Le pandemie del terzo millennio? Saranno causate dall’uomo

L’emergere di nuove malattie zoonotiche sarà sempre più probabile, a causa del nostro insostenibile rapporto con la Terra. Gli scienziati ci avvertono da tempo, la pandemia da COVID-19 lo ha dimostrato. Un’altra strada è ancora possibile, ma bisogna agire ora.

Sofia Belardinelli

SARS-CoV-2, il virus che da circa sedici mesi tiene sotto scacco l’umanità, ha colto il mondo impreparato. Molte sono ancora le incertezze sulla “tempesta perfetta” che questo microrganismo ha saputo scatenare, sulle quali sarà necessario fare chiarezza. Vi è, però, un’evidenza incontestabile: l’elevato valore simbolico di questa pandemia, la prima del mondo globalizzato. Una pandemia che, con ogni probabilità, non sarà l’ultima di quest’epoca.

Da decenni, infatti, gli studiosi avvertono che l’espansione umana nella biosfera, apparentemente inarrestabile da alcuni secoli a questa parte, ma avanzata a grandi passi soprattutto a partire dalla Grande Accelerazione degli anni ’50 dello scorso secolo, aumenta in modo esponenziale il rischio di zoonosi. La deforestazione, la conversione di habitat naturale in terreni ad uso agricolo o zootecnico, le imponenti masse di animali allevati con metodi intensivi, il commercio – legale e illegale – di specie selvatiche, l’urbanizzazione incontrollata sono tutte attività che favoriscono il contatto diretto tra uomini e animali, contribuendo così a creare ambienti ideali perché avvenga il famigerato spillover, il salto di specie.

Questa pandemia, dunque, già prevista nel 2012 dal giornalista scientifico David Quammen, sulla base degli studi condotti in vista della pubblicazione del suo libro Spillover, avrebbe potuto essere prevenuta. Così non è stato, lo sappiamo e ne abbiamo pagato le conseguenze. Ma dagli errori si può imparare: dunque, in vista delle future possibili pandemie, è bene vigilare con attenzione.

Fra i sorvegliati speciali vi è proprio la famiglia dei coronavirus, alla quale appartengono virus come quello che ha causato, nel 2003-2004, l’epidemia di SARS, nonché diversi virus poco patogenici, che causano nell’uomo i comuni raffreddori stagionali. Ad oggi, i coronavirus umani noti sono sette: quattro comuni e tre più letali (SARS-CoV, MERS-CoV, SARS-CoV-2). Ne esistono poi molti altri – la famiglia dei Coronaviridae è piuttosto numerosa – che hanno come serbatoio altri animali, perlopiù mammiferi.

La ricerca si concentra proprio sui coronavirus non umani, monitorandoli per cercare di prevenire o anticipare il possibile salto di specie. Di recente la rivista scientifica Science ha riportato la notizia della scoperta, in Malesia, di un nuovo coronavirus, rintracciato in otto bambini affetti da polmonite, che potrebbe essersi evoluto nei cani, prima di passare all’uomo. Non vi sono ancora evidenze che questo nuovo coronavirus possa trasmettersi da uomo a uomo, ma – sostengono i ricercatori che da anni si dedicano alla ricerca di coronavirus in pazienti affetti da polmonite – «Più cerchiamo, più ci rendiamo conto che i salti di specie compiuti da questi virus sono pressoché all’ordine del giorno». Questo nuovo coronavirus canino appartiene al genere alpha della famiglia, considerato meno pericoloso (ad esso appartengono due coronavirus umani del raffreddore) del genere beta, al quale appartengono i virus di SARS, MERS e COVID-19; tuttavia, avvertono i ricercatori coinvolti nello studio, «non è un gran sollievo, nel mondo selvaggio dei virus».

