“Il sì alla pace passa per la condanna della Russia e la solidarietà con chi resiste”

Crescono le adesioni all'appello di MicroMega "Pace subito, solidarietà con l'Ucraina, Putin go home" per la partecipazione alla manifestazione di sabato 5 novembre. Pubblichiamo il contributo dello scrittore Sergio Baratto.

Sergio Baratto

Il 24 febbraio, con l’inizio dell’aggressione russa, ho dato per scontato che l’unica reazione unanime sarebbe stata di vicinanza agli aggrediti e condanna degli invasori. Non è stato così.
Le violenze sui civili e le minacce atomiche del Cremlino non hanno fatto altro che moltiplicare il panico, i distinguo, le reprimende contro le vittime, i vacui inviti a una pace astratta e inservibile.
Di fronte al coraggio degli ucraini che resistevano, si sarebbe potuto pensare che quella loro forza d’animo avrebbe commosso e convinto anche i più spaventati. Invece quel coraggio è stato accolto con fastidio e manipolato per ritorcerlo contro gli ucraini: fanatici, bellicisti, nazionalisti, nazisti…
Né sono bastate le stragi, le torture e i bombardamenti indiscriminati. Anzi sempre più voci si sono levate a dire che erano gli ucraini a volere la guerra, a trascinarci in un conflitto mondiale.
C’è nelle reazioni diffuse di astio anti-ucraino, nei vuoti appelli al negoziato e alla pace, una distorsione cognitiva, una ritrosia a venire a patti con il dato di realtà e ad accettare che metta in crisi credenze e schemi mentali. Per continuare a raccontarsi una storia rassicurante, si è costretti a deformare i fatti. Secondo questa mistificazione, non si è in presenza del più limpido esempio di guerra d’invasione, con una potenza imperialista e autoritaria che attacca uno stato sovrano retto da un governo democratico. Per chi invoca il disarmo degli ucraini, il negoziato e la pace, si starebbe giocando una guerra simmetrica tra due potenze contrapposte, altrettanto tracotanti e colpevoli, entrambe dominate da élite speculari e identiche, ugualmente impegnate a usare i rispettivi popoli come carne da cannone.
Ma questa guerra oggi non esiste. Non esiste alcun campo d’onore ai cui capi opposti siedano due caricature di re o tiranni. Né esiste una pace avulsa dalla realtà: essa trae significato solo dalla relazione con altri valori fondamentali: fratellanza, libertà, giustizia… Ma se si spezzano le relazioni, se si fa della pace un feticcio assoluto e la si colloca in una teca museale, si finisce per ucciderla; e la sua carcassa imbalsamata può servire a ogni scopo, anche il più laido e feroce. Così, anche i combattenti di ogni lotta di liberazione diventano potenzialmente criminali. Per questi motivi, l’unico “sì” sensato alla pace, l’unico “no” onorevole alla guerra, è il no all’invasione russa. È un “no alla guerra” che non passa attraverso la colpevolizzazione della vittima, non pretende che gli aggrediti cessino di difendersi o addirittura che vengano disarmati, come molti vorrebbero in nome di una presunta pace che è solo resa incondizionata a una dittatura genocidaria e al suo progetto di sopraffazione. È un sì alla pace che passa necessariamente per la condanna ferma e senza ambiguità della Russia, che questa guerra l’ha scatenata e che non ha esitato a colpire la popolazione civile, nella maniera più barbara e nel più assoluto disprezzo di ogni valore umano.



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