Partiti neofascisti al bando? Sono tre anni che la politica non fa niente

Era la fine di ottobre del 2018 quando l’Europarlamento approvò una risoluzione che andava in questa direzione. Da allora Grecia, Germania, Spagna e altri Paesi hanno agito. L’Italia, invece, non ha fatto nulla. Anzi. Intervista a Eleonora Forenza, allora parlamentare europea, che di quella risoluzione è stata la promotrice.

Daniele Nalbone

Troppi esponenti politici, anche aderenti alle forze politiche scese in piazza “contro i fascismi”, in passato “hanno bollato di volta in volta le forze neofasciste come folklore o elemento nostalgico”. Parole di don Luigi Ciotti, rilasciate a MicroMega a margine della manifestazione di Roma del 16 ottobre indetta dopo l’assalto neofascista alla Cgil. Eppure, come ricorda il fondatore di Libera, all’inizio del 2018 ben 23 realtà tra associazioni, sindacati, partiti, movimenti democratici diedero vita a un appello, dal titolo “Mai più fascismi”, per “richiamare alle proprie responsabilità tutti i livelli delle istituzioni” e “attuare pienamente la dimenticata dodicesima Disposizione della Costituzione” che recita: “È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Allora, ricorda don Ciotti, “non è successo nulla. Ora diciamo che ci servono risposte più ferme e di maggior rigore e che vengano applicate le leggi Mancino e Scelba. Che le forze politiche neofasciste vengano sciolte. E che sia una decisione politica, del Parlamento, non di un qualche tribunale”.
Nove mesi dopo quell’iniziativa, a fine ottobre 2018, il Parlamento europeo approvò una risoluzione, su iniziativa dell’allora deputata Eleonora Forenza del gruppo Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica, per contrastare l’aumento della violenza neofascista in Europa. In premessa la risoluzione enumerava un lunghissimo elenco di aggressioni e violenze di organizzazioni neofasciste e neonaziste in tutta Europa. Tra queste, un’aggressione subita dalla stessa europarlamentare a Bari da parte di esponenti di CasaPound.

Quella risoluzione di tre anni fa elencava una lunga serie di punti, ben 32, che suonavano allora come un concreto impegno da parte di tutti i Paesi dell’Ue. Impegno ovviamente disatteso e che racconta quanto tempo si sia perso per mettere almeno al centro del dibattito pubblico la questione dello scioglimento dei partiti neofascisti e neonazisti non solo in Italia, ma in tutta Europa.
In particolare, è il punto 20 a gridare vendetta proprio per il tempo perso:
“(il Parlamento Europeo) esorta gli Stati membri (…) a contrastare le organizzazioni che incitano all’odio e alla violenza negli spazi pubblici e online e a vietare di fatto i gruppi neofascisti e neonazisti e qualsiasi altra fondazione o associazione che esalta e glorifica il nazismo e il fascismo, nel rispetto dell’ordinamento giuridico e delle giurisdizioni nazionali”.
Tre anni fa il Parlamento Europeo chiedeva dai banchi di Bruxelles (anche) al governo italiano allora guidato da Giuseppe Conte – che era in piazza sabato scorso a Roma a manifestare contro il fascismo – di mettere al bando organizzazioni come Forza Nuova e Casa Pound ribadendo, di fatto, quanto richiesto da 23 associazioni italiane, dall’Anpi a Libera, all’allora premier Paolo Gentiloni. La Risoluzione europea fu votata da tutti i gruppi tranne quello dell’estrema destra. La votarono gli eurodeputati del Pd, del Movimento 5 stelle, persino di Forza Italia. Da quel momento, solo silenzi. Fino all’assalto squadrista contro la Cgil.

Eleonora Forenza, quanto tempo è stato perso?
Ritengo gravissimo che siano trascorsi tre anni senza dare seguito concreto a quella risoluzione che non solo tracciava una mappa e lanciava un allarme sull’aumento della violenza neofascista e neonazista in tutta Europa, ma chiedeva di mettere al bando le organizzazioni neofasciste facendo esplicito riferimento ai legami tra la destra postfascista e le forze neofasciste. L’aggressione di Bari perpetrata da Casa Pound avvenne alla fine di una manifestazione contro l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini: a quel tempo erano già note le foto, che esibii al presidente Conte in occasione di una sua visita a Bruxelles, in cui si vedeva il leader della Lega a cena con il gotha di Casa Pound.
Quella risoluzione, inoltre, fu preceduta da un episodio: uno degli esponenti di primo piano di Casa Pound, Simone Di Stefano, tramite i greci di Alba Dorata aveva organizzato un’iniziativa al Parlamento europeo. Mi feci promotrice di una raccolta firme che chiedeva a Tajani, allora presidente dell’Europarlamento, che l’iniziativa neofascista fosse stoppata. Ovviamente Tajani se ne lavò le mani.

Mentre in Italia il dibattito sul neofascismo è stato messo in un cassetto, in Europa ci sono stati invece atti concreti contro queste formazioni.
In Grecia il processo ad Alba Dorata ha avuto un seguito non solo giudiziario ma anche politico. In Germania il governo si è subito compattato per contrastare il rischio di un ritorno delle forze neonaziste. In Spagna si è lavorato molto in chiave antifranchista, bloccando anche i finanziamenti alla fondazione che porta il nome di Francisco Franco. Lo stesso purtroppo non possiamo dirlo dell’Italia.

La piazza del 16 ottobre, con decine di migliaia di persone arrivate a Roma da tutta Italia, dimostra però che la questione antifascista è invece centrale nel nostro Paese.
La manifestazione di San Giovanni è un fatto importante: è stata una reazione di massa, popolare. Ma è proprio questa reazione a lasciarmi addosso tanta rabbia e tanta preoccupazione. Rabbia perché alcune forze politiche presenti a Roma, e mi riferisco al Partito Democratico, hanno per anni parlato di “antifascismo fuori tempo massimo”, hanno addirittura votato al Parlamento europeo una risoluzione che equipara nazismo e comunismo nelle responsabilità della Seconda guerra mondiale. Preoccupazione, invece, perché questo è un Paese che ha fatto del revisionismo democratico una prassi: è dal Partito democratico che è arrivato lo sdoganamento dei “ragazzi di Salò” ed è sempre il Pd a non aver preso mai posizione contro chi, come Tajani, parla dei militanti No Tav come di “terroristi”. Ecco, non vorrei che alla fine si finisse ancora una volta a una generica condanna “contro i violenti”. Qui c’è in ballo una questione centrale: affermare chiaramente che in una democrazia non c’è spazio, non c’è agibilità, per chi è guidato dagli ideali del fascismo.

FOTO ANSA/FLAVIO LO SCALZO



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