Passi spezzati nella Terra dei fuochi

“I passi dei nostri figli non sono spezzati dal destino, ma dall’esposizione a inquinanti tossici”. Riprende e fa tappa nella “Terra dei fuochi” il viaggio di MicroMega nelle emergenze ambientali della Campania.

Emanuela Marmo

Riprende il viaggio di MicroMega nelle emergenze ambientali della Campania. Ci troviamo in Terra dei Fuochi. Ci fanno da guida attivisti di Stop biocidio, che rilanciano gli ultimi eventi: agli inizi di marzo a Caivano è stato sequestrato un sito in cui erano stoccati 18 metri cubi di materiale nocivo. In questi giorni, sono stati apposti sigilli a circa 11 aziende. Ma le notizie che seguono il monitoraggio sulle imprese o che contano il numero delle vittime per tumore sono all’ordine del giorno.

Denominiamo questo territorio “Terra dei fuochi” dal 2003, quando uscì il Rapporto Ecomafie a cura di Legambiente, sebbene il traffico illecito dei rifiuti fosse emerso già nel ‘93 con l’inchiesta Adelphi. L’espressione venne in uso per via dei roghi osservabili lungo il percorso dei Regi Lagni. Tuttavia «“Terra dei fuochi” non è un luogo geografico. È un fenomeno diffuso. Il nostro territorio è solo l’emblema di un sistema che, dal rifiuto urbano a quello industriale, si snoda per livelli di incuria e illegalità, fino a generare un problema collettivo di gravissime proporzioni. La camorra interviene per rispondere a una domanda, offre i suoi servizi a un comparto industriale locale interessato a risolvere lo smaltimento dei rifiuti nel modo più profittevole possibile. Un comparto che lavora a nero, ma che è collegato alla grande industria, per la quale realizza – a basso costo e ad alta professionalità manifatturiera e artigianale – una parte della produzione. A ciò si aggiungono gli scarti edilizi illeciti e gli effetti di situazioni più occulte, risalenti, grossomodo, agli anni ’80. Le dichiarazioni di alcuni pentiti di mafia permisero alla Forestale di individuare 81 siti nei quali erano stati interrati rifiuti nocivi provenienti da più parti dell’Italia e dell’Europa. Solo della metà fu esplorato il sottosuolo» (Enzo Tosti).

Nel tempo sono stati intrapresi diversi studi. Nel 2011, un rapporto dell’ARPA evidenziò che 3 milioni di mq erano compromessi per l’elevata presenza di rifiuti tossici. L’anno successivo, un’analisi dell’Istituto nazionale per i tumori di Napoli certificò che il tasso di mortalità per tumori era aumentato dal 47% al 40% nella provincia di Napoli, dal 28,4% al 32,7% nella provincia di Caserta. Eppure gli studi coordinati dal professore Benedetto De Vivo, già ordinario di geochimica ambientale all’Università di Napoli Federico II, sembrerebbero ridimensionare lo stato di contaminazione della Terra dei Fuochi: l’allarme, secondo De Vivo, è frutto di una narrazione “emotiva”. Le indagini effettuate nell’ambito di Campania trasparente dichiarano contaminati solo 33 ettari su 50 mila, in base a 8 mila campioni presso aziende agroalimentari. Se i prodotti alimentari delle aziende esaminate sono salubri, i dati ci confortano a riguardo dell’intero territorio?

