima.[7]

Fascisti. Una tragedia della nostra Repubblica democratica. Penso alle brutte facce da maschi da regime che hanno sfilato al famigerato convegno al Parco dei Principi! Li si prepara il terrore degli anni successivi, insieme ai fascisti ci sono militari e massoni: il generale Alceste Nulli Augusti era iscritto alla loggia Cirene di Bengasi del Grande Oriente d’Italia.[8] Come si fa a comprendere il Novecento italiano senza studiare il Parco dei Principi? Il sistema di potere della P2 è tutto interno a quell’area reazionaria e conservatrice che nasce con la Repubblica e ha tanti sponsor dentro la Dc. Gelli si infastidisce quando viene accusato di aver sovvenzionato i giovani fascisti aretini e toscani? Figuriamoci! Nasce come fascista e ci muore pure (metaforicamente).

Nel febbraio del 1975 decisi di affrontare Pino Rauti, fondatore e animatore di Ordine nuovo, la rete fascista della quale molto si era occupato il giudice Occorsio. Non fu facile, Rauti era sospettoso e ci vollero alcuni mesi per organizzare l’incontro.

Lui era già nel mirino dei giudici Luigi Fiasconaro ed Emilio Alessandrini. La sede del Movimento sociale in via Quattro Fontane era cupa e odorava di umido. Davanti a noi, due registratori, il mio e il suo:

Finita la guerra, poco dopo, conobbi Giannettini. […] Ci siamo tutti rivisti, quelli del nostro ambiente, quando ricominciava la battaglia politica. C’era chi tornava dal carcere, io ero stato in Africa dopo la Repubblica sociale. C’era, insomma, il ritrovarsi di una generazione.

Nel ’56 Rauti fonda Ordine nuovo, ≪il più grosso gruppo extraparlamentare di destra≫. Mi racconto come fosse impegnato a portare ≪una politicizzazione di destra nell’ambito delle forze armate, affinché, arrivata l’ora X per sovvertire il regime, fossero pronte≫.

Poi mi descrisse la ragnatela che legava i neofascisti nell’Occidente europeo e, in grandi linee, quella che chiamava ≪internazionale nazional-rivoluzionaria≫.

Loro erano pronti, o vantavano di esserlo. Il 10 luglio ’76 uccisero Vittorio Occorsio. La rivendicazione di Ordine nuovo diceva: ≪Anche i boia muoiono≫.

C’è chi invoca l’oblio.

Troppo comodo. Oblio senza che si sia fatta giustizia, che tutto sia ben chiaro e scritto nei libri di storia? Su cosa si chiede l’oblio? Senza che ci siano cittadini, giornalisti, studiosi che si alzano la mattina e guardando di là dalla propria finestra le nuvole, il sole, le ultime foglie sugli alberi, in un colloquio interiore, si chiedano: eppure se avessero parlato subito, se avessero denunciato i servi infedeli, quante vite potevano salvarsi? Se ognuno avesse fatto la sua parte di uomo delle istituzioni, quella catena di omertà poteva sgretolarsi, la mafia avrebbe smesso di uccidere, i fascisti di mettere le bombe, Gelli sarebbe stato solo un ridicolo burattinaio, manovratore di piccoli esseri; le stazioni, i treni, luoghi sicuri per giovani e vecchi; le strade non luoghi per gli agguati ma pezzi di citta grandi di storia e di democrazia. Se, se, se, come diceva Mazzini, le associazioni fossero state sottomesse ≪all’esame e al giudizio di tutti≫…

Sono convinta che le associazioni segrete, tutte, hanno avuto la loro occasione di dimostrarsi democratiche, rispettose della Costituzione. Hanno perso, hanno lasciato che il potere deviato le trasformasse in un’arma ≪contro≫.

Ora, troppo facile chiedere di dimenticare. E troppo irrispettoso per le migliaia di vittime e per il dolore dei sopravvissuti. Non voglio più votare per candidati scelti non si sa dove e da chi.  Colpevoli? Ce ne sono tanti, ma alcuni più di altri. Oblio? Assolutamente no. La memoria è sacra. Sarebbe un insulto per le vittime e la storia del paese.

A Violante, a Paolo Mieli dico: si, l’Italia si è sempre risollevata. E per farlo ha lasciato i morti senza verità. Abbiamo ancora la possibilità di scalare la montagna. Pensavamo che non fosse ≪la nostra montagna≫, che non ci riguardasse.

Volevamo uscire dal gioco. Vorrei che questo libro, le mie esperienze e le tue riflessioni, servissero a non uscire dal gioco. A studiare senza pregiudizi la storia del dopoguerra.

Prima dell’oblio, scaliamo la montagna.

 

NOTE

1. Il 23 dicembre 1971 Giovanni Leone manco per un voto la sua elezione. La sera Gelli, lesto come una lepre, gli invio una lettera per dirgli che aveva dato ordine ai parlamentari massoni di convergere sul suo nome. Il giorno dopo, Leone fu eletto e non si è mai capito se davvero le pedine furono mosse da Gelli. Ebbe successo grazie ai voti missini: ≪Questo episodio riferito da Gelli≫ ha ricordato l’ex presidente della Repubblica all’agenzia Ansa il 18 aprile 1989 ≪è stato già detto in tempi antichi ed e stato chiarito di fronte alla commissione presieduta dall’on. Tina Anselmi. Gelli mi scrisse una lettera in cui diceva di aver dato disposizioni per farmi votare come capo dello Stato e mi chiedeva di essere ricevuto poi insieme a Salvini. Da quella lettera feci passare sei mesi; poi ricevetti al Quirinale, per circa 10 minuti, il gran maestro Salvini insieme a Gelli. A parlare fu quasi sempre Salvini, mentre Gelli stava in posizione di apparente deferenza. Quanto alla lettera che mi era stata inviata, io dissi a Gelli che mi pareva impossibile che in una sola notte, cioè dal penultimo scrutinio all’ultimo che permise la mia elezione a capo dello Stato, egli avesse potuto racimolare i voti necessari. D’altronde in quel momento nessuno sapeva che egli non appartenesse alla massoneria tradizionale. D’altronde io dovetti ricevere Salvini anche per le sue benemerenze e quelle della massoneria tradizionale nei confronti dello Stato≫.

2. Piero Luigi Vigna e Giorgio Sturlese Tosi, In difesa della giustizia, Bur, Milano 2011.

3. Lo scrive Giulio Andreotti nei suoi diari alla data del 5 agosto 1980. Giulio Andreotti, I diari segreti, Solferino, Milano 2020.

4. Ibid.

5. Il 5 ottobre 1980 il ≪Corriere della Sera≫, il giornale della borghesia italiana, ospito Licio Gelli con una intervista di Maurizio Costanzo (tessera n. 1819 della loggia massonica) significativamente titolata: Parla per la prima volta il signor P2.6 Camera dei deputati, IX Legislatura, seduta dell’8 gennaio 1986. E l’intervento del deputato della sinistra indipendente Pierluigi Onorato.

7. Norberto Bobbio, La disfatta della nostra Repubblica, in ≪Tuttolibri – La Stampa≫, 24 settembre 2011. L’articolo, scritto nella primavera del 1991, usci sette anni dopo la sua morte.

8. Cosi dai Registri anagrafici del Grande Oriente d’Italia.

 

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