Infatti un altro studio, il cui pre-print è stato pubblicato lo scorso marzo, riporta le prime evidenze di un altro genere di coronavirus (il delta) in grado di infettare gli esseri umani: esso è stato rintracciato in tre bambini haitiani che, tra il 2014 e il 2015, erano stati ricoverati per polmoniti sospette. Si tratta di una novità relativamente inaspettata: inizialmente, infatti, si riteneva che i coronavirus del genere delta infettassero solo gli uccelli; nel 2012, invece, è stata rilevata a Hong Kong la prima infezione da delta coronavirus in maiali. Anche le infezioni riscontrate ad Haiti, infatti, rimandano a un coronavirus suino.

Simili ricerche mostrano con chiarezza quanto poco sappiamo, ancora oggi, sulle traiettorie evolutive di questi virus, che sembrano essere molto più rapidi e adattabili di quanto si pensasse.

Tale rapidità dipende anche da noi: molte attività umane, infatti, creano le condizioni ideali per la rapida evoluzione e la diffusione di malattie zoonotiche, causate cioè da patogeni che si trasmettono da altri animali all’uomo. Un esempio lampante di questo legame tra l’attuale modello di produzione industriale e l’elevato rischio di epidemie è l’allevamento intensivo di animali – in terra e in acqua –a scopo alimentare. Le pessime condizioni igieniche in cui gli animali sono tenuti, ad esempio, espongono intere popolazioni di capi allevati alla diffusione di malattie. Ma non finisce qui: uno studio di Science Advances evidenzia come l’acquacoltura intensiva dei salmoni faciliti in maniera esponenziale la diffusione di agenti patogeni anche nelle popolazioni selvatiche di salmoni, come sta accadendo per il virus PRV-1, (Piscine ortheovirus 1), che infetta diverse specie di salmone del Pacifico. Tali specie svolgono un ruolo essenziale all’interno degli ecosistemi marini (sono foundation species), e la loro riduzione – o addirittura estinzione – potrebbe determinare finanche un collasso ecosistemico. Spiegano i firmatari della ricerca: «L’incremento dell’acquacoltura ha causato un cambiamento ecologico che favorisce l’emergere e la diffusione di malattie infettive marine. Le nostre analisi forniscono diverse evidenze che mostrano come l’acquacoltura sia implicata nell’emergere di patogeni virali su scala sia globale che locale, evidenziando il potenziale per l’introduzione di agenti infettivi nelle popolazioni selvatiche».

La diagnosi, dunque, è piuttosto chiara: l’attuale sistema di produzione non solo è insostenibile dal punto di vista ambientale, come è ormai dimostrato dalle evidenze più varie, ma pone anche seri rischi per la salute umana. Il mondo scientifico ha mostrato da tempo la correlazione fra zoonosi e allevamenti intensivi: tra le tante cassandre possiamo annoverare, ad esempio, un articolo pubblicato su PNAS nel 2013, il cui eloquente titolo recita “L’insorgenza di zoonosi è legata all’intensificazione dell’agricoltura e al cambiamento climatico”. Il COVID-19, dunque, è stato un disastro annunciato, che si sarebbe dovuto prevedere e prevenire.

Ora, possiamo solamente raccogliere i pezzi ed imparare dai nostri errori: ad esempio affrontando seriamente, in questi nove anni che ci separano dal fatidico 2030, anno fissato dall’Accordo di Parigi come data limite per il raggiungimento di ambiziosi obiettivi di mitigazione, la crisi climatica i cui effetti si manifestano con crescente rapidità ed estensione; e ripensando coraggiosamente, una volta per tutte, l’attuale modello di produzione e consumo, che attualmente va ben oltre le soglie di sostenibilità. Si tratta di adottare un approccio One Health, in cui la salute dell’uomo e la salute del pianeta non siano scisse, ma riconosciute come un’unica questione e affrontate congiuntamente.

Si tratta, insomma, di superare l’annosa separazione fra uomo e natura: riconoscere che noi siamo parte di essa è il primo passo per tutelarla – e, dunque, per tutelare noi stessi.



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