La mia sfida ai potentati di Roma e alla (non)sinistra del “privato è bello”

L’urbanista Paolo Berdini, amico e collaboratore di MicroMega, spiega cosa lo ha portato a candidarsi a sindaco della Capitale con la lista ‘Roma ti riguarda’. E si toglie diversi sassolini dalle scarpe.

Paolo Berdini

Ogni città ha la sua storia urbana e politica. Il ragionamento svolto su queste pagine dal candidato della sinistra alle elezioni comunali di Torino, Angelo d’Orsi, mi ha fatto tornare in mente questa regola. D’Orsi ci parla del percorso che è stato compiuto per arrivare a formare una lista che tiene insieme (quasi) tutti i pezzi del vasto arcipelago che cerca da tempo di costruire un soggetto politico in grado di contrastare la deriva del Partito democratico. Un segnale importante che poteva essere replicato in altri contesti, così da tracciare una linea di azione comune. Torino ha una storia politica punteggiata da grandi esperienze unitarie costruite per la difesa delle condizioni dei lavoratori nelle grandi fabbriche. È anche per questa caratteristica che il tentativo di d’Orsi è andato a buon fine.

La politica romana ha ben altre caratteristiche per i differenti contesti produttivi e soprattutto per un esasperato politicismo generato dalla presenza del Parlamento e delle grandi istituzioni. La politica romana è stata sempre condizionata dagli equilibri parlamentari nazionali. È a questa peculiarità che si deve a mio giudizio attribuire il naufragio del tentativo di costruzione di una sinistra culturalmente in grado di segnare una discontinuità nel panorama nazionale. La costruzione di tale schieramento prese inizio più di un anno fa, quando tentammo di valorizzare l’esperienza che cinque anni prima aveva visto la nascita di un raggruppamento che elesse un consigliere comunale, Stefano Fassina.

La ricerca di unità era favorita dall’identità di analisi sulle cause del disastro sociale in cui versava e versa la Capitale. Non è infatti il fallimento dei Cinque stelle ad aver fatto precipitare la città in una spirale pericolosa. Roma vive il dramma del degrado e dell’aumento delle disuguaglianze a causa delle politiche urbane speculative che hanno reso invivibile la città. L’economia neoliberista ha imposto da trenta anni la ricetta dell’espansione infinita della città senza più accompagnarla con le risorse indispensabili per costruire nuovi servizi e nuove infrastrutture.

“Privato è bello”, si è affermato a Roma sotto la guida delle giunte guidate dal Pd. La parentesi del governo Alemanno ha innestato su questa politica il malaffare. Ma l’asse strutturale della Capitale non cambia da trenta anni, perché identici sono stati i protagonisti economici che hanno guidato la città: gli istituti di credito che hanno alimentato l’effervescenza del mattone. Esemplare sotto questo aspetto è la vicenda dello stadio della Roma a Tor di Valle, dove è stata l’esposizione finanziaria del proprietario dei terreni, Luca Parnasi, con Unicredit a tenere in piedi la speculazione urbanistica: 180 milioni di euro, a tanto ammontavano i finanziamenti erogati, dovevano ritornare a ogni costo alla banca creditrice e i destini della città sono stati appesi a questo debito. Soltanto lo scandalo emerso nel 2018 ha cancellato la speculazione, ma resta la lezione di una politica urbanistica piegata agli interessi finanziari.

A partire dall’anno 2000, è emerso anche un altro protagonista dell’economia speculativa immobiliare: Cassa Depositi e Prestiti. La svendita del patrimonio immobiliare pubblico iniziata con il governo Berlusconi-Tremonti aveva infatti portato in dote a quell’istituto e alle sue controllate un patrimonio immenso e di grande valore economico. Il museo geologico di largo Santa Susanna voluto da Quintino Sella; la sede dell’Istituto poligrafico dello Stato di piazza Verdi; gli edifici dell’Eur sedi del ministero delle Finanze; i terreni delle ex caserme del Flaminio destinati alla realizzazione di un nuovo quartiere residenziale. La crisi economica del 2008 ha ritardato le trasformazioni previste, ma ciò non ha certo intaccato il ruolo di Cdp che resta il principale operatore immobiliare della Capitale.

La lettura strutturale della fase di vita di Roma deve necessariamente concludersi con il protagonismo dei fondi immobiliari internazionali, dei fondi sovrani e i grandi gruppi economici globali che, come noto, detengono una enorme ricchezza. Sono molti gli esempi di “valorizzazione immobiliare” promossi da tali fondi e riguardano sempre immobili di pregio delle aree centrali. Un recente acquisto, per ora sospeso, del deposito Atac nel quartiere San Giovanni da parte di Amazon, fa comprendere le dinamiche in atto nelle città globalizzate e il pieno coinvolgimento di Roma in questi fenomeni.

