Preparare la pace, non solo invocarla

A oggi mancano le condizioni preliminari perché vi sia la pace. Non per questo bisogna smettere di ricercarla con ogni mezzo efficace.

Roberto Mordacci

Davanti a una guerra così minacciosa per l’Europa come il conflitto in Ucraina, non si può non auspicare una pace rapida e solida. Ma la pace non si dà nel mezzo di una guerra se non se ne pongono le condizioni. Dunque, chi invoca la pace deve dire come la si può raggiungere.

Ne era consapevole Immanuel Kant. Persino in quel manifesto pacifista che è Per la pace perpetua, il filosofo di Königsberg (che oggi è la russa Kaliningrad) elenca ben sei “articoli preliminari” a ogni cessazione delle ostilità. Almeno tre di questi fanno capire che non si può pensare la pace astrattamente, come invece fanno molti. Il primo dice che non ci sono trattati di pace se stipulati “con tacita riserva di argomenti per una guerra futura”. È evidente che qualunque pace siglata allo stato attuale delle forze in campo avrebbe abbondanza di questi argomenti, utili pretesti per ricominciare presto o tardi le ostilità. Putin si appellerebbe nuovamente alla “nobile missione” di “denazificare” definitivamente l’Ucraina, mentre Zelensky avrebbe buone ragioni per reclamare i territori attualmente sotto il controllo russo.

Un altro articolo preliminare, il quinto, dice che “nessun paese deve ingerirsi con la forza nella Costituzione o nel governo di un altro”. Questo è tuttora l’obiettivo di Putin, che esige una neutralità perenne per l’Ucraina in cambio del protettorato russo. Con ogni evidenza, gli ucraini non lo vogliono e sono disposti a tutto pur di restare liberi. Finché non si rimuove questa ingerenza, che Putin ha tentato di imporre, ogni armistizio significa la rinuncia all’autodeterminazione per l’intero popolo ucraino.

L’articolo più importante è però il sesto: “Nessuna potenza in guerra deve permettersi atti di ostilità che rendano impossibile la fiducia reciproca nella pace futura”. Se chiediamo la pace, dobbiamo riconoscere che i massacri di civili, la distruzione sistematica, l’uso di armi proibite non sono premesse compatibili con quella fiducia. I russi hanno continuato a bombardare città, a violare corridoi umanitari e a minacciare sedi nucleari durante tutti i tentativi diplomatici, dimostrandosi interlocutori tutt’altro che affidabili. E poiché in questa guerra vi è un aggressore e un aggredito, è al primo che spetta l’onere di guadagnarsi la fiducia degli interlocutori.

Dunque, a oggi mancano le condizioni preliminari perché vi sia la pace. Non per questo bisogna smettere di ricercarla con ogni mezzo efficace. Tuttavia, la pace va chiesta innanzi tutto a chi ne nega le condizioni ed è evidente che a negarle nei fatti e a parole è la Russia. È perciò che, in questo caso, il pacifismo non coincide con la neutralità rispetto ai belligeranti. Essere realmente pacifisti esige che si dichiari senza ambiguità chi ha il dovere di rinunciare alla guerra ed è chiaro che tale dovere spetta a Putin.



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