Ucraina, perché dissento dal pacifismo assoluto di Castellina e Montanari

Le anime belle pacifiste pretendono di disarmare chi vuole battersi per la propria libertà e per la propria irrinunciabile esigenza di giustizia.

Pierfranco Pellizzetti

Molto interessante e pure rivelatore il dibattito organizzato da MicroMega il 2 aprile sul tema “Pace, Pacifismo, Resistenza” (le aree di pensiero sul caso Ucraina), che ha visto a confronto Paolo Flores d’Arcais, Tomaso Montanari e una ritardataria Luciana Castellina. La questione invasori e invasi, che solitamente viene approcciata secondo tre logiche diverse: quella opportunistica del declinante impero stelle-e-strisce, ben lieto di fornire qualche aiutino a chi combatte al suo posto (tipo Bin Laden in Afghanistan o Saddam Hussein contro gli iraniani) – questa volta il villain di turno Putin – nella speranza che la tiri avanti il più a lungo possibile; quella ponziopilatesca dell’Ue, convinta di potersela cavare col doppiogiochismo “un po’ di armi all’Ucraina e tanti soldi alla Russia per il gas”; la galassia un tempo chiamata Sinistra, che in questo momento premette a ogni proprio ragionamento la dichiarazione a disco rotto di solidarietà alle vittime di un’aggressione “imperialistica mostruosa”. Le prime due logiche afferiscono al vasto campo bicontinentale (America più Europa) chiamato “Occidente”, che è riuscito a dilapidare il proprio patrimonio di credibilità – accumulato con la lotta al Nazi-Fascismo, la costruzione del Welfare State e l’avvio dell’unificazione europea – prima nell’incanaglimento della Guerra Fredda e poi nel quarantennio NeoLib, che lo storico Tony Judt ha definito “gli anni delle locuste” (“lo sconforto della mediocrità compiaciuta degli anni di Clinton, le politiche e le pratiche catastrofiche dell’era Bush-Blair”). Quell’Occidente che esce definitivamente screditato dalla vicenda Ucraina. Mentre il dibattito micromeghiano partiva dall’assunto che la Sinistra potesse rappresentare uno spazio mentale in cui la riflessione geopolitica vola in alto, libera da secondi fini e remore dottrinarie. Propaganda. Purtroppo a chi scrive è parso evidente che tale spazio comune non esiste più, proprio per la prevalenza di spiriti credenti (comunista Castellina, cattolico Montanari), che accerchiano fino a soffocarla l’istanza che si vorrebbe illuministica: l’orientamento critico. Flagrante la convergenza tanto comunista che cattolica sull’idea di pacifismo predicata da papa Bergoglio, il simpatico gesuita che fa il suo mestiere di agente in partibus infidelium al servizio di Santa Romana Chiesa, per cui la pace è un valore assoluto e a prescindere; come riflesso condizionato tanto dell’agit-prop da Cominform sovietico per l’antica comunista, come certezza della pace eterna per i cattolici. Difatti lo stare dalla parte degli ucraini si traduce nel pressante invito ad arrendersi, per non disturbare con la loro testardaggine resistenziale il pensiero desiderante dei credenti. Che ripetono la giaculatoria sulla praticabilità dell’alternativa; il feticcio sciamanico: obbligare Putin ad accettare quanto ha ripetutamente mostrato di rifiutare. Dunque, “tentare la via del negoziato” (Castellina), “costringere Putin a sedersi al tavolo delle trattative” (Montanari). Purtroppo né l’una né l’altro ci indicano il modo possibile per costringere l’autocrate a tale scelta, del resto gravida di pericoli per il mantenimento del suo stesso potere (la sua stessa sopravvivenza fisica). A maggior ragione dopo l’orrore di Bucha. E se non si riesce a dare questa dimostrazione, tutta la costruzione credente significa solo disarmare i resistenti e consegnarli all’annientamento. Ma di queste quisquilie le anime belle non si curano, arrivando a ricostruire il mondo secondo i principi basilari delle proprie certezze: l’indiscutibile supremazia dell’etica dei fini ultimi su quella della responsabilità; e relative narrazioni apologetiche (con un particolare apprezzamento per le figure del martire e dell’inerme). Da cui l’idea idilliaca di una Resistenza intrisa di umori pacifisti ed ecumenici, quando la Resistenza reale vinse grazie alle brigate combattenti, scese dalla montagna con le armi in pugno, che fucilarono i gerarchi fascisti e i massacratori di partigiani; coltivando – ma pensa te – persino umori patriottici (e lo dice uno che condivide il giudizio sul patriottismo “come ultimo rifugio delle canaglie”), tanto che molti combattenti sostenevano che la lotta di liberazione “aveva salvato l’onore dell’Italia”.

Insomma, non c’è proprio più nulla della tradizione critica della Sinistra (almeno di quella Giustizia e Libertà) in questo dogmatismo che pretende di disarmare chi vuole battersi per la propria libertà e per la propria irrinunciabile esigenza di giustizia; per la sopravvivenza. In questo accreditare la minaccia della bomba, con cui conviviamo dal tempo di Hiroshima e dell’equilibrio del terrore (e allora l’arsenale russo dipendeva da un tipetto di nome Stalin, altro che Putin), come una punizione per i reprobi.

(credit foto ANSA / CIRO FUSCO)

Pace, pacifismo, resistenza



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