La pandemia e il respiro spezzato del multilateralismo

La catastrofe sanitaria in cui ci troviamo è il frutto avvelenato della criminale incapacità dei governi di aderire alle norme del diritto internazionale e di cooperare sul terreno della salute.

Nicoletta Dentico

Nel secondo anno del contagio che piaga il mondo, malgrado le irriducibili pedagogie che accomunano l’emergenza sanitaria umana alla emergenza sanitaria del pianeta, la salute continua a dominare la scena come il terreno di una partita geopolitica aspra e scomposta. Il nuovo patogeno, a lungo annunciato dalla comunità scientifica, non avrebbe mai dovuto diventare una pandemia. Lo ha stabilito senza fare sconti il rapporto del Panel Indipendente della Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms)[1], il quale conferma che la comunità internazionale aveva tutte le competenze tecniche e le norme operative vincolanti per delimitare i confini del primo focolaio virale e farne una epidemia circoscritta geograficamente. Non lo ha fatto. La catastrofe sanitaria in cui ci troviamo è dunque il frutto avvelenato della criminale incapacità dei governi di aderire alle norme del diritto internazionale e di cooperare, come pur accadeva sul terreno della salute in piena guerra fredda.

Nel solco di questa responsabilità storica solo fintamente interiorizzata, la comunità internazionale continua a ritrovarsi – non si son mai visti tanti appuntamenti multilaterali sulla salute globale come nel 2021 – ma nella totale incapacità di andare oltre gli slogan di circostanza, che sono il metronomo della vita pubblica odierna. La riluttanza ad assumere una seria vocazione universalistica, sotto l’egida delle istituzioni internazionali deputate a governarla, si è infilata come un virus nella dinamica intergovernativa, producendo una Babele di iniziative individuali e di nuove strutture. L’Europa si è lanciata per un trattato pandemico in seno all’Oms; la Svizzera ha lanciato il suo BioHub e la Germania il suo Hub globale per la intelligence pandemica ed epidemica. Giorni fa il presidente Biden ha proposto un suo summit internazionale su Covid-19, in concomitanza con la Assemblea dell’ONU, ma fuori dall’ONU. Schegge di un multilateralismo in frantumi, che retrocede e deforma il ruolo dello stato.

L’adesione governativa alle classiche istituzioni sanitarie multilaterali si è fatta sempre più friabile con la istituzionalizzazione degli interessi privati nelle sedi della funzione pubblica internazionale. Un fenomeno degli ultimi due decenni che ha portato l’ONU persino a firmare un accordo strategico con il World Economic Forum nel giugno 2019[2]. I governi dei paesi più influenti non risultano quasi più distinguibili dal settore privato, ingabbiati nella logica di politiche che generano nuova iniquità, pur se corredate dal canovaccio mantrico di parole positive sfigurate di ogni significato – Partnership, Sostenibilità, Pianeta, Prosperità, etc. L’incapacità di un impegno governativo che sia all’altezza della razionale e impegnativa lezione politica di Covid-19 non risparmia nessuno, neppure la recente sessione del G20 salute tenutasi a Roma il 5 e 6 settembre che si è chiusa con il cosiddetto “Patto di Roma”. Un documento di undici pagine infarcite di aspirazioni altisonanti sistematicamente smentite dalla realtà di apartheid sanitario che scaturisce dalla gestione della pandemia. Le dichiarazioni del ministro Roberto Speranza, secondo cui il Patto di Roma “manda un messaggio fortissimo al mondo: che il globo è unito”, non celano la realtà ricostruita nel racconto delle fonti raccolte alla vigilia dell’incontro, e dello svolgimento dell’incontro, seguito in diretta dai colleghi del Civil-20. Il G20 salute è attraversato da tensioni insanabili. Soprattutto, ma non solo, fra Stati Uniti e Cina – quest’ultima ormai esplicitamente disinteressata a questi consessi. Restano le enunciazioni declamatorie, prive di concretezza operativa, sull’emergenza.

La comunità internazionale si proietta in un futuro pandemico come fosse un destino a cui non può più sottrarsi. Vero: altre pandemie prosperano silenziose – una per tutti, la antibiotico-resistenza, per cui l’Italia vanta il record di casi nel contesto europeo. Certo: il pericolo di nuovi salti di specie dei virus non si è esaurito, in linea di continuità con le incalzanti zoonosi che hanno marchiato l’inizio del millennio. Del resto, nessuno sembra intenzionato a mettere in discussione il conflitto irriducibile fra capitalismo e sostenibilità ecologica. Ma la ossessiva narrazione di un futuro pandemico inevitabile, e la costruzione standardizzata di scenari di “preparazione e risposta alle pandemie” senza il coraggio di un approfondimento sulle cause sistemiche e geopolitiche della emergenza, sono scelte che servono a riconfigurare gli assetti della governance sanitaria mondiale, e delle politiche nazionali in salute, verso pratiche sempre più securitarie e personalizzate della salute. I cantori di questa strategia, tutt’altro che neutrale, apparecchiano profitti non trascurabili per l’industria digitale che nessuno controlla, men che meno in tempo di pandemia.

