Partorire in Italia. Breve cronaca di una degenza

Racconto di una degenza in un ospedale di Roma. Tra crocifissi, frati in visita e insulti da parte del personale ostetrico.

Ingrid Colanicchia

Il 13 gennaio scorso, dopo un mese di degenza nel reparto di patologia ostetrica di un ospedale di Roma, ho partorito con taglio cesareo i miei due bimbi.

Più o meno negli stessi giorni, in un altro ospedale della capitale, aveva luogo la tragedia che avrebbe riempito le pagine dei giornali della metà di gennaio: un neonato morto durante il cosiddetto “rooming in”, vale a dire la possibilità di tenere nella propria stanza il bimbo dopo il parto, giorno e notte, senza limiti di orario. Peccato che più che di “possibilità” si tratti in molti casi di obbligo, considerata la pressione cui vengono sottoposte le neomamme che chiedono di poter lasciare il figlio al nido anche solo per qualche ora. A uno dei due corsi preparto che ho frequentato (presso un altro ospedale della capitale, pubblico) l’ostetrica di lungo corso che ci illustrava le gioie della maternità alla domanda di una di noi circa la possibilità di lasciare il bimbo al nido per qualche ora rispondeva con atteggiamento un po’ derisorio: “A casa che fai? Chiedi a qualcuno di tenerlo al posto tuo?”. Lì per lì abbiamo tutte annuito: “Ma no, certo! Non vediamo l’ora di prenderci cura dei nostri bimbi! Non chiederemmo a nessuno di accudirli al posto nostro! Che domanda scema!”. Nelle 48 ore trascorse in ospedale dopo il parto (sì, nonostante con il cesareo si venga sottoposte a un vero e proprio intervento chirurgico, le neomamme sono invitate a tornare a casa due giorni dopo il parto, al massimo – almeno nell’ospedale dove ho partorito io – 72 ore), mentre guardavo la mia ultima compagna di stanza tentare di allattare e accudire la figlioletta nonostante i lancinanti dolori della ferita del cesareo e su incitamento non proprio gentile del personale ostetrico, ho pensato che non avere i miei due bimbetti in stanza con me (hanno avuto bisogno di cure specifiche) non fosse del tutto una iattura: a malapena riuscivo a mettermi a sedere, come avrei potuto anche solo prenderli in braccio?

In un mese di degenza, di esempi di violenza più o meno esplicita (ostetrica ma non solo) ne ho collezionati molti, decisamente troppi.

Violenza (statale direi) è stato non trovare posto nell’ospedale (privato convenzionato) presso il quale sono stata seguita per tutta la gravidanza e presso il quale desideravo partorire ed essere spedita dall’altra parte di Roma, in un’altra delle sole otto strutture di secondo livello di Roma, vale a dire con reparto di terapia intensiva neonatale, del quale si pensava i miei bimbi avrebbero potuto avere bisogno. E mi è andata bene perché altre gestanti bisognose del reparto di terapia intensiva neonatale di chilometri ne devono fare ben di più, soprattutto se abitano in provincia di Rieti o di Frosinone, visto che entrambi questi territori (capoluoghi di provincia!) sono sprovvisti di tale reparto.

Violenza (sempre statale la definirei visto che le alternative laiche scarseggiano) è stato essere ricoverata in una struttura cattolica, con più crocifissi alle pareti che medici in corsia. In cui come gentile omaggio alle degenti si pensa bene di distribuire un libro dal titolo “Chi prega si salva”. In cui l’orario di visite è ridotto all’osso per via del Covid ma fra’ Tommaso (mi pare fosse questo il suo nome) può passare a salutare le degenti in qualsiasi momento (io ho ricevuto la sua visita tre volte – persona peraltro gradevolissima, ma non è questo il punto).

Violenza è sentirsi chiamare “fregna moscia” da una ostetrica perché a 24 ore dal cesareo non ci si sente in grado di alzarsi per andare in bagno (come accaduto a una delle mie compagne di stanza, che ha passato il resto della giornata a piangere per un sopravvenuto – ma guarda un po’ – senso di inadeguatezza).

Violenza è pretendere che a 24 ore da una operazione, con gli ormoni in subbuglio e una nuova vita da accogliere nella propria, le neomamme siano in grado di prendersi cura in maniera autonoma di sé stesse e del neonato. Io, nonostante i dolori fortissimi del cesareo, ho preferito tornarmene dritta a casa. D’altronde un’ostetrica mi ha detto esplicitamente che tutto quello che avrebbero fatto per me se fossi rimasta 72 ore sarebbe stato l’antidolorifico per endovena anziché per bocca come avrei potuto fare a casa.

In un mese ho incontrato anche qualche medico e qualche ostetrica con un volto umano. Troppo pochi. Per quel che ho sperimentato mettere al mondo una vita non è esperienza a misura di mamma. E dunque neanche di bambino.

 

Foto Flickr | fstraps



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