L’altra faccia del processo di valorizzazione immobiliare è quello delle periferie abbandonate, dei servizi pubblici tagliati, delle 92 occupazioni abitative da parte di famiglie senza reddito, della mancanza di case popolari a fronte di una lista di attesa di oltre diecimila famiglie, dell’aumento vertiginoso delle disuguaglianze sociali. La città pubblica declina mentre trionfa la cultura del privilegio. Era questo il terreno comune della sinistra romana alla ricerca di unità. E in questo quadro emerge la mia candidatura a sindaco: è il carattere dei fenomeni romani ad aver imposto che si parlasse della questione urbana e in questo ambito è maturata la proposta di una mia candidatura che ho accettato volentieri.

Ma è la politica nazionale, come accennavamo in apertura, a condizionare la costruzione dello schieramento. Dal settembre 2019, il primo governo Conte aveva lasciato il posto alla sostituzione della Lega da parte del Pd e di Liberi e Uguali. E iniziano a emergere le prime difficoltà, perché matura la convinzione che fosse maggiormente conveniente mantenere un buon rapporto con il Pd piuttosto che costruire alternative. La questione era in verità incomprensibile. A livello locale nulla avrebbe infatti impedito di trovare una collocazione politica e sociale più consona alla storia di quegli schieramenti. Tanto più che il Pd romano non ha mai dato alcun segnale di autocritica riguardo alle politiche di governo neoliberiste che ha imposto alla città. Ma la sirena del politicismo provoca una prima rottura. Lo svolgimento delle primarie del Pd nel 2021 con la candidatura ufficiale di Roberto Gualtieri ha visto la partecipazione di Stefano Fassina. Il Pd ritornava a essere l’unico orizzonte possibile e si è ritenuto più proficuo accontentarsi di qualche eventuale collocazione nel futuro governo della città.

Il tentativo unitario è continuato comunque anche dopo questa defezione. Ma in poco tempo si sono sfilati altri due soggetti politici. Potere al popolo è ripiegato infatti su un arroccamento identitario, mentre Sinistra anticapitalista, che pure aveva tenuto a battesimo la mia candidatura in una iniziativa pubblica nel quartiere di San Lorenzo, non ha ritenuto opportuno continuare nell’impegno. Infine, i contrasti tra Rifondazione comunista e i Comunisti Italiani hanno decretato un’ultima dolorosa rottura. Solo Rifondazione comunista ha mantenuto il coerente impegno a costruire uno schieramento politico e culturale alternativo alla sinistra moderata e di questo va dato atto al gruppo dirigente. È stata una scelta coraggiosa che potrà avere un auspicabile sviluppo perché nelle condizioni date è stato comunque compiuto un interessante esperimento politico.

A capo della lista elettorale c’è infatti Alberto Benzoni, storico socialista e vicesindaco nelle giunte di sinistra guidate da Giulio Carlo Argan e da Luigi Petroselli. C’è Bernardo Rossi Doria, punto di riferimento della cultura urbana progressista. Nella lista ci sono esponenti del mondo ambientalista di Planet, esponenti del precedente schieramento dei Cinque stelle, pacifisti e membri di comitati che hanno difeso la città dalle speculazioni. In buona sostanza, il fallimento della costruzione di uno schieramento alternativo alle politiche neoliberiste imposto dal politicismo romano ha comunque prodotto una novità che potrà avere positive conseguenze sul cammino di una nuova sinistra.

Il breve programma elettorale con cui ci siamo presentati contiene sedici progetti concreti per la città che verranno presentati nel primo Consiglio comunale e che sono dedicati alle grandi figure del pensiero della sinistra comunista, socialista e radicale, cattoliche e liberali che hanno contribuito alla costruzione di una cultura dell’accoglienza e dell’inclusione sociale. In buona sostanza, uno schieramento che può vantare radici profonde. Radici che serviranno, perché nelle città si giocherà lo scontro tra coloro che vogliono perpetrare le politiche che generano disuguaglianze e chi crede a un rinnovato intervento pubblico. Tra coloro che stanno condannando le giovani generazioni a una prospettiva di lavoro precario e coloro che, proprio a partire dalla capacità delle città di generare ricchezza, pensano che sia venuto il momento di cambiare le prospettive del governo delle città. “Pubblico è meglio”, è la formula alla base dell’esperienza romana.



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