Le aziende farmaceutiche, dal canto loro, non hanno alcun interesse ad eradicare la pandemia. Casomai puntano a renderla endemica, così da prolungare al massimo la grande abbuffata che Covid-19 ha servito su un piatto d’argento. In un anno la pandemia ha generato 8 nuovi miliardari farmaceutici, 5 dei quali in seno a Moderna[3]. L’idea di un Global Health Threats Board and Fund per gestire le minacce sanitarie, avanzata dal G20 con la benedizione della amministrazione americana, è solo l’ennesima espressione multi-stakeholder di una nuova immunopolitica farmaco-digitale. Con lauti finanziamenti pubblici, l’industria farmaceutica continuerà a tenere ben stretto il coltello dalla parte del manico per sfornare le tecnologie bioinformatiche e le soluzioni biomediche per future pandemie.

La disuguaglianza nella distribuzione e somministrazione globale dei vaccini restituisce una realtà che fa scempio di ogni retorica dello sviluppo sostenibile e di slogan come “non lasciare nessuno indietro”. La solidarietà resta un miraggio, impigliata com’è nei fili spezzati di un multilateralismo di facciata. L’IMF-WHO COVID-19 Supply Tracker, il dispositivo che fornisce i dati aggiornati sulle linee di approvvigionamento certe o attese di vaccini in rapporto alla popolazione, spiega come Canada, Australia, Nuova Zelanda, Gran Bretagna e Stati Uniti si siano assicurati dosi per una copertura stimata tra 200 e 400% della loro popolazione. Le 5,3 miliardi di dosi somministrate finora hanno raggiunto solo l’1,6% della popolazione del sud del mondo con la prima iniezione. Cresce insomma lo iato tra accaparramento vaccinale dei paesi ricchi – oggi concentrati sulla terza dose – e la radicale penuria di vaccini nei paesi impoveriti.

Ma il rutilante Patto di Roma, in cui i paesi del G20 promettono di impegnarsi a fare di tutto, non osa il minimo accenno alla sospensione temporanea dei diritti di proprietà intellettuale (TRIPS Waiver)[4] prevista dal diritto internazionale. Fra i suoi stati membri il G20 annovera India e Sudafrica, promotori della proposta in febbrile discussione mentre scriviamo al WTO, presso il Consiglio dei TRIPS, ma non basta l’insistenza pro-Waiver dei governi del G20 per trovarne un riferimento nel documento della ministeriale. La stucchevole retorica sul vaccino bene comune si incaglia nel silenzio tombale su questa ipotesi politica sostenuta da oltre cento paesi del WTO, da innumerevoli istituzioni ed esperti internazionali. La sospensione dei diritti di proprietà intellettuale forzerebbe una transizione verso la logica di cooperazione tra stati. Indicherebbe una possibilità di nuove rotte per immunizzarsi dal sistema feudale dei monopoli che regola l’economia della conoscenza nell’attuale capitalismo. Ma questo waiver non s’ha da fare secondo il G20. Né ora né mai.

Anzi, la politica è in piena fase regressiva su questa materia. La UE ha rivisto il Piano di Azione sulla proprietà intellettuale[5] a sostegno della strategia di ripresa e resilienza, che punta al rafforzamento della proprietà intellettuale e alla promozione delle licenze volontarie come “la via maestra per la condivisione della conoscenza”. Lo stesso fa il MISE, con il piano di riforma della proprietà industriale[6]. La sindrome da rimozione del G20 si spiega. Il Patto di Roma intende diversificare e rafforzare le produzioni medicali nel sud del mondo, ma puntando su un complesso meccanismo di incentivazione pubblica alle aziende farmaceutiche perché trasferiscano le loro tecnologie a produttori nel sud del mondo sulla base di licenze volontarie che lasciano intatti i monopoli brevettuali. Una linea di indirizzo imposta dalla Germania al G20 che sta dinamizzando lo scenario produttivo, non senza episodi paradossali. Alla vigilia del G20 Salute, Ursula von der Leyen ha dovuto accettare di rimandare in Africa milioni di dosi di vaccini anti-Covid prodotti dalla joint venture di Johnson & Johnson con la sudafricana Aspen Pharmacare: come ha raccontato il New York Times, erano stati esportati in Europa!

Intanto, il declamatorio G20 salute rimanda ogni decisione alla sessione congiunta salute-finanze di fine ottobre, quale sede “per affrontare in particolare la questione fondamentale di come migliorare l’architettura globale della sanità”. Si affida alle ragioni della finanza la definizione delle priorità sanitarie, in uno schema di gioco che ripete quanto già visto in passato. Intanto, uno studio della Initiative for Policy Dialogue della Columbia University segnala uno tsunami di politiche di austerity in arrivo. E le analisi delle proiezioni fiscali del FMI specificano: nuove misure di austerity sono attese in 154 paesi nel 2021 e in 159 paesi entro il 2022.

Possiamo stare tranquilli. Questa pandemia è destinata a durare.

[1] https://theindependentpanel.org/

[2] https://www.weforum.org/press/2019/06/world-economic-forum-and-un-sign-strategic-partnership-framework/

[3] https://www.somo.nl/modernas-free-ride/

[4] https://docs.wto.org/dol2fe/Pages/SS/directdoc.aspx?filename=q:/IP/C/W669.pdf&Open=True

[5] https://ec.europa.eu/docsroom/documents/43845

[6] https://uibm.mise.gov.it/index.php/it/linee-di-intervento-strategiche-sulla-proprieta-industriale-per-il-triennio-2021-2023

 

(credit foto salute.gov.it)



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