Edicole e librerie aperte, negozi di dischi chiusi: i libri sono cultura, Bach e Janis Joplin no?

In zona rossa librerie ed edicole possono restare aperte mentre i negozi di dischi devono abbassare le serrande. Sorge spontanea la domanda: se libri e giornali sono beni essenziali, perché la musica no? È quello che si chiedono i gestori di alcuni negozi di dischi (fisici e indipendenti) che hanno rivolto un appello al ministro Franceschini.

Ingrid Colanicchia

Su quali siano i beni da ritenersi essenziali, e dunque meritevoli di essere inseriti nell’elenco degli esercizi commerciali che possono rimanere aperti anche in zona rossa, si può discutere ma nell’orientamento che ha guidato il governo in questi mesi non si può non rilevare una contraddizione: librerie ed edicole possono tenere le serrande alzate mentre i negozi di dischi no. Se ne deduce che libri e giornali sono considerati dal governo beni essenziali mentre Bach, Beethoven, Chopin ma anche Bob Dylan, i Pink Floyd, Nina Simone, Edith Piaf e Janis Joplin no. La parola scritta è dunque cultura, mentre la musica no?

È la domanda che in questi giorni sono tornati a sollevare, con una lettera al ministro della Cultura, Valeria Baldan e Flavio Villa, gestori del Discomane, storico negozio di dischi di Milano con sede presso l’Alzaia del Naviglio Grande. Lettera cui hanno aderito altri cinquanta negozi (fisici e indipendenti, come ci tengono a specificare) sparsi su tutto il territorio nazionale.

«Per me che ho investito tutto nella passione per la musica (il negozio, di cui sono una delle fondatrici, è nato nel 1978, quando avevo 19 anni) tirare le somme di quanto è avvenuto e sta avvenendo durante questa pandemia è davvero amaro», ci confida al telefono Valeria Baldan: «Il messaggio che ci viene dalle istituzioni è che la musica non è cultura. Che Beethoven e Bob Dylan, che è stato perfino insignito del premio Nobel per la letteratura, non sono cultura… È una cosa difficile da digerire. E impossibile da condividere».

Baldan è preoccupata per il futuro ma molto combattiva. «A novembre, con mio marito Flavio, abbiamo cominciato a scrivere a destra e a manca per protestare contro questa disparità di trattamento rispetto alle librerie, ma non abbiamo ricevuto nessuna risposta concreta. Probabilmente uno dei problemi risiede nel fatto che a sostenere i negozi di dischi non c’è nessuno: le case discografiche, per esempio, si disinteressano della questione perché i loro dischi li vendono lo stesso tramite le piattaforme online… Ma lo scambio, la relazione che si crea quando i clienti li conosci in carne e ossa, non può essere replicata. In tempi normali il nostro negozio è spazio di confronto e di aggregazione e questo nessuna piattaforma di vendita digitale può offrirlo».

La richiesta alle istituzioni è molto semplice. «Noi chiediamo solo di poter restare aperti, nel rispetto di tutte le norme anti-Covid. Anche perché – ironizza – purtroppo difficilmente nei negozi di dischi c’è rischio di assembramento. Peraltro, al di là delle piattaforme digitali, a quanto ci risulta librerie e catene che vendono altri prodotti continuano anche in zona rossa a vendere cd e vinili e questa si configura come concorrenza sleale. Inoltre non capiamo perché ci sia stata preclusa anche la possibilità di garantire il servizio di asporto: bar e ristoranti possono stare aperti fino alle 22 a questo scopo e noi non possiamo accogliere alla porta un cliente che vuole un disco per alleviare le sue giornate?».

Per far valere le loro ragioni, i negozi che hanno aderito all’appello del Discomane stanno pensando di costituirsi in associazione. «Anche perché i problemi non finiranno quando finirà la pandemia», prosegue Baldan. «A differenza dei libri, che beneficiano della tassazione IVA agevolata al 4%, i dischi continuano a essere sottoposti alla tassazione IVA al 22%. Noi chiediamo che, come avviene in molti altri Paesi, i dischi vengano riconosciuti come prodotti culturali e di conseguenza tassati al 4%. Questo consentirebbe una ripresa per tutto il settore, particolarmente dimenticato dalle autorità e dall’opinione pubblica».

 

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