La pandemia rallenta la fuga degli italiani

Il “Rapporto statistico sulle migrazioni del 2021” registra un calo dell’8% delle iscrizioni all’anagrafe per gli italiani all’estero ma i dati non ufficiali sui residenti all’estero parlano di cifre simili a quelle del secondo dopoguerra.

Valerio Nicolosi

La pandemia da Coronavirus è stato l’unico fattore che per il momento ha rallentato l’emigrazione italiana, caratterizzata spesso da quelli che vengono definiti “cervelli in fuga”, ossia persone altamente specializzate che non trovano nel sistema accademico e di ricerca italiano uno sbocco professionale legato al percorso formativo che hanno intrapreso.

Tra il 2006 e il 2020, quindi con i dati raccolti fino a poco prima della pandemia, gli italiani che si sono iscritti all’AIRE, il registro degli italiani residenti all’estero, sono stati 2,4 milioni, una cifra altissima che ha portato da 3,1 milioni a 5,5 milioni il totale degli iscritti.

Nel rapporto Statistico sulle migrazioni del 2021 si registra un calo dell’8% delle iscrizioni all’AIRE dopo anni in cui il bilancio annuale degli iscritti a quel registro era sempre in positivo. Una piccola inversione di tendenza che potrebbe far ben sperare per i moltissimi giovani che negli ultimi anni hanno lasciato l’Italia dopo un percorso di studi: solo nel 2020 sono stati 9.000 i giovani laureati espatriati mentre il “rientro” si attesta sempre tra i 2.000 e i 3.000 annui.

Il Sud Italia continua a essere il territorio con più persone iscritte al registro per gli italiani all’estero ma sono anche le regioni del Centro e del Nord Italia che registrano un forte aumento, con la Lombardia che si posiziona al primo posto per numero di espatriati con il Veneto che segue a ruota. Guardando l’incidenza sulle singole città Roma stacca tutti con l’11% delle persone residenti all’estero mentre le altre grandi città si fermano sotto l’8%.

Antonio Ricci, vicepresidente del Centro Studi Idos che cura il Rapporto Statistico sulle migrazioni, intervistato da MicroMega analizza come l’emigrazione dei laureati sia cambiata nel corso degli ultimi 30 anni: “negli anni ‘90 un terzo di chi partiva era laureato o diplomato, oggi sono due terzi, quindi stiamo perdendo gran parte dei nostri laureati e lo stiamo facendo perché non si incontrano le competenze di chi si laurea e l’offerta di lavoro”.

Le mete di chi parte continuano a essere in gran parte europee: Germania, Francia, Spagna e Regno Unito che, nonostante la Brexit, continua a essere la meta preferita di chi parte dall’Italia. Ci sono anche le nuove mete dell’emigrazione italiana che è diventata molto più fluida rispetto al passato: “ci sono i paesi dell’Est Europa e poi c’è la Norvegia o i paesi baltici. L’Ungheria è cresciuta molto come meta, soprattutto per gli imprenditori che hanno un costo del lavoro più basso e leggi meno stringenti sul rispetto dell’ambiente” aggiunge il ricercatore.

Ci sono altre mete extra europee che sono ancora marginali ma in forte crescita; Emirati Arabi, Cina, Corea del Sud, Giappone e Singapore, dove fino a pochi anni fa c’erano piccole comunità di italiani che ora stanno crescendo di oltre il 200% annui, sono i paesi che investono su ricerca e nuove tecnologie.

“Una sorta di versione contemporanea del mito di Saturno che divora i propri figli, perché nella profezia sarò uno di loro a prendere il suo posto, una società che ha costruito tutto sulla sua auto-conservazione e che non lascia spazio ai giovani”, commenta Ricci, facendo notare che nonostante gli incentivi alle aziende che assumono ricercatori che rientrano in Italia, i rientri sono pochi. “Abbiamo notato che anno dopo anno aumenta la forbice tra chi parte e chi rientra, questo vuol dire che sempre più persone restano fuori” aggiunge.

Tra gli italiani che si trasferiscono all’estero c’è un fenomeno interessante, quello dei figli degli immigrati arrivati negli anni ‘90 e che oggi sono cittadini italiani ma preferiscono tornare nel paese d’origine dei propri genitori, dove trovano lavoro nella pubblica amministrazione o in aziende dove possono far valere la laurea presa in Italia.

La pandemia quindi è stato l’unico fattore in grado di rallentare questa fuga costante ma non è detto che appena l’emergenza sanitaria sarà terminata non aumentino di nuovo gli espatri, spinti anche dalla crisi economica. I soldi del programma Next Generation EU saranno fondamentali per capire se sarà possibile invertire questa tendenza, anche perché c’è un aspetto che preoccupa Ricci e il Centro Studi Idos: “abbiamo fatto un esperimento nelle anagrafi di Regno Unito, Spagna, Francia e Germania, i 4 paesi dove emigrano maggiormente i giovani italiani, e i dati reali della presenza degli italiani è di 2,5 volte maggiore di quella registrata dall’AIRE, questo vuol dire che i numeri complessivi sono simili a quelli del secondo dopoguerra”, commenta il vicepresidente del Centro Studi Idos.

 

(Credit Image: © Tejas Sandhu/SOPA Images via ZUMA Press Wire)



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