«Riferirsi esclusivamente ai siti agricoli significa dare per scontato che il passaggio degli inquinanti avvenga solo per via alimentare. Questi studi escludono dalla indagine ampie zone di discarica. Come si intende agire sulla vasta parte di territorio per la quale non esiste mappatura? Ancora oggi, facciamo riferimento all’anagrafe dei siti da bonificare, ma per la maggior parte di essi non si è neanche giunti alla fase della caratterizzazione. I dati parziali elaborati da Campania Trasparente sono diventati uno strumento politico per rinnegare le istanze dei famigliari delle persone affette da tumore, per togliere credito alle azioni dei movimenti, per proporre le cause ambientali come un ostacolo al mondo del lavoro e, in particolare, del settore agricolo» (Raniero Madonna, Stop biocidio). Invece, sarebbe il caso di rimarcare che, per quanto manchi uno studio complessivo sullo stato di contaminazione dei suoli, disponiamo dei seguenti parametri: l’indice di mortalità per tumore e il rilevamento di sostanze tossiche nelle persone ammalate. L’insorgenza di patologie oncologiche, di cui è comprovata la correlazione con fattori ambientali, rende ragionevole il sospetto che i territori in cui tali malattie si sviluppano siano inquinati. Pur considerando, come sottolinea Aiello, che la stessa zonizzazione in aree di rischio in base alla diffusione delle patologie riguarda solo un terzo della Terra dei fuochi, almeno per le aree tracciate bisognerebbe far valere il principio di precauzione e intraprendere misure volte a rompere la catena della contaminazione. Fu il principio della precauzione a promuovere Progetto Veritas, uno studio pilota indipendente: «I Comuni a minore densità abitativa, Giugliano, Caivano, sono a maggiore rischio di cancro. Perché? Perché qui si trovano ampi spazi non controllati, perfetti per lo smaltimento illegale. Qui il 38% della popolazione è maggiormente esposta alle malattie: cittadini che abitano nei pressi di una discarica» (Domenico Laurenza). In effetti, il rapporto prodotto a seguito dell’accordo stipulato tra la Procura di Napoli Nord e l’Istituto superiore di Sanità, ha spinto Francesco Greco, Procuratore Generale di Napoli, a dichiarare che le bonifiche «devono partire immediatamente» al fine di contrastare «l’emergenza più importante per Caserta e Napoli dopo il Covid».

Gli attivisti intraprendono un cammino di lotta spesso per ragioni personali. Gabriel ha perso il padre. Altri si sono ammalati in prima persona. Marzia Caccioppoli ha perso il suo unico figlio, all’età di dieci anni, affetto da glioblastoma multiforme: «I passi dei nostri figli non sono spezzati dal destino, ma dall’esposizione a inquinanti tossici». Negare a queste storie ogni corrispondenza con il contesto ambientale, definire le mamme dei piccoli pazienti oncologici “squadriste” non fa che contrapporre la cittadinanza alla fase progettuale e decisionale della politica, a grave danno del processo democratico e partecipato che invece dovrebbe ispirare il governo del territorio.

L’elaborazione del dolore portata alla dimensione collettiva da Marzia e dalla sua associazione, la consapevolezza dell’entità del danno ambientale convincono i movimenti a finanziare progetti di prevenzione sanitaria nelle scuole, ad esempio per le ghiandole tiroidee. La lotta si concretizza in azioni continue di monitoraggio, di cura e di assistenza, in parte anche di protesta: «La legge sugli ecoreati è un successo ottenuto anche grazie alla pressione degli attivisti. In virtù di questa legge è stato possibile l’arresto di Cripriano Chianese, l’avvocato che gestiva il sistema dei rifiuti per conto dei Casalesi». L’ex-Resit apparteneva a Chianese. Come è noto, vi furono raccolti rifiuti tossici di tutt’Italia.

Gli interventi di bonifica sono costosi e alcuni sostengono che daranno occasioni di lucro alla camorra. Sulla riduzione degli oneri economici, potrebbero valere esempi quali le sperimentazioni attuate proprio nel Parco Resit? Vi sono stati piantati 20.000 pioppi, le radici sono in grado di assorbire i metalli pesanti in profondità. Il terreno è stato trattato con compost arricchito di batteri che metabolizzano gli idrocarburi: «Questa, che era l’unica discarica messa in sicurezza, è stata abbandonata. È proprio il tema delle bonifiche, attese da 13 anni, a evidenziare che il problema è di natura politica» (Gabriel Aiello).

Ad eccezione di quanto eventualmente predisposto in sede penale, in applicazione della normativa vigente (legge n. 68 del 2015 e le modifiche introdotte nel 2017), la bonifica delle aree inquinate passa per l’approvazione della Regione Campania: «Possiamo aspettarci che la messa in sicurezza sia una priorità, se l’amministrazione che regge la regione ne nega l’emergenza, tanto da approvare all’unanimità la cancellazione della commissione speciale Terra dei fuochi?» si domanda Gabriel Aiello. Ce lo domandiamo anche noi.

 

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